FINANZA & GIUSTIZIA

Crt, cade l'accusa a Palenzona. Verso il processo 10 consiglieri

La Procura di Roma chiede di archiviare la corruzione contestata all'ex presidente e le altre accuse nate a Torino. Resta in piedi l'ostacolo alla vigilanza del Mef: chiesto il rinvio a giudizio dei protagonisti del cosiddetto "patto occulto"

Il “patto occulto” della Fondazione Crt c’è stato, almeno secondo l’ipotesi accusatoria, ma cambia pelle giudiziaria. Mentre la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per dieci persone con l’accusa di aver ostacolato la vigilanza del Ministero dell’Economia, lo stesso ufficio giudiziario propone di mandare in archivio le contestazioni nate a Torino: illecita influenza sull’assemblea, false comunicazioni sociali e la presunta corruzione tra privati contestata all’ex presidente Fabrizio Palenzona.

A mettere ordine in una vicenda giudiziaria che negli ultimi due anni ha prodotto fascicoli, trasmissioni di atti e contestazioni differenti è una richiesta di archiviazione firmata il 17 agosto scorso dal pm romano Lorenzo Del Giudice e trasmessa al gip il 25 agosto.

Le indagini nate a Torino

Quando esplode la vicenda del patto, nella primavera del 2024, la Procura di Torino – pm Marco Gianoglio, Lisa Bergamasco e Paolo Del Grosso – apre i propri fascicoli. Al centro finiscono da una parte l’ipotesi di illecita influenza sull’assemblea e di false comunicazioni sociali, dall’altra quella di corruzione tra privati contestata a Palenzona per le presunte pressioni esercitate su Bonadeo affinché si dimettesse.

Parallelamente a Roma viene aperta l’indagine per un reato diverso: ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza del Mef, articolo 2638 del Codice civile. È quest’ultima l’inchiesta nata dall’esposto presentato al ministero dallo stesso Palenzona.

I procedimenti, dunque, si muovono inizialmente su binari diversi. Quando Roma chiude la propria indagine sull’ostacolo alla vigilanza, gli atti dei fascicoli torinesi vengono trasmessi nella Capitale. Ed è a quel punto che Del Giudice valuta anche le ipotesi formulate dai magistrati sotto la Mole.

Quei due accordi riservati

La richiesta di archiviazione ricostruisce anzitutto ciò che era stato scoperto nel corso delle indagini. C’è un primo accordo, risalente all’aprile 2021, definito nello stesso documento “patto tra amministratori”. Secondo la ricostruzione investigativa serviva a creare all’interno del consiglio di amministrazione un gruppo «coeso e maggioritario» in grado di incidere sulle decisioni e, in particolare, sulle nomine degli organi di amministrazione e controllo degli enti partecipati dalla Fondazione. Il sistema prevedeva obblighi di consultazione e un portavoce nei rapporti con il presidente, ruolo attribuito ad Antonello Monti.

Poi c’è il secondo accordo, quello diventato famoso nella primavera del 2024: il “patto di pre-consultazione” tra componenti del Consiglio di indirizzo. La bozza viene predisposta nel marzo di quell’anno. Prevede un metodo stabile di confronto, consultazioni preventive rispetto alle riunioni del Consiglio e la formazione di una maggioranza organizzata. Corrado Bonadeo viene indicato come portavoce. È questo documento, una volta scoperto, a innescare il terremoto che travolge Palazzo Perrone.

L’esistenza degli accordi, dunque, non viene negata dalla richiesta di archiviazione. Il problema affrontato dal pm è un altro: stabilire se quei comportamenti possano integrare i reati contestati dalla Procura torinese. E la risposta di Del Giudice è negativa.

Un’assemblea che non c’è

Il primo punto riguarda l’illecita influenza sull’assemblea, prevista dall’articolo 2636 del Codice civile. Qui il ragionamento della Procura capitolina è netto. Il reato, osserva il pm, riguarda gli organi di società e consorzi. La Crt, invece, è una fondazione e, soprattutto, non ha un organo assembleare. Non si tratta quindi di sostenere che il patto non esistesse. Secondo il pm, è la stessa fattispecie penale scelta a Torino a non poter essere applicata a quell’ente. Analoga conclusione per le false comunicazioni sociali: anche questo reato presuppone una struttura societaria che la Fondazione Crt non possiede. Da qui la richiesta di archiviazione delle contestazioni formulate nei confronti dei dodici consiglieri ed ex consiglieri coinvolti nel fascicolo torinese.

È un passaggio importante. Perché Roma non cancella i fatti emersi dall’indagine: sostiene che quei fatti non possono essere puniti attraverso i reati individuati originariamente dalla Procura di Torino.

