ALTA TENSIONE

Il 7 ottobre diventa "resistenza". Torino per Gaza sta con Hamas

Nel giorno del massacro, la rete pro Pal convoca un dibattito al Campus Einaudi con l'associazione di Hannoun. L'Università dice che l’evento non è autorizzato, ma i precedenti raccontano un ateneo ostaggio dei collettivi. Vernetti: una contromanifestazione

C’è una data che, più di ogni altra, dovrebbe imporre almeno il peso delle parole. È il 7 ottobre, giorno dell’attacco con cui nel 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi irruppero nel sud di Israele, massacrando circa 1.200 persone e prendendo centinaia di ostaggi. Tre anni dopo, a Torino, quella stessa giornata è stata scelta dalla galassia pro Pal per un appuntamento dal titolo che difficilmente lascia equivoci: “Tre anni di genocidio, tre anni di resistenza”.

Così è intitolato il dibattito annunciato per mercoledì 7 ottobre alle 18.30 al Campus Luigi Einaudi e porta le firme della rete Torino per Gaza e dell’Associazione Palestinesi in Italia. Ed è proprio l’accostamento tra la data e quella parola, “resistenza”, ad aver acceso la miccia. L’Università di Torino, però, prende le distanze: l’evento non è autorizzato dall’Ateneo, ha fatto sapere la rettrice Cristina Prandi. È evidente che Il problema non è manifestare per Gaza: non è denunciare le migliaia di vittime palestinesi e neppure quello di contestare il governo di Benjamin Netanyahu.

La “resistenza” del 7 ottobre

È assai difficile liquidare tutto come un malinteso semantico. Non è infatti la prima volta che Torino per Gaza associa il 7 ottobre alla “resistenza”. Già lo scorso anno, davanti alle prescrizioni della Questura che chiedeva di cambiare data e tenere una manifestazione statica, il coordinamento confermò la mobilitazione con uno slogan piuttosto eloquente: «Siamo resistenza! Nessun divieto può fermare le piazze». L’obiettivo dichiarato era «ribaltare una narrazione che vede il 7 ottobre 2023 come l’inizio e la giustificazione di tutto».

Ora ci risiamo. Stesso giorno, stessa parola. Naturalmente “resistenza” può significare molte cose e gli organizzatori possono sostenere di riferirsi alla causa palestinese nel suo complesso. Ma quando si sceglie deliberatamente il 7 ottobre per scriverla a caratteri cubitali su una locandina, la questione non è più soltanto ciò che si voleva dire: è ciò che si decide di evocare. Perché quella data ha un significato preciso. Prima della reazione israeliana, prima della devastazione di Gaza e delle responsabilità del governo Netanyahu, ci sono stati gli uomini di Hamas entrati nei kibbutz e nelle case israeliane, le uccisioni, i sequestri e il massacro al Nova Festival. Chiamare proprio quel giorno “resistenza” significa quantomeno accettare un’ambiguità che, dopo tre anni, non può più essere considerata involontaria.

La compagnia di Hannoun

Poi ci sono gli organizzatori. Accanto a Torino per Gaza compare l’Associazione Palestinesi in Italia. A presiederla è Mohammad Hannoun, dal 27 dicembre in carcere nell’inchiesta della Dda di Genova che lo indica come uno dei perni della presunta rete italiana di finanziamento ad Hamas. Secondo l’accusa, Hannoun sarebbe stato il vertice della cellula italiana del comparto estero dell’organizzazione terroristica. Interessante è osservare come Torino per Gaza reagì agli arresti.

Nessuna prudente presa di distanza in attesa che la magistratura chiarisse i fatti. Il coordinamento bollò l’inchiesta come un «attacco repressivo», sostenendo che servisse a «reprimere, incarcerare e zittire» chi sostiene la Palestina. Arrivò a parlare di «asservimento più totale del governo italiano» a Israele e Stati Uniti e di un impianto accusatorio dalla «volontà squisitamente politica». Non è una prova delle accuse mosse a Hannoun, ovviamente. È però un fatto politico che aiuta a capire quale sia il retroterra della rete che oggi pretende di celebrare la “resistenza” il 7 ottobre.

Un fronte con Askatasuna

Perché Torino per Gaza non è un innocuo comitato umanitario nato per raccogliere medicinali e sensibilizzare sulle sofferenze della popolazione palestinese. È un coordinamento nel quale confluiscono realtà molto diverse e di cui fa parte anche Askatasuna. Lo riportava la stessa rete nella presa di posizione sull’inchiesta Hannoun. E la sua storia recente racconta parecchio.

