Bambini nelle fauci dei comunisti

E' stata una delle più fortunate trovate delle campagne anticomuniste. Una leggenda fiorita sulla verità degli episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le terribili carestie degli anni Venti e Trenta

“Les communistes qui mangent les enfants”, “kommunisten fressen kleine kinder”, “communists eat babies”, “los comunistas se comen a los ninos”: cliccando sul web la traduzione nelle varie lingue della frase ‘i comunisti mangiano i bambini’, che alimenta uno dei racconti più popolari dell’universo anticomunista, ci si rende conto di quanto ancora oggi sia presente nell’immaginario. Non mancano le traduzioni anche in cinese e russo. Una diffusione planetaria.

 

Da qui l’intento di Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino, di ricostruire la storia della leggenda in un saggio edito dal Mulino, ricco di illustrazioni d’epoca: da La Domenica del Corriere del ’44 con la rappresentazione della falsa notizia sulla deportazione in Unione Sovietica dei bambini siciliani, trattata anche dal manifesto della Repubblica di Salò rivolto alle mamme italiane (“Chi salverà i vostri figli?”), all’orco comunista con le sembianze di Stalin e il bambino sotto le spoglie del nuovo anno del ’55. Una leggenda che trova le sue radici sulla verità degli episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le terribili carestie degli anni venti e trenta. Nel ’43, proprio a ridosso di Natale per aumentare l’impatto emotivo, viene pubblicata la notizia terrificante di una deportazione in Russia di bimbi italiani, dai 4 ai 14 anni.

 

Un tam tam incessante di giorni, con cronache che raccontano di donne straziate dal dolore, di genitori che decidono di uccidere i loro bambini e poi di suicidarsi piuttosto che lasciarli partire per la Russia. Si racconta di navi affondate con il carico di bambini: un falso costruito dalla propaganda fascista durante il periodo bellico. Una leggenda che in Italia, scrive Pivato, assume “aspetti più dilatati che altrove, vuoi perché l’esperienza del fascismo enfatizza lo scontro con il comunismo e suscita timori e paure più che in altre realtà, vuoi perché dalla metà degli anni Quaranta in Italia opera il più grande Partito comunista dell’Occidente. E dunque la reazione del fronte avverso è particolarmente aspra”.

 

Un’accusa, quella di mangiare i bambini, circolata almeno dagli anni Venti del Novecento, ma utilizzata esplicitamente sulla stampa e nei comizi da un solo uomo politico: Silvio Berlusconi che fa della battaglia contro i comunisti uno degli assi della sua incessante campagna per il consenso. Ma la presenza della diceria è testimoniata anche da Massimo D’Alema: quando, primo ed unico ex comunista ad essere stato nominato presidente del Consiglio, andò a Palazzo Chigi nel 1998, Francesco Cossiga gli regalò un bambolotto di zucchero accompagnato dal seguente commento: “Così non interromperai la tradizione dei comunisti che mangiano i bambini”. E come dimenticare la rievocazione che fa Giorgio Gaber dello scontro tra opposte ideologie: “Qualcuno era democristiano perché i comunisti mangiavano i bambini”. E poi ancora nel film “Il Postino”, siamo ora nel 1994, diretto da Michael Radford e ambientato nell’estate del 1952 in una isola italiana che ospita in forzato esilio Pablo Neruda. Il protagonista, Massimo Troisi, cerca di convincere il parroco ad autorizzare il poeta cileno a fargli da testimone di nozze: “I comunisti – obietta il parroco – non credono in Dio, perché dovrebbe credere a loro? Non sai, mangiano i bambini”. E Mario: “Ah, lei dice che Neruda s’è mangiato i figli?”. Surreale la chiave di Paolo Villaggio che, in una immaginaria festa del 25 Aprile del 2046, siede al tavolo di un ristorante Palmiro Togliatti e Pietro Nenni: il primo ordinerà bambini fritti; l’altro, per tenersi leggero, un bambino crudo.

 

Quindi, lo spauracchio dell’orco comunista (che si sostituisce a quello della fiaba di Pollicino) riflette lo scontro che si consuma attorno all’infanzia: tra Chiesa e Stato laico a fine Ottocento, tra organizzazioni cattoliche e comuniste nel secondo dopoguerra. “Alle accuse dei cattolici di essere divoratori e non solo metaforicamente, di bambini, i comunisti e il fronte laico riesumano una delle polemiche più caratteristiche dell’anticlericalismo d’inizio Novecento: quella che vuole preti e frati stupratori di fanciulli”, scrive Pivato. L’eco di quella battaglia, come rileva lo stesso autore, si fa sentire fino ai giorni nostri.

 

 

S. Pivato

I comunisti mangiano i bambini

Storia di una leggenda

Il Mulino, Bologna 2013, pp. 208, € 14,00