BERLUSCONES

Zangrillo si ferma al Rosso,
lascia la guida di Forza Italia

Il ministro fa di necessità virtù e annuncia l'addio dopo nove anni: mancava il consenso per restare. Ora il congresso può celebrarsi già a ottobre con Red Patacca candidato alla successione. Nel bilancio dimentica il crollo dei parlamentari da 15 a 4

Alla fine il semaforo è diventato rosso davvero. E Paolo Zangrillo ha deciso di fermarsi prima che fossero gli altri a intimargli lo stop. Dopo nove anni alla guida di Forza Italia in Piemonte, il ministro della Pubblica amministrazione annuncia in un’intervista a Repubblica di lasciare la segreteria regionale e indica come successore il suo vice, il senatore Roberto Rosso. Una decisione presentata come esempio di quel rinnovamento che Zangrillo invoca per il partito, ma che ha soprattutto il sapore di una scelta obbligata: prendere atto che attorno alla sua riconferma non esisteva quel consenso unanime che avrebbe consentito di celebrare il congresso senza trasformarlo in una resa dei conti.

Esattamente il rischio che si profilava ormai da mesi. Prima il “semaforo Rosso”, poi le tensioni con Gilberto Pichetto, quindi l’insofferenza di una parte consistente del gruppo dirigente, fino agli strappi con Antonio Tajani e alle schermaglie attorno ai rapporti con Marina Berlusconi. Adesso Zangrillo fa buon viso a cattivo gioco e consegna le chiavi a colui che, in realtà, da parecchio tempo teneva in moto la macchina del partito.

Il passo indietro

Naturalmente, nella versione del diretto interessato, non c’è né una sconfitta né tantomeno una ritirata. C’è il nobile gesto del capo che applica a sé stesso la medicina prescritta agli altri. «In una fase di grandi trasformazioni, tutti dobbiamo cambiare. Non basta parlarne, chi ha posizioni di leadership deve dare l’esempio», spiega Zangrillo. E ricorda di essere segretario da nove anni, rivendicando la crescita del consenso e le due vittorie alle Regionali. Dice di aver discusso la successione con Alberto Cirio, Pichetto e il capogruppo alla Camera Enrico Costa, arrivando infine alla conclusione di «cedere la guida al senatore Rosso», del quale sostiene di aver testato nel tempo le capacità. Suma bin ciapà, si dice da queste parti

Proprio il confronto con Cirio, Pichetto e Costa certifica quanto da tempo era evidente. La permanenza di Zangrillo non era più una soluzione condivisa. E poiché la linea nazionale è quella di celebrare i congressi soltanto quando esiste una soluzione unitaria, rimuovere l’ostacolo era diventato la condizione per sbloccare il Piemonte. Nei mesi scorsi il principio era stato chiarissimo: assise senza mine sotto il tavolo, altrimenti rinvio. Ora le mine, almeno quella più grossa, sono state disinnescate. Salvo nuovi colpi di scena, il congresso piemontese potrà dunque celebrarsi, forse già a ottobre, e incoronare Rosso.

I magnifici nove anni

Nel congedarsi, Zangrillo traccia anche il bilancio della sua lunga gestione. E qui la memoria del ministro sembra diventare selettiva. Rivendica le due vittorie di Cirio alle Regionali e la crescita del consenso. Manca però dall’elenco un numeretto meno gratificante: quello della rappresentanza parlamentare piemontese di Forza Italia, passata nel frattempo da 15 a 4 eletti. Quindici ereditati dalla gestione Pichetto, quattro quelli rimasti. Un risultato che difficilmente finirà stampato sulla pergamena dei nove anni di successi.

Peraltro, anche il lavoro quotidiano di costruzione del partito è stato largamente affidato al fedelissimo Rosso, quello che nei circoli, tra amministratori, tessere e nomine ha fatto per anni ciò che Zangrillo assai meno volentieri faceva sul territorio. È il paradosso finale: il coordinatore rivendica il lavoro svolto e passa la mano proprio all’uomo che buona parte di quel lavoro lo ha svolto materialmente.

