Nelle mani di San Sergio e San Piero

Gli effetti devastanti che cadranno su Regioni e Comuni con la legge di stabilità 2015 sembrano ormai essere soltanto più arrestabili dalle mani del Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni Sergio Chiamparino, nonché Presidente della Regione Piemonte, e del Presidente dell’Anci Piero Fassino, nonché Sindaco di Torino. Sono loro i due santi protettori cui si affidano le 20 regioni e le 2 province autonome di Trento e Bolzano e gli oltre 8mila comuni italiani per far cambiare idea al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi sulle sciabolate che, con la legge di stabilità in discussione, ha inferto alla finanza di Regioni e Comuni.

 

Il primo aveva proposto il “lodo Chiamparino” per modificare il taglio secco alle Regioni di 4 miliardi. Matteo Renzi aveva risposto picche e confermato l’entità del taglio. Aveva detto, comunque, di attendere le proposte del “lodo” (che dovevano arrivare in 7, massimo 10 giorni dal 23 ottobre) su come e dove trovare i 4 miliardi occorrenti per effettuare l’intoccabile manovra da 36 miliardi. Cosa sia maturato al riguardo dal 23 ottobre non è dato di sapere. Il termine è scaduto, e non si hanno notizie sui contenuti del “lodo”. Quindinon si conoscono ancora modalità e ammontare del contributo che ogni Regione dovrà pagare per salvare i conti dello Stato. In questo momento, forse il Presidente Chiamparino non può fare molto per le altre Regioni avendo gatte proprie da pelare. Grossi guai in casa per il bilancio 2012 della Regione bocciato dalla Corte dei conti e per le elemosine che deve chiedere al Governo per evitare che la finanza regionale piemontese vada a rotoli del tutto (si sia costretti, cioè, a dichiarare “fallimento”). Così, non potendo forse più pensare al bene comune delle Regioni dando sostanza al “lodo”, ma cercando di far bella figura lui in veste di questuante presso Matteo (Renzi), per ora ha deciso di fare ciò che aveva sempre spergiurato che non avrebbe mai fatto: aumentare le tasse regionali ai piemontesi.

 

Per i Comuni,emergono invece già indicazioni sui tagli aggiuntivi che potrebbero arrivare ai loro bilanci dalla manovra renziana 2015. La sforbiciata complessiva ai bilanci dei Comuni nel 2015 è di 1,2 miliardi; sale a 1,5 miliardi per effetto di code di tagli precedenti. Uno studio de Il Sole 24 Ore simula una stima delle minori entrate derivanti dalla sforbiciata ai bilanci dei Comuni capoluogo di provincia. Lo studio valuta anche i fondi che ogni Comune dovrà accantonare a copertura delle mancate riscossioni verificatesi negli ultimi cinque anni, in applicazione delle nuove norme che scatteranno dal 2015 per i bilanci dei Comuni (decreti legislativi 118/2011 e 126/2014). Indica infine le somme di cui i Comuni potranno disporre per effetto della riduzione del Patto di stabilità sempre prevista dalla legge di stabilità. Il saldo di questi tre importi fa emergere che Roma avrà 302,9 milioni in meno, Milano 178,3 e poi via via fino a Siracusa con 3.898 euro in meno. Il saldo di questi tre valori può portare però anche a un risultato positivo che vede in testa Siena con 3,2 milioni in più. Degli 8 Comuni capoluogo di provincia del Piemonte, 4 sono in zona negativa: Biella – 943.180, Asti – 1.519.747, Vercelli – 772.321, Alessandria – 310.626, e 4 in zona positiva: Verbania + 80.214, Torino + 9.856.437, Novara + 2.821.979, Cuneo + 1.552.545. Se tutto finisse qui, la questione potrebbe anche apparire non troppo complessa. Resta comunque sempre da capire, ad esempio, come finiranno i conti per Alessandria che, con decreto del 14 ottobre, ottiene un contributo di 52,0 milioni come anticipazione dello stato di dissesto, e contemporaneamente subisce tagli. Ma nel caotico guazzabuglio della finanza pubblica ci può stare tutto.

