CAPITALISMO MUNICIPALE

Iren, sindacati all'attacco presentano il conto ai vertici

Investimenti insufficienti, organici carenti, carichi di lavoro e rischi per i servizi: le sigle aprono la vertenza e indicano nei blackout torinesi il segnale delle criticità. La protesta irrompe alla vigilia del confronto dell’8 ottobre a Genova sui futuri assetti

Altro che deleghe, pesi e riconferme fino al 2031. Mentre attorno a Iren è già incominciato il lavorio per decidere chi dovrà comandare domani, i sindacati presentano il conto su come la multiutility viene gestita oggi. E lo fanno proclamando lo stato di agitazione in tutto il gruppo: pochi investimenti, organici insufficienti, carichi di lavoro sempre più pesanti, problemi di sicurezza e servizi che ne pagherebbero le conseguenze. Con una stoccata che riporta dritti a Torino: i blackout sarebbero «un segnale delle criticità denunciate».

A muoversi è un fronte sindacale praticamente compatto: Filctem e Fp Cgil, Femca, Flaei e Fit Cisl, Uiltrasporti e Uiltec Uil. «Da tempo il confronto con il Gruppo Iren non dà risposte concrete», scrivono le organizzazioni, annunciando una mobilitazione che arriva nel momento meno opportuno per i vertici della multiutility.

Il conto dei blackout

L’elenco delle contestazioni è pesante. I rappresentanti dei lavoratori denunciano «la carenza degli investimenti, organici carenti e carichi di lavoro sempre più impegnativi», con conseguenze che non riguarderebbero soltanto il personale e la sua sicurezza, ma anche la qualità dei servizi elettrici, del gas, dell’acqua e dell’ambiente.

Poi la frase destinata a riaprire una ferita ancora fresca: «I blackout di Torino sono un segnale delle criticità denunciate». Proprio le ripetute interruzioni dell’energia nel capoluogo piemontese avevano fatto saltare i nervi al sindaco Stefano Lo Russo, contribuendo a incrinare il rapporto con il presidente Luca Dal Fabbro. Palazzo Civico aveva chiesto spiegazioni e soprattutto garanzie sugli investimenti necessari per adeguare e rendere più resiliente la rete. Adesso sono i sindacati a sostenere che dietro quei disservizi ci sarebbe un problema ben più ampio, che riguarda investimenti, personale e organizzazione del lavoro. Non una buona notizia per Dal Fabbro, che in queste settimane continua a fare sfoggio di serenità, almeno apparente, di fronte alle manovre torinesi sul futuro della società.

Tutti a Genova

La grana sindacale esplode infatti alla vigilia di un passaggio decisivo. L’8 ottobre a Genova si riunirà il Patto di sindacato di Iren, due giorni dopo il termine entro il quale uno dei soci potrebbe comunicare la disdetta dell’accordo. Nessuno, salvo sorprese, ha intenzione di farlo. Ma proprio la conferma del Patto aprirà la discussione sul suo contenuto sostanziale: chi pesa quanto e, soprattutto, chi dovrà comandare domani.

Attorno al tavolo ci sono tre città e tre interessi non sempre coincidenti. Torino, tornata primo azionista con circa il 19,1 per cento, pretende che il nuovo rapporto di forza trovi riscontro nella governance. Genova, pur avendo perso il primato azionario prima dell’insediamento di Silvia Salis, non ha alcuna intenzione di arretrare. La sindaca e soprattutto il suo vicesindaco Alessandro Terrile, che segue direttamente il dossier delle partecipate, vogliono ridiscutere deleghe e pesi e arrivano all’appuntamento di Palazzo Tursi decisi a far valere il ruolo ligure, allargando la propria partecipazione a La Spezia.

Poi c’è Reggio Emilia, con il sindaco Marco Massari, chiamato a difendere un’influenza che storicamente è stata ben superiore al peso della partecipazione diretta. E a tenere insieme il complicato condominio Cesare Beggi, segretario del Patto e da anni snodo degli equilibri tra azionisti pubblici, territori e azienda. Il rinnovo dell’accordo, insomma, non significa affatto il congelamento della situazione. Semmai il contrario.

La trimurti sotto pressione

Se c’è chi dalla singolare tripartizione del potere costruita in Iren non pare averci rimesso, sono proprio Dal Fabbro, il vice Moris Ferretti e l’ad Gianluca Bufo che hanno visto consolidarsi un sistema di deleghe che avrebbe dovuto garantire l’equilibrio tra i territori e che invece non ha impedito il riaccendersi dello scontro tra i soci.

Dal Fabbro continua a minimizzare. Secondo quanto viene riferito, il presidente considera le mosse di Lo Russo soprattutto scaramucce preelettorali. La sua lettura è piuttosto maliziosa: in vista delle Comunali torinesi del 2027, il sindaco avrebbe bisogno di mantenere aperta la prospettiva di un ricambio al vertice per poter lasciare intravedere a questo o a quello qualche futura casella di peso, compresa quella dell’amministratore delegato.

Meno appalti, più investimenti

Adesso, però, la protesta dei lavoratori introduce nel confronto un elemento difficile da ridurre alla guerra delle nomine. I sindacati chiedono il rispetto degli accordi, una contrattazione che recuperi il «gap economico e normativo», la valorizzazione delle professionalità e maggiori tutele nei processi che riguardano appalti e società acquisite.

Ma è soprattutto la conclusione del documento unitario a suonare come un atto d’accusa contro il modello seguito dal gruppo. Iren, sostengono, deve tornare a «investire nelle persone e nelle infrastrutture», garantendo servizi efficienti alle città, e non trasformarsi in «una semplice stazione appaltante o peggio un elemento economico per elargire dividendi sempre più importanti a spese dei lavoratori».

Parole destinate ad arrivare dritte sul tavolo dell’8 ottobre. Perché Salis, Lo Russo e Massari potranno discutere di percentuali, deleghe, presidenze e amministratori delegati. Ferretti potrà continuare a guardare al 2031 e Dal Fabbro a liquidare le manovre torinesi come schermaglie elettorali. Ma lo stato di agitazione pone ai soci una questione assai meno rinviabile: mentre discutono su chi dovrà governare Iren domani, i lavoratori contestano il modo in cui Iren viene governata oggi.