Lodo Chiamparino, senza lode

23 ottobre 2014. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi ha appena detto, senza mezzi termini, ai presidenti delle Regioni – capitanati dal Presidente della Conferenza delle Regioni e Province Autonome nonché Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino – che di ridurre il taglio di 4 miliardi alle Regioni previsto nell’allora disegno di legge di stabilità 2015 non se ne parla proprio. Sergio Chiamparino avanza allora a Matteo Renzi una proposta: le Regioni, in 7 massimo 10 giorni, lavorando con il Governo, troveranno soluzioni alternative per evitare o contenere la decurtazione. Le soluzioni saranno trovate nella “razionalizzazione delle spese a tutti i livelli, anche dei ministeri perché, se la legge Delrio consente di semplificare la presenza sul territorio, perché devono esserci le stesse strutture dello Stato come prima che le Province venissero abolite?” Chiamparino chiama in causa la legge Delrio come fosse provvedimento già attuato. Come noto, la cosa ancora oggi è di là da venire. Si può ipotizzare che intendesse fare riferimento, ad esempio, alla riduzione (abolizione?) delle Prefetture. La “razionalizzazione delle spese” deriverà anche dall’applicazione dei costi standard. E poi ancora – dice sempre Chiamparino – si dovranno scandagliare i capitoli del bilancio dello Stato per vedere che non ci siano risorse giacenti inutilizzate.

 

Era nato quello che lo stesso Renzi definìlodo Chiamparino”. Già in allora taluno (noi tra questi) aveva ritenuto che fosse tutta aria fritta. Ma Chiamparino, alla conclusione dell’incontro, commentò: “L’incontro di oggi apre una fase nuova. Quando si parla ma soprattutto si lavora insieme è sempre una buona premessa per trovare una soluzione. Siamo fiduciosi di riuscire a rendere sostenibile la manovra”. E poi ancora: “Si cercheranno le soluzioni più efficaci per evitare che i tagli incidano sui servizi pubblici e sugli aumenti della fiscalità”. Di rincalzo, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Graziano Delrio concludeva: “Insieme alle Regioni,abbiamo ribadito che non vogliamo tagli alla sanità e ai servizi essenziali. Sarà dunque necessario trovare soluzioni per portare a termine alcune revisioni radicali della spesa, non temporanee, riuscendo a mantenere inalterata l'erogazione dei servizi in termini di qualità".

 

26 febbraio 2015- Seduta della Conferenza Stato-Regioni: sancita intesa sull’attuazione delle norme della legge di Stabilità 2015 (l. 190/ 2014) sui tagli alle Regioni a statuto ordinario. Per ciascun anno dal 2015 al 2018, si consolidano tagli per 5.252 milioni di euro. Come procedere? Così (in milioni di euro):

 

 

 

Riduzione del Fondo per lo sviluppo e la coesione

1.050,00

Riduzione delle risorse finanziamento del settore sanitario

2.000,00

Utilizzo di fondi del patto di stabilità

802,13

Riduzione del Fondo per lo sviluppo e la coesione

   750,00

Riduzione dei fondi per l’edilizia sanitaria

  285,00

Riduzione dei limiti per l’indebitamento

 285,00

Ulteriori risorse da recuperare su indicazione delle Regioni

   364,87

Totale

5.537,00

 

 

Le Regioni hanno 30 giorni dal 26 febbraio per fare proposte per il recupero del suddetto importo di 364,87 milioni. Se non vi provvederanno entro il 30 giugno, la riduzione verrà fatta direttamente dal Ministero dell’economia e delle finanze. L’intesa per i tagli supera, addirittura, l’importo stabilito dalla Legge di Stabilità (caso mai ci si fosse sbagliati nel fare i conti). I presidenti regionali sottoscrivono felici.

 

Il Presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino emette, nello stesso giorno, questo Comunicato stampa: “Siamo di fronte a manovre da 5 miliardi e 250 milioni che, oltre al mancato incremento del Fondo Sanitario, andranno a toccare il Fondo di Sviluppo e Coesione e in parte altri fondi di trasferimento. Accettiamo quindi un sacrificio pesante come è quello della rinuncia all’incremento di 2 miliardi del fondo sanitario nazionale, con l’auspicio, anzi l’impegno a lavorare con il Governo perché questo taglio si riferisca solo ed esclusivamente al 2015 e sia concordato con una specifica intesa in Stato-Regioni. Per un anno si può infatti accettare un onere di questo genere, ma tenendo conto della necessità di garantire nuovi farmaci salvavita e la definizione dei nuovo Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). La corda può essere tirata solo nella prospettiva di tornare a lavorare per garantire nel 2016 il livello di finanziamento previsto dal patto per la salute o comunque di dimensioni quantitative che consentano di far fronte alle due esigenze che ho prospettato: il giusto allargamento dei LEA e l’ampliamento dei farmaci salvavita”. Le Regioni Veneto e Lombardia non hanno sottoscritto l’intesa. Impugneranno la Legge di Stabilità, e di conseguenza l’intesa, per incostituzionalità.