 

La manovra finanziaria 2015 prevede però anche un concorso al contenimento della spesa pubblica da parte di Province e Città metropolitane attraverso una riduzione della spesa corrente di 1.000 milioni per l’anno 2015, di 2.000 milioni per l’anno 2016 e di 3.000 milioni a decorrere dall’anno 2017. Tenendo dunque conto di questo e dei tagli alle Regioni, ecco perché i Sindaci temono che si crei una miscela esplosiva che metta in ginocchio i loro bilanci, costringendoli a tagliare servizi e interventi, con danno ovviamente per i cittadini. Lo Stato taglia direttamente i loro fondi e quelli delle Regioni. Queste, a loro volta, taglieranno i trasferimenti ai Comuni. Di qui l’implorazione al Presidente dell’Anci Piero Fassino. Tutti auspicano che un incontro con Matteo Renzi possa sciogliere qualche nodo che è venuto a crearsi nella finanza locale.

 

Il cittadino resta, comunque, sconcertato dalla schizofrenia che sembra aver pervaso i soggetti che operano nelle istituzioni pubbliche. Da un lato, un Presidente del Consiglio del Ministri che dice di voler rivoltare l’Italia in pochi giorni. Dall’altro, un Paese rimasto fermo per anni nei comportamenti, ma sempre attento a difendere interessi di corporazioni (politiche, sindacali, professionali, ecc.). Per stare negli argomenti di cui stiamo parlando, se oggi i Comuni sono obbligati a congelare parte delle loro risorse per coprire il mancato incasso di entrate di anni precedenti è nient’altro che la conseguenza di decenni di lassismo da parte di amministratori pubblici, di controllori della finanza pubblica e di chiunque avesse mano (ed ancor oggi ha mano) nella sua gestione. Per evitare oggi questo stato di cose (tra l’altro, noto da sempre ma sempre ben tollerato), l’andazzo di truccare i bilanci doveva essere colpito fin dall’inizio e in ogni sua manifestazione. I bilanci si gonfiavano facendo apparire crediti copiosi pur sapendo che mai si sarebbero riscossi. E così le spese restavano senza copertura, e si alimentava l’indebitamento. Per non parlare di altre amenità che stanno accadendo in questi tempi. Si dice che le Province sono soppresse, però continuano ad avere fior di trasferimenti, tanto che li si tagliano. Le Città metropolitane hanno appena fatto i primi vagiti, ma già si tagliano loro le risorse. E come si pensa che possano crescere?

 

Lo Stato ha anche altre gravi responsabilità. Nel 2001, si approva una riforma costituzionale (l. cost. 3/2001) che afferma che il Governo può sostituirsi agli enti territoriali periferici in caso di loro inadempienze (art. 120). Si stabilisce inoltre che le sostituzioni governative devono avvenire “nel rispetto del principio di leale collaborazione”. In altre parole, Stato ed enti territoriali costituiscono un solo corpo. Devono quindi agire di comune accordo al fine di evitare conflitti. In tutti questi anni, e nonostante lo sfascio in cui sono caduti gli enti decentrati, non si sono visti molti casi di sostituzione dello Stato nelle loro funzioni. Quanto alla leale collaborazione, basta guardare ciò che avviene in questi giorni con riferimento alle gestioni finanziarie pubbliche. Il Governo decide in assoluta autonomia, e chi rappresenta gli enti periferici è obbligato a prostrarsi anche soltanto per avere un incontro. Nello stesso tempo, il Governo sa di dover trattare non con dei campioni di virtù, per cui ha buon gioco a umiliarli (come noto, anche un imperatore subì a Canossa un simile trattamento).

 

Se poi si pensa che tutte queste situazioni passino inosservate da chi ci guarda da fuori, si compie uno sbaglio colossale. Secondo lo studio della Banca mondialeDoing Business 2015” – che classifica 189 Paesi in base alle condizioni esistenti per svolgere un’attività d’impresa –, l’Italia scivola dal 52° al 56° posto, persino più in basso di Montenegro, Bulgaria, Armenia, Rwanda, Slovenia e Turchia. 

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