Le lusinghe di Fassino

Anche i non cultori delle scienze filosofiche e politiche (ai quali appartiene chi scrive) non possono non essere rimasti colpiti dalle affermazioni del Sindaco di Torino Piero Fassino contenute in una recente intervista. Alla domanda dell’intervistatore che suonava: “In un Paese ingessato come l’Italia riforme liberali come quelle incardinate da Renzi paradossalmente assumono un connotato di sinistra?”, Fassino – ormai assiduo frequentatore di fasti romani fino al punto che, per quanto si può intuire, viene ritratto nel giornale con uno sfondo di palazzi della capitale (ma un sindaco non dovrebbe preferire avere come sfondo scorci della città che amministra?) – risponde: “Certamente. Purtroppo l’Italia non ha mai avuto grandi riforme liberali, che nella storia hanno sempre avuto un segno progressista e anti-aristocratico. Liberale è chi libera risorse, chi cambia il sangue al sistema”.

 

Pur ammettendo la necessaria concisione di una risposta data nel corso di un’intervista, le affermazioni di Fassino meritano qualche annotazione. Diversamente, frettolose dichiarazioni potrebbero generare fuorvianti interpretazioni sia di dottrine che hanno scandito l’evoluzione del pensiero dell’uomo a partire dal Rinascimento fino ai nostri giorni, sia delle vicende più recenti che hanno contrassegnato la storia del nostro Paese.

 

Concludendo la risposta, Fassino dà un’interpretazione del (uomo) liberale curiosa e priva di precedenti. “Liberale è chi libera risorse, chi cambia il sangue al sistema”. In tutta franchezza, sfugge il significato di entrambe le definizioni. Intanto, sono due espressioni che non sembrano avere alcuna connessione tra loro. La prima – al di là di un possibile gioco di parole che lega il sostantivo al verbo – per l’assoluta genericità è sostanzialmente innocua. Per limitarci al campo economico, allora va considerato liberale il bancario che concede un prestito, il funzionario di un ente che toglie il vincolo a fondi che erano stati congelati, il notaio che dà corso a una successione (gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito). Assai più pericolosa la seconda definizione. “Liberale è chi cambia il sangue al sistema”. Se così fosse, sarebbero liberali anche dittatori (compresi i più sanguinari) che hanno usato e usano ogni mezzo per trasformare alla radice i sistemi che governano. Anche la rivoluzione jihadista dell’ISIS per la creazione del califfato islamico sta cambiando il sangue ad un sistema. Quindi, stando alle definizioni di Fassino, i suoi capi sarebbero dei “liberali”.

 

Certamente Fassino, con le sue affrettate affermazioni, non voleva arrivare a simili conclusioni un po’ aberranti. Ed allora perché avventurarsi, per voler apparire ad ogni costo innovativo (ma una ragione forse c’è, almeno per quanto noi riteniamo, e ne faremo cenno al termine), in stravaganti interpretazioni dell’uomo liberale? Restare nel solco della tradizione è sempre la cosa migliore. E’ liberale chi, battendosi per le libertà degli individui, ispira la sua azione ai principi del liberalismo. E il liberalismo è la dottrina che predica lo Stato minimo. Minimizzare le funzioni dello Stato, minimizzando la burocrazia. Infatti è attraverso la burocrazia, in tutte le sue manifestazioni, che lo Stato tende a limitare la libera iniziativa degli individui.

 

Va detto che la concezione classica del liberalismo è stata contaminata dal socialismo. Si è sostenuto che il socialismo, propugnando l’uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico, sociale e giuridico, ne afferma indirettamente le libertà. Si è quindi parlato di socialismo liberale. Queste contaminazioni hanno avuto spazio anche in Italia dando luogo a correnti di pensiero che hanno cercato di stabilire punti d’incontro tra liberalismo e socialismo (Salvemini, Rosselli, Gobetti e giù, fino a Benedetto Croce). Ma, pur tenendo conto delle evoluzioni del pensiero liberale, arrivare ad affermare tout court che le riforme di Renzi sono liberali ma assumono connotazioni di sinistra appare una catalogazione assolutamente impropria, forzata ed anche inutile, almeno tenendo conto di quanto ormai si sostiene sulla fine di una destra liberale, da considerarsi per sua natura sempre e solo conservatrice, e di una sinistra intrinsecamente e inequivocabilmente progressista (anche la destra ha manifestazioni progressiste e la sinistra può essere terribilmente conservatrice). Sono tesi che non si possono esaurire seccamente, come fa Fassino, con un: “Certamente”.

