Sì Tav, la piazzetta è servita:
in duecento sotto il Comune
13:14 Domenica 27 Settembre 2026
Otto anni fa erano 40mila, nel 2019 circa 20mila. "Oggi diciamo no alla violenza". Cirio trasforma la manifestazione in "presidio di democrazia", mentre Lo Russo e la Giunta disertano e il centrodestra va all'attacco. Un flop previsto. E Portas attacca manifesti
Alla fine, piazzetta fu. Duecento persone, meno che più, davanti a Palazzo Civico per dire sì alla Torino-Lione e soprattutto no alla violenza dopo l’assalto del 25 luglio al cantiere di Chiomonte. Nel 2018 erano oltre trentamila, l’anno successivo circa ventimila. Stamattina erano un centesimo o giù di lì. Non è un confronto perfettamente sovrapponibile, perché sono cambiati tempi, condizioni e persino la ragione della convocazione. Ma è esattamente per questo che nei giorni scorsi lo Spiffero aveva raccontato dubbi, distinguo e defezioni dentro lo stesso mondo Sì Tav. E alla fine i fatti hanno confermato le premesse.
Mino Giachino non si sottrae al confronto con il passato, ma ne contesta implicitamente il metro. Otto anni fa, ricorda, la Torino-Lione rischiava davvero di saltare: al governo c’era una maggioranza con dentro il Movimento 5 Stelle e a Torino governava Chiara Appendino, dichiaratamente contraria all’opera. Oggi la situazione è completamente diversa. «Abbiamo avuto un attacco violentissimo, mai visto prima, il 25 luglio», spiega il madaMino. E dunque il senso dell’appuntamento non sarebbe stato contarsi sulla Tav, bensì alzare un argine contro la violenza.
Una spiegazione che ha una sua evidente fondatezza. E che, tuttavia, era precisamente alla base delle perplessità manifestate prima dell’appuntamento da alcuni protagonisti storici del fronte favorevole all’opera.
Le profezie degli assenti
Giovanna Giordano, una delle madamin della storica mobilitazione del 2018, aveva spiegato allo Spiffero perché sarebbe rimasta a casa: allora c’erano una sindaca No Tav e un governo che poteva bloccare l’opera, oggi quelle condizioni non esistono più. Per questo aveva giudicato inutile tornare in piazza, intravedendo nell’iniziativa soprattutto una ricerca di visibilità e paventando persino il rischio di fare un favore agli avversari della Torino-Lione.

Ancora più netto era stato Stefano Esposito, uno che sul Sì Tav ha consumato parecchie suole e anche qualche pezzo della propria carriera politica. Aveva definito l’iniziativa inutile e potenzialmente dannosa, sostenendo che oggi servirebbe semmai tornare a discutere di numeri, traffici, costi e benefici dell’opera anziché tentare di rievocare una stagione politica irripetibile.
E persino Alberto Cirio, che stamattina c’era e ci ha messo la faccia, avrebbe preferito un’altra formula. Nei giorni scorsi avevamo raccontato il suo tentativo di convincere Giachino a spostare l’iniziativa direttamente a Chiomonte, davanti al cantiere: un flash mob contro la violenza, anziché una piazza torinese inevitabilmente destinata a essere confrontata con quelle oceaniche del 2018 e del 2019. Giachino ha tirato dritto. E Cirio ha mantenuto l’impegno.
Da manifestazione a “presidio”
Forse proprio per questo le parole scelte stamattina dal presidente della Regione sono interessanti. «Questo è un presidio di democrazia. Questa non è una manifestazione», puntualizza Cirio. La manifestazione, dice, «c’è già stata», quando la Tav era ferma e bisognava difenderla. Oggi invece l’opera «sta andando avanti giorno per giorno, metro per metro» e l’obiettivo è ribadire che la violenza non può fermarla. Una distinzione lessicale che risolve anche il problema dei numeri: se non è una manifestazione, non ha senso paragonarne l’affluenza con quella delle grandi mobilitazioni di otto anni fa.
Cirio insiste soprattutto sugli assalti dell’estate. Il dissenso, afferma, appartiene alla democrazia, mentre «essere violenti vuol dire essere criminali». L’ex sottosegretario Giachino usa toni altrettanto duri e guarda già alla prossima fase dei lavori: quando si aprirà il cantiere nella Piana di Susa e dagli attuali cinquanta lavoratori si passerà, nelle sue parole, a circa mille, quanto accaduto il 25 luglio potrebbe rivelarsi soltanto una prova generale di tensioni ben maggiori. È questo il messaggio politico più solido uscito dalla mattinata: la Torino-Lione non è più da salvare da una decisione politica, ma i suoi cantieri devono essere difesi dagli attacchi dei militanti antagonisti.
Il grande assente di Palazzo Civico
Il grande assente è Stefano Lo Russo. Ieri il sindaco aveva ribadito che la Torino-Lione è strategica per Torino e per tutto il Nord-Ovest, ricordando anche il rientro della Città e della Città Metropolitana nell’Osservatorio. Alla manifestazione, però, non sarebbe andato per «impegni assunti in precedenza».Stamattina la sua assenza è stata notata eccome. E non soltanto la sua: davanti alle finestre del Municipio non si è visto nessun rappresentante della Giunta comunale.
