2014, via da Roma o morte

Tra un agnolotto e un panettone, sono certo che in pochi hanno avuto modo di accorgersi di che cosa è capitato a Roma in queste ultime ore. E anche quei pochi che hanno dato un'occhiata alle notizie, difficilmente si saranno fatti un'idea corretta dell'ennesimo furto compiuto a danno dei contribuenti. Vale la pena fare allora un po' di chiarezza.

 

I titoli di molti giornali hanno annunciato che, a seguito di pressioni del Presidente della Repubblica, il governo aveva rinunciato alla conversione del cosiddetto decreto salva-Roma. Ohibò: finalmente una buona notizia? Finalmente Napolitano si accorge di una porcata e la blocca per tempo, ritenendo che la Costituzione non consenta simili scempi? Manco per niente: la Costituzione simili scempi li consente senza batter ciglio, e Napolitano li firma a sua volta senza alcun problema. Ma allora, cosa è successo realmente?

 

La verità è che il salva-Roma non è stato bocciato affatto: ciò che ha indisposto il Presidente non è stata infatti la decisione in sé di tappare i buchi di Roma capitale con soldi di tutti i contribuenti italiani: a suo tempo, infatti, Napolitano non ha trovato nessun motivo nella Costituzione per rifiutarsi di firmare il decreto salva-Roma. La nostra Repubblica, infatti, «una e indivisibile» come vuole l'articolo 5 della nostra Carta fondamentale, è fondata sull'idea che, se l'Atac, l'azienda dei trasporti pubblici romana al centro di molteplici scandali, negli ultimi 4 anni accumula un margine operativo lordo negativo di 676 milioni di euro, nonostante contributi pubblici per quasi tre miliardi, il conto lo devono pagare tutti i fortunati possessori di passaporto italiano, da Torino a Bari, da Bolzano a Palermo. Così, per solidarietà.

 

Il motivo per cui il Presidente ha espresso contrarietà alla conversione del decreto salva-Roma da parte del Parlamento, inducendo il governo a rinunciarvi, è stato dunque un altro: al Presidente non è piaciuto il consueto assalto alla diligenza che si è verificato in Parlamento nell'iter che doveva portare alla conversione. Come raccontato da Sergio Rizzo sul Corsera, il salva-Roma era infatti diventato salva-tutti: al regalo al Comune di Roma si erano infatti sommati «venti milioni per tappare i buchi del trasporto pubblico calabrese. Ventitré per i treni valdostani. Mezzo milione per il Comune di Pietrelcina, paese di Padre Pio», e via così. Non granché per il Nord produttivo, evidentemente le lobby padane erano un po' distratte.

 

Apparentemente, uno potrebbe in ogni caso rallegrarsi che, anche se per vie traverse, la porcata del salvataggio di Roma sia comunque stata fermata in extremis. Peccato che non sia così: il governo ha infatti annunciato che oggi, in sede di approvazione del decreto cosiddetto mille-proroghe, recupererà il contenuto originario del decreto salva-Roma, precedente alla raffica di emendamenti parlamentari, e farà così in modo che la Capitale sia comunque salva, visto che ormai ha approvato il bilancio facendo conto sul salvataggio. Il Nord produttivo sentitamente ringrazia.

 

Può reggere un modello di questo genere? No, ed è un'altra delle ragioni del fallimento dell'Italia unita, quel progetto sciagurato perpetrato col sangue dal Risorgimento, i cui vizi di forma stanno infine venendo al pettine. Nell'anno nuovo, allora, l'unica via d'uscita pare essere quella di iniziare a ribaltare il noto motto garibaldino, e riconoscere che o si va via da Roma, o ci aspetta la morte, quanto meno economica.