 

Se proprio si vogliono fare delle classificazioni, occorrerebbe analizzare ciascuna delle riforme che Renzi annuncia. A priori e in astratto, ogni sua riforma (ancora accettando la distinzione) può essere di sinistra o di destra per come viene presentata. Tuttavia, saranno poi soltanto gli effetti prodotti (quando ci saranno, visto che finora si è ancora nel campo degli annunci) che la schederanno come di sinistra o di destra. Se darà maggiori libertà ai cittadini, potrà definirsi liberale. Se ne limiterà l’azione, andrà ritenuta statalista. E, a ben guardare, molte delle riforme che Renzi dice di voler sviluppare non sembrano possedere caratteristiche liberali: fisco sempre più invadente nella sfera dei privati (sono queste le connotazioni di sinistra?), emarginazione dei cittadini nell’applicazione delle riforme istituzionali, e via discorrendo. Anche gli atteggiamenti personali che Renzi assume per sviluppare il suo governo non sembrano proprio rispondere alle regole liberali del dialogo e del confronto per arrivare a soluzioni condivise. Sembrano piuttosto evocare metodi del centralismo democratico, caro ai regimi sovietici, dov’è ammesso il dibattito (democrazia). Ma dopo che la maggioranza del partito ha scelto la decisione, tutti sono tenuti a sostenerla.

 

Fassino afferma ancora: “Purtroppo l’Italia non ha mai avuto grandi riforme liberali, che nella storia hanno sempre avuto un segno progressista e anti-aristocratico”. L’amara constatazione di Fassino nella prima parte del periodo può trovare una risposta anche nel suo passato politico. Guardando agli anni più recenti, l’Italia non ha sviluppato riforme liberali per il predominio esercitato dalle sue componenti più rilevanti: la Democrazia cristiana, il Partito comunista, il Sindacato e la Chiesa cattolica. Attraverso abili e astute forme di consociativismo – peraltro sempre negate –, ognuna di queste componenti ha potuto perseguire i propri interessi, sicuramente distanti anni luce da concezioni liberali della società. Ed è per questo che l’Italia, mentre tutti a parole si dichiaravano progressisti e gli altri Paesi evolvevano, è rimasta ingessata per anni. Al cittadino, anziché dare regole liberali, si elargivano forme assistenziali (causa tra l’altro dell’immenso debito pubblico che si è accumulato negli anni).

 

Dice, infine, Fassino che le riforme liberali hanno sempre avuto un segno anti-aristocratico. Non c’è dubbio. Ed allora le riforme di Renzi, per poter essere davvero considerate liberali, vadano contro l’aristocrazia. Ora non più, perché scomparsa, quella delle classi sociali ma, ad esempio, quella dei partiti politici. Ma questo non sembra avvenire quanto meno nelle riforme del Senato, delle Province e della legge elettorale dove tutto si concede all’”aristocrazia” della classe politica.

 

A conti fatti, l’intervista sembra favorire più atteggiamenti di lusinga di Fassino verso Renzi e dell’intervistatore verso Fassino (del quale sottolinea il tratto liberal sempre manifestato, anche quando faceva parte delle personalità comuniste) che non tentare approfondimenti di tematiche filosofico-politiche. Si cerca di truccare un po’ la sinistra con qualche belletto di destra. Ma partiti e persone si portano dietro una loro storia che non si può cancellare con qualche mascheratura di circostanza.

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