FINANZA & POLITICA

Porto di Imperia, il crac approda a Torino

A due professionisti torinesi il compito di tentare un disperato salvataggio dello scalo ligure finito nel fallimento di Caltagirone Bellavista. Nominati dal Tribunale: Ferrari Loranzi e Ambrosini. La vicenda penale nelle mani di Avenati Bassi

Approda a Torino lo scandalo del porto di Imperia, l’affaire che ha portato all’arresto dell’imprenditore Francesco Caltagirone Bellavista e all’indagine sull’ex ministro Claudio Scajola (poi archiviata). Dopo un estenuante braccio di ferro, durato parecchi mesi, fra la Procura della Repubblica di Imperia e la Porto di Imperia spa, società del gruppo Acqua Marcia gravata da circa 150 milioni di euro di debiti, quest’ultima è riuscita ad ottenere l’ammissione al concordato preventivo sulla base di un piano che prevede la continuazione dell’attività finalizzata al completamento delle opere portuali, sia a terra che a mare. Si tratta di una patata davvero bollente da gestire, non solo per la trattativa con le banche e per i rapporti con il Comune di Imperia a proposito delle concessioni, ma anche (e soprattutto) per le implicazioni penali della vicenda, per le quali si sta celebrando il processo a Torino, con il pm Giancarlo Avenati Bassi impegnato a sostenere l’accusa.

 

Non a caso, il Tribunale di Imperia ha cercato due commissari di peso, pescati fuori dalla ristretta cerchia locale, troppo coinvolta a vario titolo nella faccenda. E la scelta è caduta su due professionisti torinesi di riconosciuto standing: il commercialista Filiberto Ferrari Loranzi e l’avvocato e professore Stefano Ambrosini, entrambi avvezzi non da oggi a trattare dossier importanti e delicati. Il primo è stato, fra l’altro, commissario della Liri Industriale e curatore del consorzio di formazione Csea, su cui la commissione d’inchiesta del Consiglio Comunale (fortemente voluta dal consigliere di Sel Michele Curto, ma non osteggiata dal sindaco Piero Fassino) sta ultimando i propri lavori. Il secondo ha gestito alcuni fra i commissariamenti più rilevanti in Piemonte, da Bertone ad Asa, da Sitindustrie ad Exergia, ed è considerato uno dei maggiori specialisti della materia. A loro il difficile compito di concedere il “lasciapassare” rispetto al concordato, ovvero di decretare il fallimento della società di gestione del porto, con probabile effetto-domino su tutto il gruppo Acqua Marcia.

 

Intanto, dall’ispezione, tuttora in corso, della Banca d’Italia presso la Banca Carige (presieduta ancora per qualche giorno da Giovanni Berneschi, il cui vice è stato per dodici anni – vedi caso – Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, entrambi amici di Caltagirone Bellavista) si apprende che proprio la Porto di Imperia spa è stata beneficiata dalla banca di un finanziamento di 35 milioni di euro, mai rimborsato. Mentre l’inchiesta sul comparto assicurativo della Carige, che foraggiava fra gli altri la locale squadra di volley, era stata a suo tempo archiviata dal gip ligure Roberto Fucigna, che di quella squadra, però, era il presidente onorario e che per questa imbarazzante condizione è oggi indagato (dalla Procura di Torino, ovviamente).

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