Tutti peggio di Berlusconi

Non ho mai votato Berlusconi. In passato, quando era nel pieno del suo potere (e quando votavo), sono stato convinto anch’io che bisognasse liberarsene politicamente al più presto, perché fino a che c’era lui a ingombrare la scena, si sarebbe parlato solo di lui e delle sue questioni, e le cose da fare sarebbero rimaste nel cassetto. Poi però ho cambiato idea: mi sono infatti convinto che le cose da fare non si faranno comunque, anche quando Berlusconi sarà definitivamente uscito di scena.

 

Non c’è neppure bisogno di fare la lista di tutte le ragioni per cui chi vuole meno Stato e più mercato deve avercela con lui: non solo non ha mantenuto la promessa di meno tasse per tutti, ma le ha addirittura aumentate, a cominciare dall'IVA, ultimo lascito postumo dei suoi fallimentari governi.

 

Eppure, la giornata campale di mercoledì scorso mi ha persuaso una volta di più che i suoi principali avversari nel mondo politico e intellettuale sono peggiori di lui. Il che non diminuisce i suoi demeriti, ma induce alla convinzione che i problemi dell'Italia non sono Berlusconi e non finiranno con Berlusconi.

 

Quando Letta invoca la permanenza in vita del suo governo, perché la stabilità sarebbe di per sé un valore, mente come Berlusconi, perché un governo è migliore di nessun governo solo se per qualche raro accidente della storia (avvenuto essenzialmente solo in Inghilterra con la Thatcher, e con l'intervento determinante ma fortuito della guerra con l'Argentina che ne risollevò il consenso) fa ciò che ormai chiede perfino la Cgil, ossia ridurre la pressione fiscale. Ma Letta non è la Thatcher, e il suo governo è una sciagura di tasse così come tutti i suoi predecessori vicini e lontani, e tanto lui quanto la sua maggioranza sanno benissimo che continueranno su questa linea.

 

Lo stesso discorso vale per i vari stakeholder, dal mondo bancario ai grandi sindacati alla Merkel, che hanno auspicato la permanenza in vita del governo Letta: il fatto che la stabilità sia un valore è una balla spaziale, che copre in realtà il fatto che, per i campioni dello status quo, questo è il governo migliore possibile. Ma se lo è per loro, difficilmente lo è per il contribuente italiano.

 

Non parliamo poi dei vari traditori del Pdl illuminati sulla via di Alfano, al cui ravvedimento crede solo il pubblico di Ballarò che fa di Cicchitto il suo nuovo eroe (più Santoro che beatifica De Gregorio, ma per finta): se il loro ripensamento fosse genuino, sarebbe dovuto avvenire anni fa, come pure è accaduto per diversi uomini vicini a Berlusconi che se ne sono allontanati in tempi non sospetti. Ora è davvero troppo tardi, e a chiunque è evidente che i traditori si staccano ora perché pensano che il loro capo, cui devono tutto, stia per affondare, e preferiscono pararsi dagli schizzi che cadere con onore. Avrebbero fatto più bella figura a vendersi, mentre così c'è solo meschinità.

 

Ma temo siano sono ancora peggio gli inguaribili idealisti, che allignano in una certa misura nel centrosinistra, e in misura assai più consistente nel Movimento Cinque Stelle. Sono coloro che credono davvero esista un interesse generale, e che i politici dovrebbero perseguirlo, mettendo a tacere gli interessi particolari e le convenienze personali.

 

La verità è che tutti, idealisti compresi, sono lì per un interesse, né più né meno di Berlusconi. Anzi, se mai l'interesse di Berlusconi è preferibile, visto che almeno in parte tenta di difendere ciò che è suo (la sua libertà e i suoi beni), mentre il grosso degli altri è lì per spartirsi risorse altrui.

 

Sia ben chiaro: anche il sottoscritto si è candidato, non più tardi di qualche mese fa, ad entrare nel mucchio. Ma non ho difficoltà ad ammettere che anche io sarei stato lì per perseguire un mio interesse, ovvero essenzialmente acquisire un megafono più ampio per difendere le idee in cui credo, grazie alla visibilità ottenuta. Non ci andavo per regalare prebende e appalti agli amici miei; al più, per difendere gli amici miei, ovvero i produttori di ricchezza, dalle spoliazioni quotidiane: anche questo, comunque, un interesse di parte. Ma non mi stupisco (più) che tanti ci vadano invece proprio al preciso scopo di spartire ricchezza tra sé e i propri amici, qualunque sia la favola che raccontano a sé stessi per convincersi che questa sia pure opera meritoria.

 

La politica è un gioco intrinsecamente sporco, proprio perché fondato di per sé sulla gestione di risorse altrui, e non mi pare esista modo legittimo per farla se non rifiutando di spartire denaro del contribuente, denunciando la vera natura del potere e provando a frammentarlo, facendo prima di tutto da megafono per delle idee di libertà: qualcosa di simile a ciò che ha fatto per tanti anni Ron Paul negli Stati Uniti e sotto diversi aspetti fa il campione degli euroscettici Nigel Farage al Parlamento Europeo.

 

Ma se i più vogliono trarne un beneficio personale in termini di denaro, potere o prestigio, non mi stupisco, perché la politica è questo, e dico che chi non lo ammette a se stesso, raccontandosi la favola che vuole fare l'interesse generale, è peggiore di Berlusconi perché, almeno all'inizio, Berlusconi aveva ben chiaro che faceva politica per difendere i propri interessi (e con molte buone ragioni per farlo, peraltro). In questo sta forse il suo unico merito, ovvero aver inconsapevolmente mostrato a tutti la politica e le istituzioni per ciò che sono per natura, ovvero il campo di battaglia di interessi di parte.

 

Per questo, finché non spunti una Thatcher italiana (e finché poi non la faranno fuori), non migliorerà mai nulla per via politica, come conferma oltre ogni possibile dubbio il fatto che, nonostante il mare senza fine di spesa pubblica in cui siamo immersi, non sia stata neppure considerata l'idea di evitare l'aumento dell'IVA tagliando qualche spesa, o di eliminare realmente l'IMU senza fare il gioco delle tre carte con altre imposte (vedi affermazioni chiarissime di Saccomanni, Fassina e dello stesso Letta).

 

Questo però non deve indurci al cinismo. Dobbiamo solo renderci conto che non abbiamo bisogno di "un vero governo del Paese", come invocano i sindacati, senza rendersi conto di quanto stantie e inconsistenti siano queste formule. Non abbiamo neppure bisogno di una destra "normale" all'europea, come si augurava Luigi La Spina ieri, se le destre "normali" sono quelle stataliste di una Merkel, di un Sarkozy, di un Rajoy e perfino di un Cameron. E non abbiamo bisogno neppure - per carità! - di moralisti, giacobini o idealisti. No, abbiamo bisogno di capire che la politica è causa ma non soluzione dei nostri problemi, e che la soluzione passa dal ridurne il peso, non dal renderla onesta e migliore, perché un'attività basata sulla coercizione e sull'appropriazione di risorse altrui è moralmente traballante per sua natura, e sempre lo sarà.

 

Cose inaudite.

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