Palenzona e la presunta corruzione

Poi c’è il capitolo Fabrizio Palenzona. L’ex presidente era stato indagato a Torino per corruzione tra privati in relazione alle pressioni esercitate su Bonadeo nei giorni successivi alla scoperta del patto. Secondo la ricostruzione investigativa, il 13 aprile 2024 Palenzona avrebbe prospettato a Bonadeo una carica alla Cassa di Risparmio di Asti e una in Cassa Depositi e Prestiti in cambio delle dimissioni, così da chiudere la vicenda. È su questa base che l’ex presidente era stato iscritto nel registro degli indagati. Ma anche su questo Roma arriva a una conclusione opposta.

Per Del Giudice, Palenzona, chiedendo le dimissioni di Bonadeo, agiva nell’esercizio delle proprie funzioni di presidente della Fondazione. L’obiettivo di evitare ulteriori approfondimenti da parte del Mef non costituirebbe un’utilità personale indebita per Palenzona, bensì un interesse riconducibile alla Fondazione. Soprattutto, osserva il pm, non è stata individuata un’utilità concretamente corrisposta a Bonadeo come contropartita. E c’è un altro elemento: la richiesta di dimissioni fu accompagnata da un’informativa all’autorità di vigilanza, proprio quella dalla quale sarebbe poi scaturita l’indagine romana. Per questo anche l’ipotesi di corruzione tra privati viene ritenuta priva di riscontro e Del Giudice ne chiede l’archiviazione.

Ciò che invece resta in piedi

Fin qui ciò che la Procura vuole archiviare. Ma sarebbe sbagliato dedurne che il “patto occulto” sia destinato a uscire definitivamente dalle aule giudiziarie. Perché l'inchiesta segue un destino opposto. L’accusa è ostacolo all'esercizio delle funzioni di vigilanza del Mef. Secondo i magistrati capitolini, gli accordi riservati avrebbero consentito di creare maggioranze organizzate e di condizionare preventivamente alcune decisioni della Fondazione, mentre la loro esistenza e i loro effetti non sarebbero stati correttamente rappresentati all'autorità chiamata a vigilare sull'ente.

Gli indagati in questo procedimento sono Antonello Monti, Caterina Bima, Davide Canavesio, Anna Maria Di Mascio, Corrado Bonadeo, Elisabetta Mazzola, Fiorenza Viazzo, Paolo Luciano Garbarino, Alice Colombo e Giuseppe Tardivo. Alcuni non rivestono più cariche in seno a via XX Settembre, altri invece sono stati nominati in enti controllati da Crt e presumibilmente saranno indotti a dare le dimissioni. Sono questi dieci per i quali la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio. L’udienza preliminare deve ancora essere fissata.

Il gip aveva già detto: “gravi indizi”

È lo stesso procedimento sul quale si era pronunciato alla fine di giugno il gip romano Angelo Giannetti. La Procura aveva chiesto misure interdittive nei confronti dei dieci indagati. Il giudice le aveva respinte, ma per una ragione ben diversa dall’insussistenza delle accuse.

Nella sua ordinanza Giannetti aveva infatti riconosciuto l’esistenza di “gravi indizi di colpevolezza” in relazione all’ostacolo alla vigilanza. A mancare erano invece le esigenze cautelari: nel frattempo gli organi della Fondazione erano stati rinnovati, diversi protagonisti avevano lasciato gli incarichi e, secondo il gip, il pericolo di reiterazione si era sostanzialmente azzerato. Il rigetto delle interdittive, dunque, non aveva affossato l’inchiesta. E infatti la Procura ha successivamente chiesto il processo.

Il confine tracciato da Roma

Alla fine il quadro è meno contraddittorio di quanto possa apparire. Roma non dice che il patto non esisteva. Anzi, proprio sull’esistenza e sull’occultamento degli accordi poggia l’accusa di ostacolo alla vigilanza per la quale dieci persone rischiano ora il processo. Dice invece un’altra cosa: i medesimi fatti non integrano, secondo la Procura capitolina, i reati ipotizzati a Torino. Non ci può essere illecita influenza su un’assemblea che una fondazione non possiede; non possono essere applicate le false comunicazioni sociali come se Fondazione Crt fosse una società; e gli elementi raccolti non consentono di sostenere l’accusa di corruzione tra privati nei confronti di Palenzona.

Così, a più di due anni dall'esplosione della guerra dentro Palazzo Perrone, il famoso e fumoso “patto occulto” arriva davanti ai giudici con un perimetro assai più definito: verso l’archiviazione le accuse formulate a Torino, verso l’udienza preliminare l’ostacolo alla vigilanza contestato a Roma. Per le prime manca ancora la decisione del gip sulla richiesta di archiviazione. Per la seconda sarà il giudice dell’udienza preliminare a stabilire se i dieci dovranno effettivamente affrontare un processo.

print_icon