Il congresso-trappola divide la Lega. Molinari stretto tra Romeo e Salvini
14:48 Martedì 29 Settembre 2026Appuntamento il 24 e 25 ottobre a Milano, manca solo il via libera del Federale. Il leader lombardo annuncia che non ci sta e include il Piemonte tra i territori del malumore. Il "Mol" condivide la richiesta di recuperare federalismo e identità, ma continua a tenersi fuori dalla fronda
La data c’è, il regolamento pure. Manca ancora il timbro del Consiglio federale, ma il congresso straordinario con cui Matteo Salvini vuole chiudere la lunga guerriglia dentro la Lega è ormai indirizzato verso il 24 e 25 ottobre a Milano. Peccato che, mentre la macchina organizzativa si mette in moto, uno dei principali destinatari dell’operazione abbia già annunciato di non volerci salire. «È un trappolone, può farselo da solo», dice Massimiliano Romeo.
E così le assise convocate per ricomporre il Carroccio rischia di certificare anzitutto la distanza tra due partiti che ormai discutono persino su dove e come discutere. Da una parte Salvini, deciso a chiedere nuovamente la fiducia di un congresso che lo aveva rieletto appena un anno e mezzo fa; dall’altra il fronte nordista che non ne chiede formalmente la testa, ma pretende di cambiare linea, organizzazione e soprattutto distribuzione del potere.
In mezzo c’è Riccardo Molinari. Il segretario piemontese è vicino a parecchie delle richieste avanzate da Romeo, Fontana e dagli altri esponenti settentrionali, ma finora si è fermato prima della rottura. Una posizione che adesso diventa ancora più delicata, visto che proprio Romeo inserisce esplicitamente il Piemonte tra i territori nei quali starebbe crescendo «un’insofferenza forte e diffusa».
Via al Congresso
La Commissione Statuto e Regolamento, presieduta dal responsabile organizzativo Maurizio Bosatra, ha concluso questa mattina i lavori trovando all’unanimità un accordo sul regolamento, sulla sede milanese e sulle date del 24 e 25 ottobre. La proposta dovrà ora essere approvata dal Consiglio federale. È la traduzione pratica della mossa che Salvini aveva tirato fuori a sorpresa dal palco di Pontida il 20 settembre. Nel giorno in cui le tensioni tra salviniani e nordisti erano diventate visibili persino sulle magliette dei militanti, il segretario aveva deciso di portare tutti al congresso.
Il significato attribuito da Salvini all’appuntamento era stato chiarissimo. Tornare davanti alla propria «famiglia» per chiedere se avesse ancora fiducia nel suo segretario, poi chiudere la discussione. Una volta votato, aveva avvertito, «la prima voce fuori posto» avrebbe dovuto spiegare ai militanti perché continuasse a fare regali alla sinistra. Una verifica della leadership, dunque, ma anche un tentativo di imporre una disciplina per il giorno dopo.
Romeo non ci sta
Nove giorni sono bastati per passare dalla cauta apertura alla rottura. Subito dopo Pontida, Romeo aveva definito il congresso un’occasione per confrontare le diverse sensibilità e non aveva neppure escluso, davanti alle domande dei cronisti, l’eventualità di una candidatura alternativa. Adesso cambia registro: «Matteo Salvini può farselo da solo». Il congresso è diventato un «trappolone».
La contestazione riguarda innanzitutto le regole. Romeo sostiene che a votare saranno sostanzialmente gli stessi delegati che nell’aprile 2025, al congresso federale di Firenze, riconfermarono Salvini per acclamazione. Se il corpo elettorale resta quello, sostengono i nordisti, la verifica richiesta dal segretario avrebbe un esito largamente prevedibile. Per questo Romeo non sembra intenzionato a presentarsi come sfidante. Anzi, continua a ripetere che nessuno ha chiesto a Salvini di dimettersi. Il problema, sostiene, non è il nome del segretario ma la direzione nella quale sta andando il partito. E qui la distanza diventa politica prima ancora che personale.
Salvini resti, ma non decida da solo
La proposta di Romeo è ormai esplicita: Salvini può restare al suo posto, purché venga affiancato da una sorta di «comitato elettorale», una squadra dotata di poteri reali capace di intervenire sulla linea politica. È una richiesta assai più impegnativa di quanto possa sembrare. Non si domanda la sostituzione del segretario, ma una diversa gestione della leadership. Meno verticale, più collegiale e soprattutto maggiormente condizionata dai territori.
Romeo parte da un giudizio molto severo sullo stato del partito. Parla di «caduta libera», di un trend elettorale che «fa spavento» e cita una perdita dello 0,2 per cento al mese. L’ultima rilevazione Ipsos Doxa richiamata nel dibattito interno colloca la Lega al 4,7 per cento; Salvini replica facendo circolare un sondaggio Emg Different che la accredita invece del 7,7. Numeri molto diversi, ma la battaglia politica dentro il Carroccio non aspetta che i sondaggisti si mettano d’accordo.
Per Romeo la ricetta è tornare a parlare di fisco, burocrazia e federalismo, recuperando la funzione di «sindacato dei territori». E soprattutto smettere di rincorrere Roberto Vannacci sul terreno della radicalizzazione. È esattamente uno dei punti sui quali Molinari si era espresso con maggiore durezza a Pontida.