 

Non è solo questione di Nord depredato da Roma e dal Sud. Certo, il residuo fiscale di regioni come la Lombardia e il Veneto è di dimensioni tali che, senza la tassa che deriva loro dall'essere sotto il giogo di Fallitalia, sarebbero certamente tra le regioni più ricche d'Europa, e perfino del mondo. Ma talvolta la rapina va anche all'incontrario, come quando – notizia di appena una settimana fa – la Cassa Depositi e Prestiti usa i risparmi postali di tutti gli italiani per togliere dalle croste di Comune e Provincia di Torino una serie di immobili che non riuscivano a vendere. Senza contare che, come non si ripeterà mai abbastanza, il denaro che affluisce copioso dal Nord a Roma e al Sud danneggia anche Roma e il Sud, incentivando il parassitismo e il rent-seeking, in luogo di comportamenti produttivi.

 

Perciò è il modello centralista e unitario in sé, che sopravvive forte nonostante le riforme costituzionali del 2001, a mostrare la corda, anche a prescindere dal fatto che nel gioco dei trasferimenti, il saldo per il Nord sia così penalizzante a favore di Roma e del Sud.

 

L'augurio per il 2014 è dunque che i vari movimenti indipendentisti che in Europa hanno già acquisito una forza considerevole in alcune regioni come la Catalogna e la Scozia, si consolidino anche nelle tante zone d'Italia dove hanno iniziato a muovere importantissimi passi, dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto a Trieste. È nell'interesse dei popoli del Nord, esattamente come in quello dei popoli meridionali e degli stessi romani. È un percorso decisamente in salita, ma con Alex Storti è bello pensare che «sì,ce la faremo».

 

Ps: caso mai restasse qualche dubbio, si consideri che l'unica reale opposizione in Parlamento alla conversione al salva-Roma è venuta dal Movimento Cinque Stelle, ma non per contrarietà al provvedimento in sé, bensì come strumento di ricatto per ottenere l'approvazione di una norma piuttosto dirigista come quella che consente allo Stato di stracciare regolari contratti d'affitto con un solo mese di preavviso. I leghisti, dal canto loro, esultano perché pensano che il salva-Roma sia stato davvero affossato: non hanno capito niente, e a questo punto non si sa davvero più se ci sono o ci fanno.

 

Cose inaudite.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    16:25 Sabato 28 Dicembre 2013 Alex Storti Suvvia Silvia

    Cara Silvia,ad occhio e croce l'amico Riccardo vent'anni fa era appena ragazzino.Io, che qualche anno in più ce l'ho, e che vent'anni fa c'ero, ed ero in prima linea, posso dirti che l'esperienza leghista, nei livelli di governo prettamente "politici" -Regioni, Roma, Strasburgo-, ovvero quelli dove si può incidere direttamente sul corpo marcio delle istituzioni, è servita a farci perdere due decenni preziosi. In particolar modo dopo l'archiviazione proditoria del Parlamento della Padania del 1997-98 e dopo il matrimonio d'interessi (personali e di partito) con quell'altro grandissimo spergiuro che è Silvio Berlusconi. Da separatista con tradizione ultraventennale posso dirti che io -e con me tanti altri- sono rimasto leghista nel senso autentico e migliore del termine. La Lega no. Da lungo tempo.E ringraziamo il cielo che oggi persone brillanti, giovani ed autenticamente liberali come Riccardo de Caria -e con lui tante altre- danno il proprio sostegno attivo anche ai percorsi di decostruzione dell'unità statuale italiana. Forse, anzi sicuramente, c'è ancora speranza.Un cordiale saluto,Alex Storti(direttore DirittodiVoto.org )

  2. avatar-4
    10:39 Sabato 28 Dicembre 2013 silviaverdi :-)

    i LEGHISTI hanno esultato, perche' sono persone normali, che pensano che quando una cosa e' cancellata, e' cancellata. I LEGHISTI rimangono sempre attoniti di fronte alla furbizia romana, ma la domanda e': tu dov'eri, 20 anni fa, quando scrivevamo VIA DA ROMA? :-)con affetto, una LEGHISTA ATTONITA, (anch'essa)

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