L’8 giugno scorso una cinquantina di militanti di Torino per Gaza, Askatasuna, collettivi universitari e Giovani palestinesi contestarono il convegno di Sinistra per Israele al quale partecipavano Mercedes Bresso ed Emanuele Fiano. Non un raduno di sostenitori di Netanyahu: il titolo era, significativamente, “Sconfiggiamo Netanyahu”. Eppure fuori comparvero lo striscione «Israele, che tu sia di destra o di sinistra, rimarrai uno Stato terrorista» e soprattutto il coro «Fuori i sionisti da Torino». Un episodio che aiuta a capire quale significato assuma, in quella galassia, la parola “resistenza”. Perché qui non siamo più davanti alla semplice contestazione del governo israeliano.

Ad aprile un altro corteo promosso da Torino per Gaza aveva sfilato dietro lo striscione «Viva la resistenza popolare». Davanti alla sede dell’Associazione Italia-Israele una bandiera israeliana era stata strappata e calpestata; furono inoltre bruciati fogli con le bandiere di Israele e degli Stati Uniti. La Prefettura, proprio in vista di quella manifestazione, aveva disposto specifici divieti su oggetti atti a occultare il volto, fumogeni e materiali potenzialmente offensivi, motivandoli con la necessità di prevenire incidenti provocati da eventuali soggetti intenzionati a infiltrarsi nel corteo con finalità violente.

L’Università chiude la porta, a parole

L’Università si affretta a precisare che l’appuntamento del 7 ottobre «non è autorizzato». Stamattina la rettrice Prandi prende nettamente le distanze: l’iniziativa non coinvolge l’Ateneo, non è mai stata richiesta né autorizzata e della vicenda sono state informate le autorità competenti. Prandi definisce inoltre «provocatoria» la scelta del 7 ottobre, giornata «segnata dal dolore», ribadendo il rispetto per tutte le vittime civili. Una presa di distanza formalmente ineccepibile. Formalmente, appunto. Perché al Campus Luigi Einaudi, da qualche anno, tra ciò che autorizza il Rettorato e ciò che effettivamente accade dentro le aule corre talvolta una distanza considerevole.

Il precedente più pesante risale al 15 maggio 2025. Al Campus avrebbe dovuto tenersi un incontro promosso, tra gli altri, dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia e da Studenti per Israele, dedicato proprio all’università come luogo di democrazia e di contrasto all’antisemitismo. Un centinaio di attivisti pro Pal irruppe nell’aula e impedì di fatto lo svolgimento dell’iniziativa. Gli organizzatori tentarono di spostarsi nell’aula magna, ma i contestatori li seguirono anche lì. L’Ugei denunciò sputi, minacce e aggressioni; alla fine il convegno venne annullato.

Non è ovviamente un episodio isolato. Il Campus Einaudi appare ormai ostaggio dei collettivi, come testimonia una sequenza sempre più lunga di episodi. Dai militanti vicini ad Askatasuna che nel 2023 tentarono di impedire una conferenza del Fuan, fino all’“acampada permanente” di Cambiare Rotta per la Flotilla e all’assemblea nazionale dell’area antagonista ospitata lo scorso gennaio proprio al Campus, dopo un accordo con l’Ateneo. In mezzo, occupazioni, contestazioni e iniziative sgradite impedite o interrotte.

Ecco perché il “non autorizzato” opposto adesso dall’Università rischia di essere poco più di una dichiarazione agli atti. Torino per Gaza ha già indicato il Campus come sede. Il 7 ottobre si vedrà chi, da quelle parti, ha davvero l’ultima parola.

Una contromanifestazione

A non accontentarsi della presa di distanza dell’Università è soprattutto Gianni Vernetti, parlamentare e sottosegretario agli Esteri nel secondo governo Prodi, da tempo tra le voci più nette nel denunciare Hamas e l’antisemitismo mascherato da antisionismo. È stato lui a sollevare il caso, chiedendo l’intervento della rettrice Prandi, del sindaco Stefano Lo Russo e della Questura contro quella che definisce una «inaccettabile apologia del terrorismo». Contro l’iniziativa si sono mossi anche i senatori di Italia Viva Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto, contestando soprattutto l’utilizzo della parola “resistenza” proprio nella ricorrenza dell’attacco di Hamas.

Ma Vernetti non intende fermarsi alle lettere e alle telefonate. Nell’area di Spazio Pubblico, il movimento liberal-riformista promosso dalla vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, e di Europa Radicale si sta ragionando su una contromanifestazione qualora l’appuntamento pro Pal venisse confermato. L’idea è contrapporre alla “resistenza” celebrata proprio il 7 ottobre il ricordo delle vittime del massacro di Hamas. Una risposta politica, dunque, ma anche una sfida al Comune e all’Ateneo: se Torino per Gaza deciderà comunque di presentarsi al Campus, non sarà l’unica voce a farsi sentire.

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