Cattolici, il vizio dell'arroganza
Giorgio Merlo 16:04 Venerdì 02 Ottobre 2026
Carlo Donat-Cattin nella prima repubblica li bollava come “sepolcri imbiancati”. Mino Martinazzoli, con raro sarcasmo, nella seconda repubblica li chiamava semplicemente “cattolici professionisti”. Al di là dell’efficacia della terminologia, entrambi gli appellativi appartengono alla stessa categoria. E cioè, si tratta di cattolici che, impegnati nella politica, pensano di avere l’esclusiva della rappresentanza dei cattolici stessi. O meglio, per essere più corretti e più precisi, si tratta di coloro che pensano - del tutto consapevolmente - di essere i migliori, i più coerenti e i più fedeli interpreti della tradizione del cattolicesimo politico, seppur nelle sue diverse e plurali sfumature e declinazioni, nella società italiana del momento. Gli esempi si potrebbero moltiplicare perché sono sotto gli occhi tutti. Sia nel passato e sia nel presente. Parlo di persone, come ovvio, e non solo di tendenze general/generiche.
Ora, e senza alcuna polemica pretestuosa o pregiudiziale, è indubbio che questa deriva è sempre stata presente nell’area cattolica italiana. Come ho ricordato poc’anzi, esisteva addirittura all’interno della Democrazia Cristiana, il principale “partito di cattolici” della storia democratica del nostro paese. Basti pensare, per citare un solo esponente autorevole e molto rappresentativo, al ruolo che ebbe concretamente in quel partito Oscar Luigi Scalfaro. O, per citare un’altra esperienza altrettanto concreta, ai cosiddetti “cattolici adulti” di prodiana memoria. Parliamo, cioè, di una modalità d’essere in politica che, al di là dei numeri che rappresentano o della reale consistenza politica ed elettorale, si auto attribuisce un ruolo esclusivo e quasi totalizzante della galassia cattolica. Ovvero, e molto semplicemente, si ritengono i più coerenti e, di conseguenza, i più titolati nel rappresentare i cattolici nella dialettica politica italiana. Del resto, è appena sufficiente registrare il commento della stampa progressista, e non solo, quando intervengono alcuni “cattolici” che militano nell’attuale Pd. Un partito che, come tutti sanno e del tutto legittimamente, è diventato con la guida Schelin non solo il principale partito della sinistra italiana - cosa, del resto, nota da molto tempo - ma esprime una linea politica riconducibile ad una sinistra radicale, massimalista e libertaria.
Eppure quando intervengono i cosiddetti “cattolici del Pd” larghi settori dalla stampa italiana, prevalentemente di sinistra e progressista, attribuiscono a queste dichiarazioni la voce più autorevole, più titolata e forse, e grottescamente, anche più coerente dei cattolici impegnati in politica nella società contemporanea. E questo in virtù di una investitura che, francamente ed oggettivamente, resta misteriosa e del tutto singolare se non addirittura anacronistica. Ma così è. Ecco perchè, e al di là di ogni polemica ideologica e, men che meno, di natura personale, si tratta di un elemento che incuriosisce ma che persiste, purtroppo, da molti decenni.
Forse, e lo dico sommessamente, è anche arrivato il momento per una osservazione che è talmente banale che non meriterebbe neanche di essere ricordata. Ma le circostanze quasi lo impongono. E cioè, nessuno, ma proprio nessuno, può rivendicare - ieri come oggi la riflessione non cambia affatto - di rappresentare in esclusiva i cattolici in politica. E, men che meno, può ritenersi più coerente o più titolato di altri nel rappresentare concretamente i valori contenuti nella dottrina sociale della Chiesa. E questo lo dico per un solo motivo. A volte il clericalismo e il confessionalismo trovano cittadinanza proprio nei settori che maggiormente li rinnegano e li denunciano. È una sorta di eterogenesi dei fini che non aiuta i cattolici e, soprattutto, non contribuisce a qualificare la politica partendo da una angolatura cattolica. Per questi motivi i “sepolcri imbiancati” e i “cattolici professionisti” erano, e restano, una realtà singolare e, soprattutto, del tutto anacronistica.



