SACRO & PROFANO

La bandiera Pride diventa una svastica: bufera sul segretario del vescovo di Aosta

Un'immagine su WhatsApp scatena la protesta dopo il corteo con oltre tremila persone. Il mellifluo monsignor Lovignana si limita a precisare che si tratta di un "parere personale". Gli organizzatori: "Non è la presa di distanza che avevamo chiesto"

Il mellifluo Franco Lovignana predica prudenza, il suo giovane segretario personale Gilbert Turcotti pensa invece a tenere frizzante l’aria della Curia valdostana. E così, all’indomani dell’Aosta Pride, con oltre tremila persone in strada, dalla cerchia più stretta del vescovo arriva un’immagine destinata a fare esattamente l’opposto di ciò che normalmente ci si aspetta dagli ovattati corridoi episcopali: la bandiera arcobaleno che, con un gioco grafico, si trasforma in una svastica. Sotto, poche parole: «Questioni di prospettiva...».

A pubblicarla sul proprio stato WhatsApp è stato proprio Turcotti, laico e segretario personale del vescovo di Aosta. Un gesto affidato a un canale personale, dunque, ma compiuto da chi personale del tutto non è, almeno per il ruolo che ricopre accanto a monsignor Lovignana, che è anche vicepresidente della Conferenza episcopale piemontese.

La vicenda, raccontata oggi dal settimanale locale Gazzetta Matin, ha immediatamente provocato la reazione del Comitato Aosta Pride. «Trasformare la bandiera del Pride in una svastica è un insulto alla memoria delle persone omosessuali e trans perseguitate, deportate e uccise dal nazismo», ha dichiarato la portavoce Alice Sartore. Un paragone, quello suggerito dall'immagine, che non poteva passare inosservato. Tanto meno dopo una manifestazione che sabato ha portato per le strade di Aosta oltre tremila persone. E infatti la polemica è arrivata rapidamente fino alla porta del vescovo.

Lovignana prende le distanze

Lovignana ha scelto la via che gli è più congeniale: toni felpati e una presa di distanza costruita con il righello. Nel comunicato ufficiale diffuso oggi dalla Diocesi non compare neppure il nome di Turcotti. Il vescovo precisa che la posizione della Chiesa valdostana su qualunque avvenimento o argomento viene espressa «sempre ed esclusivamente» attraverso i propri canali ufficiali: predicazione pubblica, messaggi, lettere, eventuali interviste del presule e ufficio stampa, Poi la frase che dovrebbe chiudere il caso: «Ogni altra presa di posizione, da chiunque espressa, riveste il carattere di parere personale di chi la esprime».

Insomma, la bandiera che diventa svastica appartiene a Turcotti, non alla Diocesi. Formalmente ineccepibile. Politicamente – e soprattutto ecclesialmente – assai più complicato, perché l’autore non è un fedele qualunque che commenta dal proprio divano, ma il segretario personale del vescovo. Ed è precisamente su questo crinale che insiste il Pride. Per gli organizzatori, la nota episcopale non basta: «Non è la presa di distanza che avevamo chiesto». Avrebbero voluto una condanna esplicita del contenuto pubblicato da Turcotti, mentre Lovignana ha preferito tracciare il confine tra opinioni personali e voce ufficiale della Diocesi senza entrare nel merito dell'immagine.

La quiete dura poco

La vicenda finisce così per produrre un curioso contrasto. Da una parte il vescovo, con la consueta cautela lessicale, intento a evitare che l’uscita del collaboratore venga attribuita alla Chiesa valdostana. Dall’altra il suo segretario che, con sui social, riesce a incendiare in poche ore il dibattito lasciato dietro di sé dal Pride.

Nella piccola Aosta, dove anche le polemiche hanno distanze ridotte e finiscono presto per bussare alle porte della Curia, il risultato è che Lovignana si ritrova a dover spegnere un incendio acceso a pochi passi dal suo ufficio. E per una volta, nell’asfittica atmosfera ecclesiastica valdostana, non si può certo dire che sia mancata l’aria.

print_icon