Cirio non affonda, ma la stilettata arriva: «Ognuno fa quello che ritiene». Poi rivendica di essere lì non semplicemente come cittadino, ma come presidente della Regione, perché la Tav figurava nei programmi con cui è stato eletto e rieletto. Più esplicito Maurizio Marrone. Il vicepresidente della Regione e aspirante sfidante di Lo Russo mette insieme Torino-Lione e prossime Comunali e chiede a chi si proclama favorevole all’opera di assumere un impegno: non allearsi con partiti apertamente contrari. Il bersaglio è il campo largo che Lo Russo sta cercando di costruire per il 2027, nel quale dovrebbero convivere il Pd del sindaco, Avs e possibilmente il Movimento 5 Stelle. Proprio il disegno politico sul quale lo stesso primo cittadino Pd, alla Festa dell’Unità, aveva aperto ai pentastellati continuando però a difendere senza esitazioni la Torino-Lione.
Cirio porta lo stesso ragionamento sul piano nazionale: se una coalizione comprendente forze contrarie alla Tav arrivasse al governo, sostiene, esisterebbe il rischio di nuovi ostacoli all’opera. È un argomento politico del centrodestra, destinato evidentemente a diventare uno dei temi della prossima campagna elettorale.
La Lega chiama Lo Russo in aula
La Lega decide intanto di trasformare l’assenza del sindaco in un caso da Sala Rossa. Fabrizio Ricca ed Elena Maccanti annunciano che chiederanno formalmente a Lo Russo di riferire in Consiglio comunale. La domanda non riguarda soltanto il suo forfait, già motivato con precedenti impegni, ma soprattutto il fatto che nessun assessore abbia rappresentato la Città a pochi metri — anzi, a pochi passi — dalla porta del Municipio. Per il Carroccio, essendo l’appuntamento rivolto anche contro la violenza politica, Palazzo Civico avrebbe dovuto assicurare una presenza istituzionale indipendentemente dalle appartenenze.
Ed è probabilmente questo il lascito di una mattinata numericamente assai modesta: una manifestazione nata per dire no alla violenza finisce per diventare un test sulle contraddizioni delle coalizioni.
Portas, Sì Tav colla e scopettone
E mentre in piazza Palazzo di Città si contavano i presenti e soprattutto gli assenti, Mimmo Portas aveva trovato un modo tutto suo per partecipare alla giornata. Non sotto il Municipio, bensì davanti a un tabellone delle affissioni, armato di colla e scopettone, a incollare personalmente i manifesti dei Moderati e di Demos: «Le liste civiche del centrosinistra Sì Tav. No alla violenza». Sotto, i nomi dello stesso Portas e di Elena Apollonio, accompagnati dallo slogan «Forze del buonsenso».
Una coincidenza che sembra studiata da un regista. Mentre il sindaco Lo Russo disertava il presidio e dal centrodestra gli veniva rinfacciata l’assenza, uno dei suoi alleati più insofferenti verso la sinistra della coalizione tappezzava Torino per ricordare che nel centrosinistra c’è anche chi sulla Torino-Lione non vuole lasciare spazio ad ambiguità.
E Portas, soprattutto, non arriva oggi sull’argomento. I Moderati sono stati il controcanto più insistente a Lo Russo sulla vicenda Askatasuna, contestando le aperture verso il centro sociale e chiedendo da tempo al sindaco di non farsi schiacciare sulle posizioni di Avs. Adesso il messaggio diventa persino plastico: Sì Tav e no alla violenza, proprio mentre il Pd cerca di tenere insieme un campo largo nel quale siedono, o dovrebbero sedere, forze che sulla Torino-Lione la pensano in maniera opposta.
C’è persino un dettaglio involontariamente perfetto nella fotografia: il manifesto dei Moderati è affisso accanto a quello della Festa dell’Unità del Pd, chiusa da settimane. Alleati sul tabellone, molto meno sulla Tav. Così, nella domenica in cui tutti chiedevano di «metterci la faccia», Portas ce l’ha messa davvero. Solo che invece della piazzetta ha scelto il manifesto.
Duecento e non sentirli
Alla fine restano quei duecento. C’erano Cirio, Marrone, Giachino, esponenti della Lega, di Azione e dell’area radicale; Carlo Calenda, annunciato nei giorni scorsi, è rimasto bloccato in Sicilia e ha mandato un messaggio di sostegno. La Cisl, coerentemente con le precedenti mobilitazioni, ha aderito. Lo Russo no. Il Pd, sostanzialmente, neppure.
Otto anni fa la piazza serviva a dimostrare che Torino non era No Tav nonostante la sua amministrazione. Oggi non c’era nulla del genere da dimostrare. Ed è precisamente la ragione per cui Giordano, Esposito e, con modalità diverse, lo stesso Cirio avevano espresso perplessità sull’operazione.
Giachino può dunque rivendicare che l’obiettivo non fosse riempire una piazza, ma tenere acceso un faro sulla violenza. È una lettura legittima e coerente con ciò che ha detto oggi. Resta però un dato: quando si convoca una piazza, alla fine la piazza si conta. E la “piazzetta” che avevamo raccontato prima che si riempisse, stamattina si è materializzata: duecento persone davanti al Comune e parecchie migliaia di assenti rispetto alle stagioni in cui il Sì Tav era davvero una battaglia da combattere.



