ECONOMIA DOMESTICA

Industria, "ripresina" in Piemonte: +2,8 ma permane l'incertezza

L’auto torna a spingere, mentre componentistica e aerospazio arrancano. Corrono tessile, legno e alimentare, l'export tiene ma guerre, dazi e logistica ridisegnano mercati e filiere. E tra chi ha delocalizzato quasi quattro aziende su dieci hanno avviato il rientro

La manifattura piemontese accelera, ma gli imprenditori continuano a guardare avanti con il piede sul freno. E forse è proprio questa apparente contraddizione il dato più interessante della 219ª indagine congiunturale di Unioncamere Piemonte sul secondo trimestre 2026. Produzione, fatturato e ordini crescono, le piccole imprese corrono più delle grandi e persino l’auto mette a segno un rimbalzo a doppia cifra. Eppure l’indice di fiducia resta inchiodato ben sotto quota 100. Perché guerre, dazi, costi della logistica e una Germania industriale ancora in affanno impediscono di scambiare una ripresa per il ritorno alla normalità.

L’indagine, realizzata su 1.711 imprese manifatturiere, con quasi 89mila addetti e 50,8 miliardi di fatturato, registra tra aprile e giugno una crescita della produzione del 2,8% rispetto allo stesso trimestre del 2025. Era +2,3% nei primi tre mesi dell’anno: dunque non soltanto il segno resta positivo, ma l’andatura aumenta. Salgono anche il fatturato (+2,3%) e gli ordinativi (+2,2%), con una domanda interna leggermente più vivace di quella estera.

Una corsa controvento

Il dato acquista maggior peso se messo accanto al contesto europeo. Nel secondo trimestre l’Eurozona cresce dell’1%, l’Italia dell’1% e la Germania dello 0,9%. Ma soprattutto resta aperta la frattura nella manifattura continentale: l’asse italo-tedesco continua a soffrire per la debolezza di meccanica, automotive e industria pesante, oltre che per gli elevati costi energetici e una domanda globale tutt’altro che brillante.

Il Piemonte, insomma, per ora riesce a muoversi meglio dell’ambiente nel quale è immerso. Ma qualche spia gialla resta accesa. La produzione assicurata è pari a 9,6 settimane e il grado di utilizzo degli impianti scende al 62,8%, contro il 64,3% di un anno prima. Inoltre, se gli ordini interni aumentano del 2,4%, quelli esteri si fermano all’1,8%; sul fatturato il divario è analogo: +2,5% in Italia e +2% oltreconfine.

Piccolo fa meglio

A trascinare la ripresa non sono i colossi. È forse il dato più significativo delle slide presentate da Unioncamere: le imprese tra 10 e 49 addetti aumentano la produzione del 5,2%, quasi il doppio della media regionale, con un utilizzo degli impianti che arriva al 73,5%. Le microimprese segnano +2,8%, le grandi +2,4%, mentre le medie, tra 50 e 249 addetti, arrancano con appena +0,6%.

Anche la graduatoria dei settori racconta un Piemonte industriale meno dipendente dai comparti tradizionalmente considerati locomotive. In testa c’è il tessile con +6,3%, seguito da legno e mobile (+5,7%), alimentare (+4,4%), elettricità ed elettronica (+3,9%) e metalli (+3,6%). Chimica e plastica segnano +2,2%, la meccanica appena +1%. In fondo ci sono i mezzi di trasporto, con un modesto +0,6%. Ma proprio dentro quest’ultimo numero si nascondono tre mondi completamente diversi.

L’auto rimbalza, i componenti no

La produzione di autoveicoli balza del 16,5%. Un numero che, soprattutto dopo la lunga crisi del settore, spicca inevitabilmente. Ma non basta per dichiarare risolta la questione automotive piemontese. La componentistica resta infatti sostanzialmente ferma, anzi arretra dello 0,5%, risentendo anche della debolezza dell'industria tedesca, suo principale mercato. E l’aerospazio, dopo la forte espansione dei trimestri precedenti, registra un brusco -10,9%, accompagnato da analoghe flessioni di ordini e fatturato.

Il rimbalzo delle vetture, dunque, non si trasferisce automaticamente lungo tutta la filiera. Un dettaglio tutt'altro che secondario per una regione dove il problema industriale degli ultimi anni è stato proprio quello di capire quanto della ripartenza produttiva riesca effettivamente a propagarsi sull'indotto.

Torino cresce, ma non guida

Anche la geografia della ripresa riserva qualche sorpresa. A correre di più è il Verbano-Cusio-Ossola (+5,7%), grazie soprattutto a chimica e metalmeccanica, seguito da Cuneo (+5,2%) e Biella (+4,7%), spinta dal tessile. Poi Novara (+2,6%).

Torino si ferma al +2,3%, sostenuta da alimentare, tessile, elettricità ed elettronica. Seguono Asti (+2,2%) e Alessandria (+1,7%). L’unica provincia con il segno meno è Vercelli, -0,5%, penalizzata da tessile e metalmeccanica. La crescita regionale, quindi, appare assai meno torinocentrica di quanto la storia industriale piemontese potrebbe suggerire.

Export, 32,8 miliardi in sei mesi

Poi c’è il capitolo estero. Nel primo semestre il Piemonte ha esportato 32,8 miliardi di euro, con una crescita del 6%, a fronte di 25 miliardi di importazioni (+4,6%) e di un saldo commerciale positivo per 7,9 miliardi. Il quadro mostrato nelle slide conferma il peso determinante dei mezzi di trasporto, che valgono circa un quinto dell'export regionale, insieme a meccanica, alimentare e bevande e agli altri comparti manifatturieri.

