Spauracchio ballottaggio. Il centrosinistra e la sindrome Bresso

Fassino agita il pericolo del secondo turno. Una mossa per mobilitare dirigenti e militanti. Arruolata tutta la vecchia guardia di via Chiesa della Salute. E il Pd lancia l’appello al voto utile

PASSAGGIO del testimone

Il ballottaggio è lo spettro che agita i sonni del centrosinistra torinese, e di Piero Fassino in particolare. Quella che all’inizio della competizione sembrava una eventualità talmente remota da rappresentare un teorico corner case per politologi in vena di sofismi, nelle ultime settimane ha assunto i contorni della concretezza, diventando una prospettiva meno  peregrina. Da qui la chiamata alle armi per la stretta finale, con un occhio di riguardo alla concorrenza a sinistra della coalizione e a quel pugno di candidati sindaco e liste che si richiamano più o meno esplicitamente all’area post o neo comunista e all’opposizione radicale. Si vuole scongiurare il rischio che dispersione e disaffezione – come avvenne un anno fa alle Regionali, a causa di grillini e  del voto disgiunto di una parte dell’elettorato della sinistra militante – costringano Fassino all’umiliante prova d’appello, appannando non poco la sua leadership sia sul piano locale e sia sullo scenario nazionale. Per la verità, il pericolo dello spareggio a fine maggio sembra più uno spauracchio agitato per allertare le legioni e attivarle per il rush finale.

 

Secondo gli esperti la partita si gioca attorno ai 25-30 mila voti, quanti servono al centrosinistra per assicurarsi la vittoria al primo turno. L’ampio margine di cui godeva Fassino, quotato all’inizio di aprile al 57%, era tutto sommato fisiologico che venisse eroso dal graduale aumento di notorietà dei concorrenti. A onor del vero, almeno fino al blackout della pubblicazione dei risultati, solo un istituto demoscopico assegna qualche probabilità di un secondo tempo, mentre tutti, pur registrando un calo di consensi, hanno continuato ad attribuire a Fassino l’affermazione secca. E, a quanto pare dai sondaggi che circolano sui tavoli dei responsabili delle campagne elettorali, la situazione non parrebbe mutata: il centrodestra non sfonda e il suo candidato resterebbe ancora distante dalla sua coalizione; il Nuovo Polo e Alberto Musy crescono in maniera lineare, soprattutto ai danni dello schieramento Pdl-Lega.

 

Se l’arruolamento pubblico di Sergio Chiamparino punta a far breccia tra delusi e incerti, percentuale ancora piuttosto elevata seppure in progressiva diminuzione, è nella mobilitazione di quelle organizzazioni un tempo definite “di massa” che lo staff di Fassino conta di recuperare consenso. Tutti precettati: il trio di ferro Giancarlo Quagliotti, Carlo Foppa e Primo Greganti, l’ex segretario della Cgil Luciano Marengo, l’ultimo segretario provinciale dei Ds Rocco Larizza, la coppia Carlo Novarino e Teresa Migliasso, il padre nobile Dino Sanlorenzo: la vecchia guardia di via Chiesa della Salute al gran completo richiamata in servizio.

 

Nomenklatura che fa storcere il naso alla componente popolare del Pd, già parecchio infastidita dallo “sgarbo” ricevuto dall’inserimento in lista di Silvio Viale. Ieri pomeriggio, il segretario regionale Gianfranco Morgando è parso cadere letteralmente dalle nuvole quando gli hanno comunicato gli oratori alla manifestazione di chiusura di giovedì sera in piazza Castello: Pierluigi Bersani, Fassino e Chiamparino. «Si comportano come il vecchio Pci – sacramenta un dirigente ex Ppi – con immutata presunzione, ma non con la medesima capacità di catturare voti. Un Pci in sedicesimo: non c’è molto altro nell’orizzonte politico di quella generazione». La sfida, fanno capire dall’entourage dell’ex ministro, si gioca nell’evitare una tracimazione a sinistra e poi «ci pensino loro a drenare consensi tra i moderati: in fondo, dovrebbe essere il loro mestiere». A tenere alto il vessillo dei cattolici venerdì prossimo atterrà sotto la Mole il presidente del partito Rosy Bindi che parteciperà alla festa in piazza Sabotino.

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