Fermi ma non disarmati

Il Rapporto Ires Piemonte di luglio 2026 «descrive il Piemonte come un sistema maturo, per molti versi resiliente alle difficoltà, ma che tende nel tempo a rallentare il proprio moto». Due mesi dopo, il Rapporto Rota descrive, dentro quel contesto, una Torino ferma da quindici anni. La storica battuta di Sora Lella sarebbe appropriata, se non fosse che gli ultimi dati sull’export piemontese raccontano una situazione diversa: una forte ripresa, con risultati migliori persino di regioni come la Lombardia e secondi soltanto alla Toscana. Il Piemonte cresce del 6%, contro una media nazionale del 4,5%.

Al di là delle considerazioni rituali di chi da anni vede il manifatturiero sul viale del tramonto, è proprio l’industria a continuare a trainare l’export. I mezzi di trasporto “perseverano” nell’essere il primo comparto, con una quota del 21% e una crescita del 6%. In particolare, gli autoveicoli segnano un +18,4%, mentre parti e accessori superano il 4% di aumento.

In forte controtendenza c’è l’aerospazio. Ma è un settore particolare, nel quale consegne ed esportazioni non hanno un andamento costante e i risultati devono quindi essere valutati su periodi più lunghi. L’aerospazio, insomma, non è in crisi.

Il falso allarme sull’aerospazio

Non dobbiamo perciò farci fuorviare dal dato negativo dell’export. I tempi di consegna di un modulo logistico, di un satellite o di un Eurofighter sono lunghi e, quando la commessa viene contabilizzata, il valore economico delle esportazioni balza verso l’alto. Nel frattempo, la realtà industriale dell’aerospazio continua a crescere in Piemonte, dove Leonardo è capofila, insieme ad Avio, di un settore che favorisce anche lo sviluppo della piccola e media impresa, tema tornato al centro del dibattito dopo la pubblicazione del Rapporto Rota.

L’auspicato passaggio dalla piccola alla media impresa, necessario per rafforzare il tessuto industriale, dovrebbe però accompagnarsi a una riflessione sul capitalismo familiare, tema di cui si occupa da tempo Bernardo Bertoldi, professore di Family Business Strategy all’Università di Torino.

Il dato di fatto resta uno: le piccole e medie imprese crescono al traino delle grandi quando c’è sviluppo industriale. E oggi l’Italia, anche per le prerogative che le attribuisce la Costituzione nata dalla Resistenza, ha la necessità di sviluppare il settore della Difesa. I 14 miliardi del Safe non sono risorse sottratte ai bisogni primari e sociali dei cittadini, come scuola e sanità, ma fondi aggiuntivi che l’Unione europea stanzia con una destinazione specifica.

Quanto costa delegare la sicurezza

Siamo stati abituati a vivere in pace e, nella nostra “fantastica testa”, abbiamo pensato che sarebbe stato così all’infinito. Eppure la guerra è sempre stata presente. Abbiamo manifestato per decenni mentre si combatteva, dal Vietnam alla ex Jugoslavia. Ora che un immobiliarista, nonché presidente degli Stati Uniti, dice di voler ridurre la presenza americana in Europa e mette in discussione il ruolo degli Usa nella Nato, manifestiamo sia contro Trump sia contro la Nato.

Un po’ di ordine mentale sarebbe necessario. Tanto più quando alla critica del riarmo europeo si accompagna il sostegno all’idea di un esercito comune europeo. I sostenitori di quest’ultimo dovrebbero innanzitutto spiegare che cosa significherebbe concretamente. E sono convinto che, se domani nascesse davvero, molti di coloro che oggi lo invocano sarebbero poi contrari all’aumento delle spese militari necessario per mantenerlo.

Siamo stati abituati bene. Siamo stati fortunati a vivere in pace, protetti da quei “maledetti yankee”. Ma ora quell’ombrello è molto meno sicuro e sarebbe utile guardare anche all’andamento della spesa militare italiana nel corso degli anni. Si capirebbe che la Difesa è stata a lungo sottovalutata anche perché abbiamo delegato ad altri, soprattutto agli Stati Uniti, una parte consistente della nostra sicurezza. Insomma, sarebbe il momento di uscire da un certo strabismo condito da una buona dose di ipocrisia.

Mezzo secolo di Difesa al ribasso

La Nato fu fondata con il Trattato di Washington del 1949 e l’Italia spendeva allora per la Difesa circa il 3,5% del Pil. La quota salì fino al 4,1% nel 1952. Da quel momento iniziò una lunga discesa, arrivata al minimo storico nel 2015, poco sopra l’1%.

Dagli anni Sessanta la spesa militare italiana in rapporto al Pil non ha più superato il 3%, proseguendo la tendenza al ribasso iniziata nei primi anni Cinquanta. Fino alla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, il rapporto si è comunque mantenuto stabilmente sopra il 2%, con lievi rialzi in alcuni anni, come il 1966, il 1972 e il 1987.

Con l’inizio degli anni Novanta la contrazione è ripresa in modo costante, fino a toccare nel 2015 il minimo storico dell’1,06% del Pil. Dopo il vertice Nato di Cardiff del 2014, nel quale gli Stati membri riaffermarono l’impegno a destinare alla Difesa almeno il 2% del Pil, anche alla luce del mutato scenario geopolitico seguito all’annessione russa della Crimea, la spesa italiana ha ricominciato gradualmente a crescere.