Ma dietro il dato aggregato compare una fragilità strutturale: soltanto il 22% delle imprese intervistate esporta regolarmente. La propensione all'internazionalizzazione cresce vertiginosamente con la dimensione: riguarda circa il 90% delle aziende sopra i 250 dipendenti, ma appena il 16% delle microimprese. I comparti maggiormente proiettati all'estero sono mezzi di trasporto, meccanica e chimica.

Una su tre ha perso vendite all’estero

Ed è qui che le guerre commerciali e quelle combattute con le armi entrano direttamente nei bilanci delle aziende. Il 61% degli esportatori afferma che le instabilità geopolitiche degli ultimi due anni non hanno prodotto effetti rilevanti sui propri flussi. Ma il 31%, praticamente un'impresa su tre, ha subito una contrazione significativa delle vendite estere. Nella meccanica la quota sale al 40%, nel tessile al 39%.

Solo il 6% ha già ricollocato l'export verso mercati considerati più sicuri e appena il 2% è riuscito a trasformare le turbolenze in nuove opportunità. Le grandi aziende mostrano una capacità di reazione nettamente superiore: soltanto il 15% denuncia perdite significative e il 19% ha già cambiato geografia delle vendite.

Il problema numero uno, peraltro, non sono neppure i dazi. È la logistica: costi, volatilità e colli di bottiglia nei trasporti vengono indicati come ostacolo dal 67% delle imprese e addirittura dal 98% di quelle dei mezzi di trasporto. Dazi, tariffe e sanzioni sono al secondo posto con il 41%, ma salgono al 66% tra le grandi aziende e al 64% nella moda biellese.

L’Europa torna rifugio

Così, nell’epoca della globalizzazione frammentata, le aziende piemontesi riscoprono la geografia corta. Alla domanda su dove concentrare o riposizionare l'export nei prossimi tre anni, l'82% indica l’Unione Europea. Seguono i Paesi europei extra-Ue e i Balcani al 29%, il Nord America al 25%, l’Asia al 22% e le altre aree al 16%.

Le grandi imprese restano molto più aggressive: il 49% guarda al Nord America e il 40% all’Asia. Biella è il territorio più orientato fuori dall’Ue, con Nord America al 43% e Asia al 39%; Novara e Vco guardano invece con maggiore interesse all’Europa non comunitaria. Non è ancora deglobalizzazione, ma certamente è una globalizzazione molto più guardinga.

Tornare a casa conviene

Ancora più interessante è ciò che sta succedendo alle catene produttive. Il 96% delle imprese piemontesi mantiene tuttora l’intera catena del valore in Italia. La delocalizzazione è soprattutto affare da grandi aziende: riguarda appena il 3% delle microimprese, mentre tra quelle con almeno 250 dipendenti la quota arriva al 30%. L’automotive è il comparto più esposto, con il 21% di filiere estere; all’opposto l’alimentare è radicato in Italia per il 98%.

E tra chi aveva portato fuori produzioni o forniture qualcosa sta cambiando. Il 62% non intende modificare l’attuale struttura estera, ma quasi quattro imprese su dieci hanno già avviato o stanno programmando un rientro: il 18% ha scelto il reshoring in Italia, il 6% il nearshoring verso Paesi più vicini e un altro 13% prevede di muoversi nei prossimi 12-24 mesi.

Vi è inoltre un altro dato che smonta qualche luogo comune: gli incentivi pubblici contano appena per il 5% nelle decisioni di rientro. A convincere le aziende sono soprattutto l’efficienza logistica e la certezza dei tempi, indicate dal 62%, e il valore del Made in Italy e degli standard qualitativi, al 38%. Per le grandi imprese pesano inoltre la riduzione del rischio geopolitico (41%) e la necessità di neutralizzare i dazi (36%).

La fiducia non riparte

È a questo punto che torna la contraddizione iniziale. I numeri reali migliorano, ma gli imprenditori non sembrano crederci fino in fondo. L’indice sintetico del clima di fiducia delle imprese manifatturiere piemontesi si attesta a 82,9, in recupero rispetto ad alcuni minimi recenti ma ancora molto lontano dalla soglia neutrale di 100. Dopo aver superato quella quota soltanto in alcune fasi del 2021-2022, la fiducia è rimasta stabilmente depressa negli ultimi anni. 

Non è difficile capire perché. Nelle slide Unioncamere richiama un Geopolitical Risk Index sopra quota 250, su livelli che non si vedevano dagli anni Novanta, alimentato dalla guerra russo-ucraina e dall'escalation mediorientale. Instabilità che significa prezzi di energia e materie prime più volatili, investimenti rinviati e filiere sempre più difficili da governare.

E infatti le strategie delle aziende stanno cambiando: il 39% pensa di ridurre l’esposizione estera rifocalizzandosi sul mercato interno, il 38% diversifica i fornitori attraverso il multi-sourcing, il 17% punta su automazione e Industria 5.0 e il 15% su reti d’impresa e consorzi.

Il risultato è un Piemonte industriale che cresce senza euforia. Produce di più, vende di più e riceve più ordini, mentre alcune filiere che parevano appannate – dal tessile al legno, fino all’alimentare – tornano a spingere. Ma contemporaneamente accorcia le catene, diversifica i fornitori, guarda di nuovo all’Europa e, quando può, riporta a casa pezzi della produzione.

Più che una ripresa nel senso tradizionale del termine, è un’industria che sta imparando a crescere dentro l’instabilità. E non a caso la stessa Unioncamere condensa il quadro in una formula che dice quasi tutto: “l’instabilità è la nuova normalità”.

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