Il Piemonte nel malumore
Romeo non limita infatti la rivolta alla Lombardia ma allarga il perimetro a Liguria e Piemonte, dove sostiene esista la stessa «insofferenza forte e diffusa». Che il Piemonte venga tirato dentro non è irrilevante, perché qui la Lega è guidata da uno dei dirigenti che meglio rappresentano l’ambiguità – o, se si preferisce, l’equilibrismo – di questa fase. Il “Mol” condivide buona parte della diagnosi nordista, ma non la terapia dello scontro. Sul palco di Pontida aveva rivendicato la Lega federalista, autonomista e territoriale di Umberto Bossi. Aveva evitato accuratamente di pronunciare il nome di Salvini, ma aveva riservato parole di fuoco a Vannacci, quel «signore che ha lordato questo palco» dopo aver giurato fedeltà al movimento. Il programma dell’ex generale, aveva detto, sembrava scritto «in una birreria di Monaco negli anni Venti». Altro che inseguirlo sulla destra.
Sul merito, dunque, Molinari e Romeo – colleghi alla guida delle pattuglie parlamentari di Camera e Senato – sono molto più vicini di quanto suggeriscano i toni utilizzati in questi giorni. Entrambi chiedono di recuperare l’identità settentrionale, entrambi considerano fallimentare l’inseguimento di Vannacci, entrambi vogliono rimettere al centro federalismo e territori. È sul modo di arrivarci che le strade si separano.
Molinari non sale sulle barricate
Il giorno dopo Pontida, il capogruppo alla Camera aveva già tracciato il limite oltre il quale non intendeva andare. «Non credo sarà un congresso di purghe», aveva detto, immaginando piuttosto un appuntamento dal quale uscire con «una linea condivisa» e capace di fermare le polemiche. Ancora più significativo era stato l’auspicio di un congresso «unitario», sul modello di Firenze.
Mentre Romeo oggi considera proprio i delegati di Firenze la prova che l’assise sia un «trappolone», Molinari aveva indicato quel congresso come modello di composizione. Due modi ormai molto diversi di guardare allo stesso appuntamento.
Il piemontese non vuole consegnare a Salvini un assegno in bianco, ma neppure trasformare il dissenso sulla linea in una battaglia per la segreteria. La posizione maturata dopo Pontida resta quella che avevamo descritto: cambiare la Lega senza necessariamente cambiare Salvini. Adesso, però, il problema diventa capire quanto sia ancora praticabile.
Tra Romeo e Salvini
Perché la radicalizzazione dello scontro restringe inevitabilmente lo spazio di chi prova a stare nel mezzo. Romeo dice che al congresso non andrà. Salvini lo convoca proprio per ottenere una legittimazione e mettere fine alle contestazioni. Se le posizioni resteranno queste, a Milano non si discuterà soltanto della linea politica: si misurerà anche chi riconosce ancora il congresso come luogo nel quale quella linea può essere decisa.
Per Molinari la questione è particolarmente sensibile. Se seguisse Romeo nella delegittimazione preventiva dell’assise, abbandonerebbe quella posizione di equilibrio mantenuta finora e finirebbe pienamente dentro la fronda. Se invece si schierasse senza condizioni con Salvini, dovrebbe spiegare a una parte della sua stessa base perché le richieste di ritorno al Nord sostenute dopo Pontida debbano essere archiviate. E Romeo, chiamando direttamente in causa il Piemonte, alza ulteriormente la pressione.
Il nodo delegati
Molto dipenderà dal regolamento che il Consiglio federale dovrà approvare. È lì che si capirà quanto il congresso sarà davvero aperto al confronto oppure assomiglierà alla verifica di fiducia immaginata da Salvini sul pratone.
Romeo ha già scelto la propria lettura: se votano gli stessi che hanno rieletto il segretario a Firenze, non c’è nulla da verificare. Il segretario, invece, considera proprio il congresso il luogo naturale nel quale misurare la fiducia e chiudere una stagione di contestazioni condotte anche attraverso interviste e dichiarazioni pubbliche.
Sono due concezioni opposte della crisi. Per Salvini il problema è l’indisciplina che logora il partito. Per i nordisti è la linea politica che sta facendo perdere consensi. Gli uni vogliono chiudere la discussione; gli altri vogliono cambiare il modo in cui vengono prese le decisioni.
Un mese di attesa
Mancano meno di quattro settimane al 24 ottobre. Se il Consiglio federale confermerà date e regolamento, il tempo delle formule elastiche si ridurrà rapidamente. Romeo ha già fatto la sua scelta: niente sfida a Salvini sul terreno predisposto da Salvini. Meglio continuare la pressione dall’esterno del congresso e chiedere una struttura collegiale con poteri veri.
Molinari, invece, resta nel punto in cui si era collocato dopo Pontida: vicino alle ragioni del Nord, lontano dalla guerra contro il segretario. E proprio per questo il Piemonte diventa uno dei territori da osservare. Non soltanto perché Romeo lo inserisce nella geografia del malcontento, ma perché qui si misura la possibilità che esista ancora una terza strada tra i fedelissimi e chi ormai considera il congresso una trappola. A Pontida Molinari aveva scelto di non pronunciare il nome di Salvini. A Milano sarà più difficile cavarsela con un silenzio.



