Avanti popolo, alla ridotta. Tornano i Comunisti, sulla scheda elettorale

Candidato sindaco Bossuto, unico alleato il reprobo Turigliatto. “Meglio soli che con Fassino e Vendola”. Al primo punto il lavoro

TURET Juri Bossuto

Tornano i comunisti. Quella che per qualcuno, anche a sinistra, è poco meno di una iattura, dalle parti delle frange antagoniste e protestatarie ha il sapore dell’ultima battaglia, lo strenuo tentativo di far sopravvivere il vessillo con falce e martello sotto la Mole. Sotto il nuovo tetto della Federazione della Sinistra (FdS), i comunisti torinesi sfidano la leadership mediatica dell’ex-compagno Nichi Vendola, che con la sua litigiosa Sel subalpina appoggia il candidato del centrosinistra Piero Fassino. Ed è così che, complici vecchie ruggini (che portarono all’espulsione di Rifondazione dalla giunta Chiamparino) Torino è una delle poche grandi città in cui Pd e FdS corrono separati. Candidato sindaco: Juri Bossuto, ex consigliere regionale non più rieletto alle scorse elezioni. Unica forza alleata: “Sinistra Critica” del reprobo Franco Turigliatto, l’ex senatore sul quale pesa ancora l’accusa di aver mandato all’aria il governo Prodi.

 

Una scelta obbligata quindi, quella di presentarsi da soli alle urne il 15 e 16 maggio prossimi. «Fassino rappresenta la continuità con la giunta Chiamparino – spiega Bossuto -. Le sue prime affermazioni, sin dai giorni delle primarie, indicano il progetto di una amministrazione assolutamente succube dei grandi poteri cittadini, in una visione di sviluppo legato indissolubilmente agli interessi dei privati. Noi riteniamo, invece, che non sia l’abitudinaria partita a scopone tra Marchionne e Chiamparino a decidere della presenza di Fiat sul nostro territorio, ma la capacità del sindaco a trattare e portare sopra di tutto gli interessi del territorio e della comunità torinese. L’idea di uno sviluppo lasciato al cedimento innanzi ai ricatti di Marchionne, ed al mattone libero, è di breve respiro».

 

Quali alternative, allora?«E’ possibile tenere in Torino l’industria ed il turismo, ma per farlo occorre una classe politica in grado di trattare con il privato in un rapporto scandito dalla progettualità e non dalla sudditanza della prima nei riguardi del secondo. Il recupero dei quartieri e delle periferie, in primis, garantirebbe lavoro anche al settore edile, senza per forza passare da orrori residenziali e grandi opere inutili».

 

La “costola” vendoliana è comunque una spina nel fianco. «I rapporti con Sel sono in questo momento condizionati da una forte differenza programmatica, e da scelte molto diverse nei confronti del centrosinistra torinese. Segue Fassino firmandone programma ed intenti “cementificatori” e “delocalizzanti”, mentre noi, insieme a Sinistra Critica, lottiamo su fronti opposti. Credo che Sel sia orientata verso una politica di “entrismo” nelle giunte che, in realtà, è già stata attuata nel passato anche da altre forze di sinistra, con risultati clamorosamente fallimentari (come dimostra, per alcuni aspetti, anche l’ultima amministrazione regionale Bresso) nei settori in cui gli assessorati chiave erano lasciati agli alleati.

 

Come rispondere all’accusa di utilizzare simboli e linguaggi “vecchi”? «I simboli sono la sintesi di un lungo percorso di lotte di emancipazione e di riscatto sociale. Non sono solo simboli elettorali, ma la bandiera di forze popolari che hanno avuto il coraggio, e la forza, di sovvertire l’ordine costituito immaginando una nuova società. Sotto quei simboli hanno sacrificato la propria vita centinaia di migliaia di persone, compresi migliaia di partigiani nella battaglia di Liberazione. Le nuove generazioni abbinano la “falce e martello” alla sola sconfitta dei Paesi sovietici nella lunga Guerra Fredda ed al loro modello di regime dallo stampo oligarchico, personalistico, e spesso non a tutela dei più deboli. Il problema è quello di “fare cose” che siano il frutto moderno di quelle lotte e battaglie: a quel punto i simboli diventano impliciti; viceversa, nella debolezza, tutto si incentra sui simboli che rischiano di tramutarsi in vuote icone».

 

Bossuto ha elaborato un programma articolato al cui centro c’è il lavoro, «a partire dalla necessità di coniugare investimenti capaci di tenere in città Fiat, indotto e turismo. La partita di Mirafiori per noi non è chiusa: immaginiamo un modello sul genere di quello applicato Oltralpe, in cui le case automobilistiche abbiano sostegno pubblico, ma finalizzato alla ricerca e al mantenimento della produzione in loco. Università, privato e pubblico si devono incontrare per convertire, anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale, l’attuale sistema di trasporti, formulare ipotesi industriali per una produzione che lo rivitalizzi, a beneficio di tutti, quindi. Ovviamente, la tutela dei beni comuni, in primis l’acqua, e dei servizi pubblici è per noi punto irrinunciabile. Come la difesa del welfare, l’attenzione verso le fasce più deboli ed il potenziamento dei servizi a favore di anziani, studenti universitari e di chi fatica a permettersi un tetto sotto cui dormire. Siamo, poi, la “città dei fiumi” e vorremmo valorizzarli a fini di sviluppo turistico».

 

Ma come non farsi schiacciare dalla logica del “voto utile”, soprattutto quando chi ha intenzione di votare “più a sinistra” del Pd può già scegliere Sel? «Temo che Sel non sia a sinistra del Pd, nei fatti, e che stare assieme a Fassino comporti, in caso di sua vittoria, un dovere di obbedienza al sindaco da cui sarà difficile sganciarsi. Purtroppo abbiamo già visto scenari di questo genere. Per noi, il voto utile dovrebbe essere quello che permette di uscire dall’ineluttabile, obbligando la classe politica a pensare un modello di governo pubblico diverso dall’attuale. Il voto utile dev’essere la speranza di una inversione di tendenza. Il voto utile è quello che riconsegna Torino ai suoi 900mila abitanti, sottraendola dalle mani dei 10 che hanno sinora deciso a nome di tutti».

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