Ancora su Tav e violenza

Ha fatto molto discutere l’intervista rilasciata a “Lo Spiffero” qualche settimana fa da me e da Gianni Vattimo in merito alla TAV e alla violenza. Oltre all’usuale chiacchiericcio di internet, anche il “Corriere della Sera”, il 15 agosto, ha dato ampio spazio ai temi trattati nell’intervista. Con questo mio intervento, non intendo far altro che riprendere alcuni plessi teorici a cui avevo fatto cenno in modo necessariamente impressionistico e che, sciaguratamente, nel dibattito giornalistico e su internet sono passati del tutto inosservati e, di più, sono stati (artatamente?) occultati, come se non esistessero.

 

Il mondo della manipolazione organizzata, del resto, funziona così e non bisogna meravigliarsene. Per dirla con Antonio Gramsci, la stampa resta “la parte più ragguardevole e più dinamica” dell’organizzazione dell’egemonia ideologica. Essa dà costantemente luogo a quella – sono ancora parole del filosofo sardo – “situazione di grande ipocrisia sociale totalitaria” che ottunde quotidianamente le nostre menti. Si tratta di una questione ampiamente nota, ma che non bisogna mai perdere di vista, pena lo smarrirsi nel caos organizzato dell’ideologia dominante, il pensiero unico neoliberale che ha colonizzato l’immaginario collettivo con il dogma religioso “non avrai altra società all’infuori di questa!”.

 

Nel nostro caso, l’intorbidamento ideologico della questione sta esattamente in questo: la discussione circa l’essenza della violenza – il solo punto interessante per inquadrare l’affaire TAV e le proteste in Val Susa ad esso connesse – è stata integralmente evitata e si è riportata l’attenzione sulle solite manfrine, gravide di ideologia, circa la legittimazione della violenza dei contestatori della Val Susa. Come se, appunto, il sottoscritto fosse intervenuto per legittimare la violenza in ogni sua forma! Come se, da una parte, vi fosse la pace generale e, dall’altra, un manipolo di facinorosi della sperdutissima val Susa che, senza motivo e per puro spirito conflittuale, ricorrono alla violenza in ogni sua possibile forma.

 

Si tratta di una decontestualizzazione completa, il cui unico fine consiste nel rendere incomprensibile la concreta situazione, presentando in modo niente affatto innocente la violenza dei resistenti come l’unica in campo. Sarebbe come dire – mi si conceda questo paragone – che solo i partigiani erano violenti.

 

Onde evitare pittoreschi equivoci (ed equivoco, curiosità e chiacchiera restano il regno dell’inautenticità, Heidegger docet), preciso nuovamente la mia prospettiva, in modo che quanti vogliono criticarmi possano farlo prendendo di mira la mia posizione e non – come finora hanno indefessamente fatto – un fantoccio creato ad hoc: tutta la patetica ipocrisia della propaganda ufficiale sta nel criminalizzare come violenti i Valsusini, obliando integralmente il fatto che la violenza è – come altre volte ho avuto modo di sottolineare – l’essenza stessa della società di mercato di cui siamo sudditi (la violenza come “categoria economica immanente”, secondo l’insuperabile formulazione di Lukács).

 

In questo modo, la partita è vinta senza neppure bisogno di scendere in campo: è violento, per l’ideologia egemonica, sempre e solo chi resiste; la violenza non è mai quella della tirannia del mercato e del fanatismo di un’economia che sottomette le comunità umane alle sacre leggi dell’ordo oeconomicus (nel nostro caso, la creazione di una linea ferroviaria per far circolare più velocemente le merci, in un totale disinteresse della volontà sovrana del popolo), ma è sempre e solo quella di chi si oppone, magari anche con mezzi non propriamente ortodossi. All’egemonia ideologica piace vincere facile, e può farlo perché detiene in modo monopolistico i canali dell’informazione (tv, radio e giornali – a destra come a sinistra – ripetono in modo plurale sempre e solo lo stesso messaggio)!