Nel 2020 il rapporto ha raggiunto l’1,6%, non tanto per un aumento effettivo della spesa militare quanto per la contrazione del Pil provocata dalla pandemia di Covid-19. Nel 2024 la spesa italiana per la Difesa si è attestata intorno all’1,5% del Pil.

Che cosa significano questi numeri? Che abbiamo speso poco non perché il quadro geopolitico fosse sereno. Abbiamo avuto una guerra ai nostri confini nella ex Jugoslavia, le guerre in Iraq e Afghanistan, il perenne conflitto israelo-palestinese con le sue propaggini in Libano. E abbiamo continuato a vedere i nostri soldati soprattutto nelle missioni di pace: i poliziotti buoni, mentre il ruolo di “poliziotto cattivo del mondo” restava affidato agli Stati Uniti.

Una bella contraddizione, che ci ha consentito di vivere in pace e, contemporaneamente, di coltivare una certa ipocrisia del pacifismo italiano.

Le guerre hanno cambiato pelle

L’aggressione russa all’Ucraina, il conflitto tra Stati Uniti e Iran e la presidenza Trump – e non pensiate che con l’arrivo di un democratico alla Casa Bianca cambierebbe radicalmente il percorso di progressivo disimpegno americano dall’Europa – non hanno soltanto stravolto il quadro geopolitico. Hanno cambiato il volto stesso dei conflitti.

I grandi e costosissimi sistemi di difesa devono oggi confrontarsi con enormi quantità di munizionamento e sistemi d’arma a basso costo. È una delle caratteristiche emerse tanto nelle modalità di attacco dell’Iran quanto nella resistenza ucraina. A questo si aggiunge la necessità di proteggere il territorio italiano da aggressioni ibride e attacchi informatici, che sono già una realtà, oltre che da minacce missilistiche.

Occorre quindi ripensare il nostro sistema di difesa e, di conseguenza, anche quello produttivo. L’avvertimento rivolto dagli Houthi all’Italia dimostra che non avremo necessariamente l’invasore alle porte e che non serve “disertare” – stucchevole stupidaggine – ma che, come ha detto Prodi, «prendiamola come un errore di sbaglio, come direbbe Topo Gigio». Dimostra, soprattutto, che un’organizzazione terroristica o un Paese ostile possono colpire a grande distanza con missili balistici o sciami di droni. Un drone Shahed iraniano, per esempio, può percorrere anche 2.500 chilometri.

Dobbiamo dunque riorganizzare le nostre Forze armate per essere in grado di difenderci. E se anche i “pacifinti” studiassero un po’ i nuovi scenari dei conflitti, capirebbero quanto il nostro esercito abbia bisogno di cambiare pelle e, quindi, di investimenti. Capirebbero anche che la storiella dei Corpi civili di pace da frapporre tra gli eserciti ai confini è una panzana, perché – a parte l’invasione russa dell’Ucraina – molti dei conflitti contemporanei non hanno più confini e fronti nel senso tradizionale.

Non ci sono soltanto eserciti contrapposti, ma sistemi d’arma contrapposti. Oggi persino un civile, dal salotto di casa propria, può costruire un drone e lanciarlo contro un obiettivo a chilometri di distanza.

Il presidente Sergio Mattarella ha partecipato pochi giorni fa all’esercitazione “Aegis 26”, nell’area di Monte Romano, durante la quale il generale Masiello ha inserito l’attività nel percorso di trasformazione della Forza armata: «Oggi i conflitti uniscono la guerra convenzionale a quella tecnologica e cognitiva. Tre guerre in una: trincee e campi minati convivono con droni, attacchi cyber e disinformazione».

Si dovrebbe capire che questa trasformazione è una necessità. Così come servono i Corpi civili di pace e le missioni del Mean per aiutare le popolazioni a resistere alle avversità dei conflitti. Sono funzioni diverse, che non ha senso mettere ideologicamente in contrapposizione.

Una strada per far ripartire il Piemonte

Ed è qui che il ragionamento torna al punto di partenza. Se il Piemonte rallenta e Torino è ferma, una delle strade per ripartire può essere proprio lo sviluppo dell’industria della Difesa. In Piemonte significa puntare anche su Leonardo e sulle aziende del Distretto aerospaziale, con ulteriori carichi di lavoro produttivi e ingegneristici, compreso il settore dell’elicotteristica, nel quale il territorio ha già sviluppato competenze tecnologiche e professionali importanti.

I corsi Its a indirizzo aerospaziale, con circa 800 posti per il biennio 2026-2028, sono andati sold out. I corsi di Ingegneria aerospaziale del Politecnico di Torino segnano un aumento del 30%. Tutti questi giovani non sono certo guerrafondai: cercano occupazione, carriere stabili, professionalità e la possibilità di sviluppare competenze.

Puntare sull’industria aerospaziale a Torino e in Piemonte, un settore che tiene insieme civile e Difesa, significa anche consentire agli studenti, italiani o stranieri che siano, di restare o tornare a Torino offrendo loro lavoro qualificato e stabile. Significa combattere la precarietà giovanile dando una prospettiva più solida a chi deve investire sul proprio futuro.

Non è poco.

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