Napolitano e l’Unione Europea

“Bisogna sempre saper ricordare che la pace non è un regalo o addirittura un dato scontato e per quel che riguarda il nostro e gli altri paesi europei è una conquista dovuta a quella unità europea, a quel progetto europeo che oggi da varie parti si cerca di screditare”: così si è espresso Giorgio Napolitano, la settimana scorsa, in occasione della celebrazione per i 70 anni dell’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma. L’ideologia, in questo caso, non ha più alcuna maschera, si mostra apertamente per quello che è. Nella sua forma più crassa e volgare. In modo terroristico, cioè tramite una delegittimazione integrale di ogni possibile idea non allineata con il pensiero unico dominante (subito liquidata come potenzialmente nazista, appunto).

 

L’operazione di Napolitano è doppiamente ideologica: 1) delegittima a priori ogni voce critica rispetto all’odierna Europa, subito accostandola, in modo neppure troppo obliquo, alla rinascita delle peggiori tragedie del Novecento; 2) ipocritamente presenta l’odierna Europa come se fosse la realizzazione del nobile progetto per cui morirono coloro che fecero la Resistenza. Le parole di Napolitano sono vergognose, soprattutto se si considera la carica istituzionale da lui rivestita. E come tali debbono essere criticate da chi si rifiuta di accettare il dominio totalitario del pensiero unico globale.

 

Alcune telegrafiche precisazioni. Se proprio si vuole impiegare, con Napolitano, il riferimento al nazismo, ebbene esso si rinviene non certo in chi mette in discussione l’odierna Europa, bensì nella struttura stessa di questa Europa, che nulla ha a che vedere con il nobile progetto di Kant di un’Europa di popoli liberi e fratelli. O forse che oggi tra Germania e Grecia si dà un rapporto tra parti uguali e libere?

 

Con buona pace di Napolitano e del suo dogma dell’irreversibilità dell’euro, il nazismo non è l’uscita dall’Europa, ma la permanenza in questa Europa: il continente europeo sta, infatti, sempre più assumendo le sembianze concentrazionarie di un lager economico, in cui si consumano sempre nuove “tragedie nell’etico” (Hegel) e veri e propri genocidi finanziari come quello greco. I popoli sono soggiogati in nome del debito, i lavoratori – così nel Trattato di Lisbona – non hanno più il diritto di scioperare se le aziende vengono delocalizzate e – sempre secondo il Trattato del 2007 – si è rimosso il diritto di veto al parlamento italiano in molteplici ambiti. Dov’è, allora, il nazismo? In chi vuole operativamente porre rimedio a questa follia organizzata o in coloro che la accettano supinamente come un destino irreversibile? Forse, tuttavia, porre questa semplicissima domanda è chiedere troppo a chi, in vita sua, non è mai stato libero, obbedendo ciecamente prima alle leggi della Storia, ora a quelle dell’Economia.

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