 

Questo intendevo sostenere: né più, né meno. Né apologia della violenza, né – tanto meno – difesa a oltranza del popolo che scende in piazza (secondo quella banale identificazione tra discesa in piazza e prassi rivoluzionaria di cui la Vandea continua a rappresentare la più tragica e incontrovertibile confutazione).

 

Se si vuol condannare la violenza, magari citando Gandhi e le variopinte tradizioni pacifiste, lo si faccia pure, purché si sia coerenti: ossia purché non ci si dimentichi che la prima forma di violenza da condannare non è quella dei Valsusini, ma quella dell’economia globalizzata che impone le sue leggi a scapito della vita umana e del pianeta. Mi rendo conto, tuttavia, che pretendere questo dal clero mediatico significa chiedere troppo.

 

La resistenza valsusina è, appunto, una forma di resistenza alla violenza criminale dell’economia e delle politiche neoliberali. Per dirla ancora più chiaramente: condannare unicamente i Valsusini non equivale a condannare la violenza, ma semplicemente a glorificare quella dell’economia, per di più dichiarando illegittimo a priori ogni tentativo di opporsi ad essa.

L’ipocrisia ideologicamente condizionata raggiunge, in effetti, vette insuperate quando si condanna la violenza dei Valsusini in nome del pacifismo. Come se, appunto, fossero la pace il totalitarismo dell’economia e il fanatismo della finanza che uccide silenziosamente in nome dell’economia e dello spread!

 

È francamente ripugnante – ieri come oggi – il pacifismo delle masse impotenti che sfilano tra bandiere policrome e belati osceni (“paceee! paceee!”), mentre l’economia continua a mietere le sue vittime e a diffondersi imperialisticamente con bombardamenti umanitari. Il pacifismo non è che l’introiezione del potere in un mondo intessuto di violenza e aggressioni: esso è, dunque, la legittimazione del monopolio della violenza aperta dei dominanti e di quella silenziosa di un sistema che espropria l’umanità del futuro. È, in altri termini, un modo sofisticato (ma neanche troppo!) per negare ai dannati della terra perfino il diritto di lottare e di opporsi alle angherie che quotidianamente patiscono sulla loro carne viva.

 

Con buona pace del titolo di un best seller del nostro tempo, che recita programmaticamente che resistere non serve a niente, la resistenza al monopolio della violenza organizzata del fanatismo economico che disgrega gli Stati e distrugge le comunità è di vitale importanza. È il solo mezzo per evitare che l’umanità sprofondi inappellabilmente nella notte che non ha mattino. Con gli splendidi versi di Eliot: “noi che non fummo sconfitti solo perché continuammo a tentare”.

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7 Commenti

  1. avatar-4
    11:48 Giovedì 19 Settembre 2013 jsmill cos'è la violenza

    Dott fusaro, potrebbe dare una definizione di violenza?

  2. avatar-4
    02:30 Martedì 10 Settembre 2013 tersite Popolo valsusino e violenza notav

    Caro Diego contestualizzi e decontestualizzi,giustifichi o non giustifichi la violenza ma lasci perdere noi Valsusini, il "popolo" di questa valle, che certamente non c'entra.Molti in Valle di Susa sono stati ingannati dalla propaganda dei signori della gomma e del nero fumo che è "egemone" in Italia fino all'assurdo di opporsi ad una ferrovia, mezzo di trasporto collettivo ed ecologico per eccellenza, e a lasciare che le sue montagne fossero ovunque bucate da gallerie stradali.In nome dell'ideologia del cambiamento si nega ogni politica di cambiamento: in Valle di Susa ci sono il traforo ferroviario più vecchio e con le maggiori pendenze e quello autostradale più nuovo dell'arco alpino ma si raddoppia il secondo mentre so scomoda la filosofia per giustificare ciò che economicamente, logicamente e tecnicamente non è dimostrabile. Si perché in questa valle finché le gallerie son fatte per i camion il "dissenso" stenta a manifestarsiGallerie dalle quali, a sentire i presunti esperti notav al soldo di Sitaf, uscirebbe aria pura. La mia non è una battuta, pensi al prof Cancelli, e non solo a lui, che fù consulente dell'autostrada per magnificare le chilometriche gallerie dell'A32.I Valsusini traditi da una classe dirigente squallida e venduta si sono di certo opposti ad un progetto presentato nel peggiore dei modi, prima del 2005. Hanno partecipato in massa ad un movimento popolare che magari aveva obbiettivi sbagliati ma che era la reazione al modo sbagliato con cui il

