La feluca di Comba

Dicono che… la diplomazia sia soprattutto l’arte di sapere che cosa dire e, soprattutto, che cosa non dire. Se è così, Fabrizio Comba può ormai considerarsi un maestro della materia. Anzi, un autore. Il deputato e coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia ha infatti dato alle stampe La Diplomazia Onoraria. Tra le responsabilità di oggi e le opportunità di domani, libro nel quale riversa il «prezioso bagaglio» accumulato durante la sua «bellissima esperienza come Console Onorario». Esperienza lunga, intensa, straordinaria. Di quale Paese? Ecco, non sottilizziamo. Da quando il volume è uscito, Comba ha avviato sui social una promozione che farebbe impallidire l’ufficio stampa di Bruno Vespa. Foto, dediche, ringraziamenti, attestazioni. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli gli ha addirittura firmato la prefazione. Il ministro Tommaso Foti ha espresso il suo «generoso apprezzamento». Francesco Lollobrigida ha speso parole sull’importanza strategica della rete consolare onoraria. Manca forse la fascetta «il libro che Giorgia Meloni tiene sul comodino», ma bisogna pur conservare qualcosa per la seconda edizione. In questo profluvio di diplomazia, ponti fra culture, relazioni autentiche, umanità, cooperazione e fotografie con ministri e maggiorenti meloniani, c’è però un piccolo dettaglio che sembra essere caduto dalla feluca: la Bielorussia. Mai nominata.

Eppure Comba non fu console onorario di San Marino, del Liechtenstein o delle Isole Tonga. Dal 2004, salvo una breve interruzione, rappresentò onorariamente a Torino proprio la Bielorussia di Aleksandr Lukašenko. Un’esperienza alla quale rimase legato per molti anni e che terminò con le dimissioni annunciate nel marzo 2022, quando Minsk aveva già offerto il proprio territorio e sostegno all’aggressione russa dell’Ucraina. Allora Comba rivendicò il carattere umanitario della sua attività, ricordando soprattutto l’impegno per i bambini bielorussi vittime delle conseguenze di Chernobyl.

Certo, è curioso che un libro nato, parole dell’autore, proprio per non «lasciare un punto interrogativo inevaso» sulla propria esperienza consolare venga promosso lasciando inevaso il punto interrogativo più semplice: console di chi? Forse è la forma più evoluta di diplomazia onoraria: raccontare per filo e per segno l’onore, lasciando prudentemente nell’ombra l’onorato. Del resto il libro, almeno nella presentazione editoriale, vola alto: assistenza ai cittadini, scambi economici e culturali, tutela dei diritti umani, rapporti tra popoli, una diplomazia «discreta ma concreta» resa ancora più necessaria dai conflitti e dall’instabilità geopolitica. Mai aggettivo, bisogna riconoscerlo, fu più appropriato di discreta. E qui la storia acquista quel tocco che neppure il più perfido degli editor avrebbe saputo inventare. Pochi giorni fa Comba era alla Camera per la Giornata dei difensori e delle difenditrici dell’Ucraina. Ha letto i versi di Maksym Kryvtsov, poeta e soldato ucraino caduto al fronte, spiegando che «la cultura non si spezza» e che «la memoria è la nostra arma più forte per difendere la libertà di chi lotta ogni giorno».

La memoria, appunto. Quella che consente di ricordare Kryvtsov a Montecitorio e, contemporaneamente, di dimenticare la Minsk del cagnolino di Putin quando si presenta il proprio curriculum diplomatico. Altro che realpolitik: questa è diplomazia selettiva allo stato dell’arte. In fondo, la figura del console onorario in Italia conserva da sempre un fascino particolare. Non è un diplomatico di carriera, non arriva all’incarico attraverso il concorso che seleziona i funzionari dello Stato: è generalmente un professionista o un imprenditore radicato sul territorio al quale un Paese straniero affida funzioni consolari. Molti svolgono un prezioso lavoro di servizio. Per altri il titolo aggiunge quel gradevole profumo di salone, cerimonia, strette di mano e biglietto da visita che in Italia non passa mai di moda. Una forma di compiacimento del rango e della vanità: il piacere tutto nazionale per titoli, insegne e precedenze. Del resto in Italia un mezzo sigaro toscano e una croce da cavaliere non si negano a nessuno. Comba, con quell’aria impeccabile da maggiordomo di casa che ha imparato a servire Psi, Forza Italia, Pdl e infine Fratelli d’Italia senza mai rovesciare il vassoio, sembra fatto apposta per la feluca. Meloniano della seconda ora, approdato nel partito nel 2013 e cresciuto all’ombra dell’antico rapporto con Guido Crosetto, ha sviluppato negli anni un talento particolare: esserci quando c’è da comparire e diventare impalpabile quando l’aria si fa pesante.

Un’abilità diplomatica anche questa. E così oggi l’impalpabile Comba torna materialissimo nelle fotografie: Cirielli, Foti, Lollobrigida, il libro bene in vista e il sorriso d’ordinanza. Una piccola tournée ministeriale della Diplomazia Onoraria. Purché nessuno faccia la domanda sbagliata. Quale? Scusi, onorevole: ma lei era console di quale Paese? Niet, spasiba.

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