Largo a Red Patacca

Ed eccolo dunque, Roberto Rosso, per gli amici – e soprattutto per i detrattori – Red Patacca. Il soprannome, nato per distinguerlo dall’omonimo storico esponente berlusconiano piemontese, è già in qualche modo la cifra del personaggio

Classe 1967, il prossimo padrone della baracca azzurra piemontese ha alle spalle un itinerario politico che rende piuttosto elastico il concetto di appartenenza: Lega Nord, Alleanza Nazionale, infine Forza Italia. Insomma, uno che ha cambiato partiti più spesso delle cravatte, prima di trovare sotto le insegne berlusconiane una sistemazione decisamente più duratura.

È stato Pichetto a portarlo dentro la macchina azzurra, prima che Rosso diventasse l’uomo di Zangrillo e costruisse negli anni una propria rete di rapporti, anche nazionali. Fino al cortocircuito degli ultimi mesi: il delfino diventato possibile alternativa al capo e adesso successore designato. Già lo scorso autunno il suo protagonismo aveva messo in allarme Zangrillo e aperto concretamente il dossier successione. Non proprio una rivoluzione generazionale, dunque. Piuttosto un passaggio di consegne all’interno della stessa cerchia.

Tajani di “transizione”

Ma l’intervista contiene un altro passaggio assai più interessante del trasloco piemontese. Riguarda Tajani. Solo poche settimane fa Zangrillo aveva aperto pubblicamente la fronda contro il segretario, contestandogli metodo e gestione del partito, chiedendo maggiore collegialità e arrivando a chiamare in causa direttamente Marina e Pier Silvio Berlusconi. Aveva raccontato persino di aver chiesto personalmente a Marina un maggiore coinvolgimento. Un’iniziativa che aveva irritato non poco il vertice azzurro e che si inseriva in rapporti con la famiglia del fondatore assai più complessi di quanto Zangrillo lasciasse intendere.

Oggi i toni mutano d’intensità. Tajani diventa «la figura più adatta per la transizione», uomo di esperienza anche internazionale. Ma l’elogio ha una data di scadenza incorporata: «Guardando in prospettiva, è legittimo porsi il tema di nuove leadership, a tutti i livelli», dice il ministro. In sintesi, Antonio va benissimo. Per ora.

E quando gli chiedono se l’area Tajani abbia lavorato contro di lui, Zangrillo sfodera il fioretto: sostiene di non aver ancora capito quale sarebbe questa area e assicura di non appartenere ad alcuna corrente. Poi ammonisce contro le «lotte tra bande per il potere». Curiosa conclusione dopo mesi trascorsi proprio tra conte, correnti, tessere, congressi congelati e telefonate a casa Berlusconi.

Dal medico del Cavaliere

Si chiude così una stagione iniziata nove anni fa per investitura dall’alto. Zangrillo arrivò alla guida degli azzurri piemontesi senza un radicamento politico ma con un cognome molto conosciuto ad Arcore: è fratello di Alberto Zangrillo, per anni medico personale di Silvio Berlusconi. Gli avversari interni arrivavano a malignare che al momento della nomina non avesse neppure la tessera del partito. Poi vennero nove anni di gestione, il ministero e anche quel soprannome, “Zangrullo”, nato da un fortunato refuso della Busiarda e rimastogli appiccicato addosso.

Adesso Zangrullo se ne va invocando il rinnovamento e lasciando il posto a Red Patacca. Un ricambio che, almeno sul piano dei nomignoli, promette continuità. Sul piano politico, invece, il significato è molto più netto: Zangrillo ha preso atto di non avere i numeri e soprattutto l’unità necessaria per chiedere altri anni alla guida del Piemonte. Il semaforo, per Rosso, è diventato verde.