  3. avatar-4
    18:44 Lunedì 09 Settembre 2013 EnricoB Le motivazioni

    Diego, per prima cosa la ringrazio per la sua risposta. Mi è chiaro il suo intento, la inviterei però a valutare criticamente la fondatezza delle motivazioni di chi resiste, altrimenti (e qui mi scusi per la rozzezza degli esempi, ma per me la filosofia è un ricordo peraltro gradito del tempi del Liceo) rischia di trovare nobiltà di resistenza anche tra gli ultras del calcio e gli assalitori dei campi nomadi. Peraltro questo porta un altro problema, già polemicamente indicato da Ugo Volli al suo maestro Vattimo, circa l'individuazione dei criteri in base a cui valutare la validità della motivazioni e circa l'ipotetica autorità morale in grado di decidere sulla giustezza di una ribellione. Personalmente non vedo questa autorità morale in Gianni Vattimo e tantomeno nei suoi emuli di gran lunga culturalmente più straccioni come De Luca. Certo che rimanendo nei paletti di uno stato sostanzialmente democratico, mi pare che queste antinomie non si presentino.

  4. avatar-4
    13:32 Lunedì 09 Settembre 2013 clandestino resistenza?

    occupazione? ma siamo seri su...

  5. avatar-4
    13:30 Lunedì 09 Settembre 2013 marcomesner sulla riferimento al bestseller

    si anche se walter siti ha usato l'ironia nel suo titolo eh.

  6. avatar-4
    12:44 Lunedì 09 Settembre 2013 Diego Fusaro @ EnricoB

    Caro Enrico,la ringrazio delle considerazioni. In verità, non intendo affatto demonizzare la TAV (non ho nemmeno le conoscenze per farlo), ma semplicemente mettere in guardia dall'ideologia che individua la violenza sempre e solo in chi resiste. Tutto qui. Cordiali saluti, D.F.

  7. avatar-4
    09:56 Lunedì 09 Settembre 2013 EnricoB Non è proprio così

    Diego, lei scrive"La resistenza valsusina è, appunto, una forma di resistenza alla violenza criminale dell’economia e delle politiche neoliberali."Questo mi pare un abbaglio non da poco. Il movimento NO TAV è guidato da un miscuglio di motivazioni diverse, che vanno da istanze NIMBY a canuti rigurgiti dei nostalgici di LC e PL degli anni 70 a generiche pulsioni anarcoidi a necessità di riposizionamento politico di realtà sindacali come la FIOM piuttosto in affano sul loro terreno di elezione, cioè le fabbriche. "negare ai dannati della terra perfino il diritto di lottare e di opporsi alle angherie che quotidianamente patiscono sulla loro carne viva"Mi pare che lei abbia delle idee piuttosto parziali sul progetto TAV, che non offende la carne viva di nessuno, ma che costruisce un tunnel simile in tutto e per tutto a altre opere simili già costruite senza alcuna forma di opposizione. L'opera riguarda 3 comuni nell'intera Val Susa, ha un impatto molto limitato sulla vita quotidiana dei valligiani (molto inferiore ad esempio all'impatto dei lavori della metropolitana a Torino) e non cosituisce in alcun modo una minaccia alla salute delle popolazione. Mi rendo altresì conto che una banale opera di ingegneria ha uno scarso appeal per la riflessione filosofica, mentre un Moloch che annichili le popolazioni e l'opposizione alla violenza criminale dell'economia è senz'altro uno stimolo per alte riflessioni. Peccato che nel caso specifico manchi del tutto la sostanza su cui

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