 

Nell’Intesa Stato-Regioni,nulla si ritrova di quanto detto e scritto nel lodo Chiamparino. La Sanità esce massacrata con una decurtazione di 2.637 milioni poiché, ai 2.000 milioni del taglio al Fondo sanitario e ai 285 milioni dell’edilizia si aggiungono 352 milioni di sforbiciate ai fondi sanitari delle Regioni a statuto speciale. I costi standard sono fantasmi che volteggiano nei cieli italici dal 2009 (l. 42/2009 sul federalismo fiscale) ma che, finora, nessuno ha visto materializzarsi concretamente (però, senza neppure sapere cosa sono, si fa bella figura a chiamarli costantemente in causa; classico specchietto per allocchi, cioè per i cittadini, quali siamo nella visione dei governanti). Quanto a scandagliare risorse inutilizzate nel bilancio dello Stato, neppure un super-calcolatore dell’ultima generazione riuscirebbe a farlo; tanto meno nei 7 massimo 10 giorni indicati nel lodo. Dunque, il lodo (Chiamparino) senza lode.

 

Sorprende che, mentre il Governo – col beneplacito delle Regioni (meno le due citate) – taglia i fondi alla Sanità, appena un giorno prima, cioè il 25 febbraio, sono state consegnate alla Commissione Igiene e Sanità del Senato le prime conclusioni dell’indagine sulla sostenibilità dei costi sanitari, redatta dai senatori Nerina Dirindin (PD) e Luigi D’Ambrosio Lettieri (FI). I due parlamentari, dopo aver lamentato la totale marginalità del Parlamento nelle discussioni sulla Sanità (assoluta mancanza di coinvolgimento nel dibattito sul Patto della Salute stipulato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e in quello sui tagli della Legge di Stabilità, nessuna messa a disposizione delle relazioni sulla Sanità dell’ex Commissario alla spending review Carlo Cottarelli), e ricordato con ironia che la Commissione Igiene e Sanità del Senato ritiene “che sia necessario un sonoro starnuto per far pronunciare a un Presidente del Consiglio da parola salute”, indicano nove punti su cui occorrerebbe lavorare per il rilancio del Servizio sanitario nazionale. Sulle riduzioni dei finanziamenti, ammoniscono che stanno producendo effetti preoccupanti sul funzionamento dei servizi e sull’assistenza erogata ai cittadini. Il sistema non è più in grado di sopportare altre restrizioni finanziarie, “pena un ulteriore peggioramento della risposta ai bisogni di salute dei cittadini”. Osservano inoltre che non si può dimenticare la crisi economica che ha colpito cittadini e famiglie, per cui bisogna ponderare attentamente il contributo richiesto a questi per le prestazioni sanitarie. Infine, sollecitano un piano straordinario di investimenti nelle strutture sanitarie. In buona sostanza, l’indagine dice esattamente l’opposto di quanto deciso da Governo e Regioni.

 

A conti fatti, dando uno sguardo d’insieme all’andamento della gestione della cosa pubblica: lodi (Chiamparino), intese (Stato-Regioni), indagini (Commissione Igiene Senato) e quant’altro, cresce l’impressione di un totale scoordinamento in primo luogo con se stessi: oggi si affermano cose e domani altre totalmente diverse. Poi tra organi dello Stato e delle istituzioni. Sembra che la mano sinistra non sappia cosa fa la mano destra e viceversa. In questa diffusa situazione di caos, ciò che umilia non è soltanto lo scollamento nei e tra i soggetti. E’ l’assoluta dimenticanza dei cittadini. Quando si dice: “Le Regioni concorrono alle spesa pubblica…” almeno, di tanto in tanto, si potrebbe dire: “I cittadini delle Regioni concorrono alla spesa pubblica”. Perché sono loro che lo fanno, avendo meno servizi e pagando tasse crescenti. Ma chi governa afferma, con sicumera, che le soluzioni per i tagli si troveranno “evitando aumenti della fiscalità”. Già fatti o ancora da fare? Ma questa è un’altra puntata.

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