Capodanno con Gramsci

Vorrei dedicare questo primo articolo del 2014 a una considerazione generale sul Capodanno e, insieme, sull’idea di rivoluzione che esso, nel suo piccolo, racchiude in sé. Nel suo senso più generale, il capodanno segna la fine di qualcosa e l’inizio di un nuovo ordine. Per questo, in teoria, lo si festeggia. Si dà l’addio all’anno che sta finendo e si celebra l’arrivo di un anno nuovo, auspicabilmente migliore.

 

E, tuttavia, rovesciando il luogo comune, vorrei prospettare un’altra possibile lettura di questa festa (una delle poche, per quel che so, celebrata unanimemente in tutto il mondo): una lettura che potrebbe anche ipoteticamente essere assunta – se l’espressione non suonasse inevitabilmente comica – come base per una eventuale “filosofia del Capodanno”. Ne individuo le coordinate fondative in una breve considerazione di Antonio Gramsci apparsa il primo gennaio del 1916 su l’Avanti! (edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”). Così scriveva il filosofo sardo: “odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. […] Odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano”.

 

Sono considerazioni illuminanti, almeno a mio giudizio. Il Capodanno come festa “comandata” rientra a pieno titolo tra le prestazioni dell’industria culturale e della sua amministrazione totale della vita e dello spirito, in quello che, nella Introduzione alla metafisica, Heidegger chiamava il “prevalere della mediocrità”. Il larvato portato ideologico del capodanno come festa comandata è evidente: la novità, la sola novità possibile, è quella amministrata e capillarmente controllata; è la novità che, appunto, si dà una volta all’anno, a scadenza fissa. Il resto dell’anno scorre in maniera unitaria e senza rotture possibili: così recita tacitamente la retorica dominante.

 

Contro questa visione gravida di adattamento e di conformismo, credo avesse ragione Gramsci: ogni giorno della nostra vita dovrebbe essere come un Capodanno, come un rinnovamento continuo di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Appunto, riprendendo la vecchia idea della rivoluzione permanente, sarebbe bene trasformare la nostra vita in un capodanno permanente, in un incessante processo di trasformazione. Ed è appunto in questo che consiste la vita dello spirito come sequenza di azioni e di novità, di trasformazioni e di sviluppi. Potrebbe essere questo uno dei propositi per l’anno che è appena iniziato.

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