LE REGOLE DEL GIOCO

Lo "Stabilicum" non convince:
uno su due vuole le preferenze

Alla Camera il voto decisivo sulla riforma. Il sondaggio Swg boccia il sistema ibrido tra capilista bloccati e candidati scelti dagli elettori. Il 49% lo giudica negativamente, mentre sulle firme il Paese si divide a metà. E nel confronto col Rosatellum prevale "nessuno dei due"

La riforma elettorale arriva al passaggio decisivo proprio mentre gli italiani mostrano di non esserne particolarmente entusiasti. Il nuovo Radar di Swg, realizzato tra il 23 e il 25 settembre su 800 maggiorenni, mette sotto la lente alcuni dei punti più discussi dello Stabilicum: preferenze, capilista bloccati, rappresentanza di genere e raccolta delle firme. Il risultato è tutt’altro che un’investitura popolare: il meccanismo scelto per eleggere i parlamentari raccoglie più giudizi negativi che positivi e, nel confronto con il Rosatellum, la risposta più frequente è addirittura «nessuno dei due».    

Intanto a Montecitorio si entra nell’ultimo tratto dell’iter. Il Senato ha approvato il testo il 15 settembre con 113 sì, 71 no e due astenuti, modificando quello licenziato dalla Camera a luglio soprattutto con l’introduzione delle preferenze accanto ai capilista bloccati. Per questo la riforma è dovuta tornare a Montecitorio per la terza lettura. Il governo ha deciso di blindarla con la fiducia; il voto conclusivo è atteso nella prima settimana di ottobre. Resta però il voto finale segreto, ed è proprio qui che la maggioranza teme la possibile ricomparsa dei franchi tiratori che già nel primo passaggio alla Camera avevano affondato un emendamento sulle preferenze.

Lo Stabilicum alla prova finale

L’impianto ormai è definito: proporzionale, cancellazione dei collegi uninominali, soglia del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni, premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento, con un tetto rispettivamente di 220 e 113 seggi. Al momento della presentazione di simbolo e programma le forze politiche devono inoltre indicare il candidato alla presidenza del Consiglio che proporranno al capo dello Stato.

La novità politicamente più delicata introdotta dal Senato riguarda però il modo in cui saranno scelti gli eletti. Il primo candidato di ciascuna circoscrizione resta bloccato e quindi deciso dal partito; soltanto per gli eventuali seggi successivi intervengono le preferenze degli elettori, fino a tre e con alternanza di genere. È il compromesso trovato dopo mesi di tensioni dentro la stessa maggioranza. Ed è esattamente su questo compromesso che Swg ha interrogato gli italiani.

Agli italiani il compromesso non piace

Il giudizio è piuttosto netto. Soltanto il 33 per cento considera ottimo o buono il sistema ibrido con capilista nominato dal partito e preferenze per gli altri candidati. Il 49 per cento lo giudica scarso o pessimo, mentre il 18 per cento non sa esprimersi.

Ma il dato politicamente più interessante emerge quando Swg chiede quale sistema gli intervistati avrebbero preferito. La maggioranza assoluta, il 51 per cento, risponde: solo preferenze. Un altro 17 per cento accetterebbe un sistema ibrido, purché assegnasse maggiore peso alla scelta dell’elettore. Appena l’11 per cento vorrebbe esclusivamente liste bloccate e il 5 per cento un modello misto con ancora meno spazio alle preferenze. In altre parole, il 68 per cento si colloca tra chi vorrebbe esclusivamente preferenze e chi, comunque, ne reclama un peso maggiore.

E qui emerge anche una spaccatura politica enorme. Tra gli elettori della maggioranza il nuovo sistema raccoglie il 70 per cento di giudizi positivi; tra quelli dell’opposizione appena il 19 per cento. Specularmente, i giudizi negativi scendono al 19 per cento nell’elettorato di maggioranza e salgono al 66 per cento tra quello delle opposizioni. Più che un consenso trasversale sulle nuove regole del gioco, dunque, il sondaggio registra una divisione che ricalca gli schieramenti.

Il nodo delle donne

Molto meno definito il giudizio sulle norme relative alla rappresentanza di genere. Il testo non impone una quota femminile tra i capilista, mentre prescrive l’alternanza tra uomini e donne per i candidati sottoposti a preferenza. Nel listino collegato al premio di maggioranza è inoltre garantito alle donne almeno il 40 per cento dei posti.

