Il supplizio greco

Ormai ci siamo abituati. La Grecia entra ed esce di continuo dalla scena del dibattito pubblico artatamente organizzato dall’industria della pubblicità e dalla propaganda ufficiale. Ogni tanto sono, di sfuggita, come se fossero cose di poco conto, menzionati i supplizi che vengono inflitti al popolo greco dal criminale ordine eurocratico: tagli degli stipendi, licenziamenti selvaggi, privatizzazioni folli, mancanza di medicinali negli ospedali, e mille altri orrori ormai divenuti scene di ordinaria europeità.

 

L’altare del capitale su cui la Grecia è sacrificata, del resto, non deve essere posto eccessivamente sotto i riflettori, perché potrebbe indurre il popolo italiano all’immedesimazione: non solo nel senso di una feconda empatia per le sventure altrui, ma anche per una ragionevole previsione circa la comune sorte che a breve potrebbe abbattersi sulla nostra sventurata penisola amata dal sole e da null’altro.

 

Questo osceno piano di lacrime e sangue, in un paese già martoriato dalla disoccupazione, dalla miseria e dagli altri splendori che la moneta unica ha portato, non è stato minimamente scalfito dagli scioperi di massa e dalle proteste dei Greci. Il popolo del Partenone e di Platone, di Socrate e di Pericle, è oggi reso schiavo dallo spread e dalla finanza, dalla barbarie organizzata del mercato e della cosiddetta Europa, il nobile nome attribuito all’eurocrazia, versione aggiornata del totalitarismo indebitamente ritenuto morto e sepolto nel 1945 e nel 1989.

 

Occorre guardare alla Grecia con solidarietà e preoccupazione: con solidarietà, per gli osceni supplizi che sta patendo nel silenzio generale; con preoccupazione, perché de nobis fabula narratur. La stessa sorte presto potrebbe travolgere il popolo italiano. Occorre mobilitarsi, anzitutto con le teste, per far valere lo spirito di scissione, come lo chiamava Gramsci, e il gran rifiuto, come lo qualificava Marcuse: ossia per avere il coraggio e la forza di dire di no (il primo gesto irrinunciabile della critica), ossia per rigettare anzitutto nel pensiero la follia organizzata chiamata Europa. Occorre uscirne il prima possibile, recuperando la sovranità nazionale e decidendo sul nostro destino di italiani.

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