Chiamparino il keynesiano

Nel monocolore rosso fuoco che sono Torino, la Provincia di Torino e ormai pure laRegione Piemonte, Sergio Chiamparino è uno dei politici che, almeno a parole, hanno fatto meno danni alla libertà. Intendiamoci: il debito che ha caricato sopra le spalle di Torino è un attentato alle future generazioni, così come il passaggio senza soluzione di continuità dalla politica alla banca alla politica è qualcosa che offende non solo il mercato ma anche il buon gusto e la buona educazione.

 

Ma dal nostro punto di vista (e)inaudito contano paradossalmente più le parole dei fatti, e questo perché, sul piano dei fatti, praticamente tutti i politici, perfino Reagan e per certi versi addirittura la Thatcher, combinano disastri, per cui in questo Chiamparino non è tanto diverso dai suoi colleghi più o meno illustri. Per chi crede nel potere delle (buone) idee, invece, le (buone) idee possono alla lunga produrre molti più effetti benefici di questa o quella politica concreta, foss’anche un benemerito taglio delle tasse.

 

Per cui, anche per non buttarli proprio tutti giù dalla torre, è meglio concentrarsi sulle parole dei politici: sul piano della retorica, infatti, qualcuno in più si salva, e peraltro è proprio la retorica poderosamente e genuinamente antistatalista, anche quando alzava le tasse a manetta, che ci ha fatto perdonare tante volte Berlusconi, mentre per converso è la retorica da stato buono ed efficiente che ci farebbe diffidare di Renzi anche se tagliasse davvero le tasse.

 

Ebbene, dal punto di vista delle parole, Chiamparino ha sempre avuto qualche uscita felice, qualche spunto coraggioso che lo distingueva dal grigio burocratese dei suoi colleghi dirigenti ex PCI. Dal mio punto di vista, il suo più grande merito è stato quello di essersi dichiarato contrario ai maledetti referendum del 2011 per l’instaurazione dell’Unione Sovietica nei servizi pubblici. Ci andava coraggio, in un momento in cui il vento soffiava da un’altra parte, e in cui gli esponenti della sua tradizione politica avevano finalmente trovato (se pur grazie ad altri, estranei alla loro storia) qualcosa di sinistra da dire. Lui quella volta non la disse, e gliene saremo sempre grati, anche se purtroppo ciò non bastò a evitare che proprio a Torino il sì alla sovietizzazione raggiungesse le percentuali più bulgare.

 

Purtroppo, gli anni passano e la vera natura e le vere idee di una persona emergono, come in fondo è giusto che sia. Ed ecco che, di fronte alle polemiche sulle infiltrazioni mafiose nei lavori per la Tav, opera da sempre orgogliosamente sostenuta dal Nostro, il Chiampa smette i panni del battitore libero e ridiventa il comunista che fu, e che probabilmente è sempre stato. Queste, infatti, le sue parole: «Finalmente l’Europa sembra aver riscoperto Keynes e il ruolo delle grandi opere per lo sviluppo, e noi qui a Torino possiamo affermare con orgoglio che le grandi opere si possono fare senza tangenti».

 

Sorvoliamo pure sulle ombre che hanno investito anche il simbolo dell’era chiampariniana, le Olimpiadi, così come il pre e il post-olimpico, e in generale il sistema-Torino che all’ombra del Municipio di Sergio è cresciuto e ha prosperato come non mai. Ciò che conta, ribadisco, sono le idee, e così come va apprezzato il Chiampa anti-soviet, così fa male il Kiampa keynesiano.

 

Ma tant’è, ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, e del resto un politico che non creda nel potere taumaturgico dello Stato è una contraddizione vivente. Almeno, però, la smettessero di menarcela con la storia del neoliberismo che sarebbe dappertutto, dell’austerity che ci strangolerebbe, e del mercato sempre più deregolato.

 

Ovunque ci si guardi, tolto qualche benemeritofalco tedesco che però mostra anch’esso segni di cedimento, la retorica delle classi dirigenti italiane ed europee è tutta una fede nello Stato, nelle sue capacità di creare miracolosamente lavoro, crescita, ricchezza, e nella onniscienza dei politici, che da Roma o da Bruxelles sarebbero in grado di stabilire con precisione quale opera è utile e quale no, quale investimento è saggio e quale no, quale settore crescerà e quale no.

 

Si dimenticano di tutti gli errori di Keynes, e così facendo azzoppano proprio quella crescita che dicono di avere a cuore, e per la quale invocano ancora più potere e più soldi, perché evidentemente non basta più della metà della ricchezza privata, e solo arrivando al 60, 70, 80, 90 per cento ne avranno abbastanza per dare un lavoro a tutti.

 

Io non mi fido, e preferirei dare un taglio a questa escalation, perché solo il mercato è in grado invece di allocare in modo corretto le risorse. Chiamparino sembrava averlo capito quando si parlava di acqua pubblica: spiace davvero che quella rondine viaggiasse contromano e presagisse soltanto un nuovo inverno di illibertà.

 

Cose inaudite.

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