Secondo l’istituto di ricerche, il 33 per cento considera queste garanzie insufficienti; il 28 per cento le ritiene sufficienti. Un altro 20 per cento contesta invece alla radice l’idea di introdurre norme specifiche per riequilibrare la rappresentanza di genere, mentre il 19 per cento non prende posizione. Tra le sole donne, le percentuali sono rispettivamente 33, 26, 18 e 23 per cento.    

Anche qui compare una marcata differenza politica: il 44 per cento degli elettori di opposizione considera insufficienti le misure, mentre tra quelli della maggioranza il 52 per cento le giudica adeguate.

Il muro delle firme divide

C’è poi una delle norme che ha provocato le proteste più dure delle formazioni esterne al Parlamento. Per presentarsi in tutti i collegi, secondo i calcoli, si passerebbe dalle circa 40 mila firme attuali a circa 372 mila. I partiti dotati di un gruppo parlamentare sarebbero esentati, mentre per le componenti del gruppo misto è previsto un regime più favorevole.

Qui l’opinione pubblica praticamente si spacca in due. Il 42 per cento approva l’inasprimento: il 27 per cento perché considera giusto frenare la proliferazione dei piccoli partiti e il 15 per cento in nome della stabilità. Il 41 per cento è contrario: il 18 per cento perché teme che una parte dei cittadini venga privata della possibilità di essere rappresentata e il 23 per cento perché ritiene che la norma protegga eccessivamente le forze già presenti in Parlamento. Il restante 17 per cento non si esprime.   

Anche questa volta l’appartenenza politica pesa moltissimo: tra gli elettori della maggioranza i favorevoli raggiungono il 75 per cento, mentre tra quelli delle opposizioni i contrari arrivano al 53 per cento.

Né Stabilicum né Rosatellum

Il dato forse più significativo arriva alla fine, quando agli intervistati viene chiesto semplicemente quale legge preferiscano. Lo Stabilicum raccoglie il 28 per cento, il vecchio Rosatellum il 21 per cento. Ma la risposta più numerosa è un’altra: nessuna delle due, 34 per cento. Un ulteriore 17 per cento non sa scegliere. Significa che soltanto il 49 per cento degli intervistati sceglie uno dei due sistemi messi sul tavolo, mentre il restante 51 per cento li respinge entrambi o non prende posizione.

Ancora più evidente è la politicizzazione del giudizio. Tra gli elettori della maggioranza il 65 per cento sceglie lo Stabilicum e appena il 10 per cento il Rosatellum. Nell’opposizione succede praticamente il contrario: soltanto il 10 per cento indica la nuova legge, il 43 per cento preferisce quella attuale e il 30 per cento non vuole nessuna delle due.

La fiducia e il voto segreto

È questo il clima nel quale la riforma affronta l’ultimo miglio parlamentare. Giorgia Meloni ha scelto di legare il governo al testo attraverso la questione di fiducia, spiegando la decisione con l’esigenza di «chiarezza» dopo quanto accaduto nel precedente passaggio a Montecitorio. Antonio Tajani ha assicurato che tra i deputati di Forza Italia non ci saranno franchi tiratori, pur precisando che per il suo partito la legge elettorale non rappresenta una priorità. La fiducia, tuttavia, mette al sicuro gli articoli sui quali viene posta, non necessariamente il voto conclusivo sulla legge, che può svolgersi a scrutinio segreto. Ed è lì che resta l'incognita politica.

A rendere tutto ancora più delicato sono gli effetti che il nuovo sistema potrebbe avere sugli schieramenti. Il premio scatta soltanto raggiungendo il 42 per cento: una soglia che rende decisiva non soltanto la forza dei singoli partiti, ma soprattutto il perimetro delle coalizioni. Le simulazioni pubblicate nelle ultime settimane mostrano infatti risultati molto diversi a seconda della collocazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e della composizione del centrosinistra.

È forse questo il dato politico che accompagna meglio quelli di Swg. In Parlamento la maggioranza vuole chiudere rapidamente la riforma e arrivare alle prossime Politiche con nuove regole. Fuori da Montecitorio, però, quelle regole non sembrano aver conquistato gli elettori: uno su due vuole le preferenze pure, il sistema ibrido viene bocciato dal 49 per cento e, dovendo scegliere tra vecchia e nuova legge, la risposta più frequente resta “nessuna delle due”.

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