I NOSTRI MAGGIORI

Olivetti e i “calzini” del Canavese

Negli Anni Sessanta tra Ivrea e la Valle d'Aosta, attorno all'imprenditore Arrigo si ritrovò un cenobio liberale dai tratti originali ed eclettici, ma segnato dallo spirito antifascista e anticomunista - di Pier Franco QUAGLIENI

Adriana Chabod, figlia dell’“avvocato alpinista” di Ivrea Renato e nipote dello storico Federico Chabod, mi scrisse una lettera per ringraziarmi per l’uscita di un mio articolo in ricordo del grande storico valdostano. Quella lettera, che ho riletto casualmente in questi giorni, ha esercitato su di me la stessa funzione della mitica madeleine di Marcel Proust. Mi ha fatto tornare indietro agli ultimi anni ’60 e ’70 quando, frequentando la villa eporediese di Arrigo Olivetti, tra i tanti amici, conobbi il senatore socialista Renato Chabod. Erano anni difficili, stavamo per entrare nel clima della contestazione studentesca e la frequentazione assidua di quella villa costituì per me una sorta di seconda Università. Una volta lo storico Aldo Garosci mi parlò di quel gruppo di amici definendoli “i liberali/radicali del Canavese”.

 

A Montaldo Dora viveva Edoardo Ruffini, giurista insigne, figlio del senatore Francesco, docente di Diritto Canonico all’Università di Torino. I due Ruffini furono fra i tredici professori italiani che non giurarono al fascismo e perdettero la cattedra. A Colleretto Giacosa venivano a villeggiare Nina Ruffini, redattrice de Il Mondo e scrittrice raffinata, e Leone Cattani, ministro liberale ai Lavori Pubblici dopo la Liberazione, esponente di spicco del nuovo liberalismo italiano già nella clandestinità. Cattani aveva dato ordine di non accendere i calorifici del ministero per risparmiare: un esempio ottocentesco. Spesso veniva l’ambasciatore Nicolò Carandini, il liberale che Alcide De Gasperi avrebbe voluto come suo ministro degli Esteri. Ma Carandini significava anche la famiglia Albertini: aveva infatti sposato Elena, figlia del direttore del Corriere della Sera. “I radicali del Conte Carandini - diceva ironicamente Giancarlo Pajetta - portavano i calzini”: lunghi, per sottolineare la loro eleganza ispirata allo stile britannico e, a parere del leader comunista, snob Essi venivano a volte ridicolizzati perché  costituivano un partito famigliare, essendo  imparentati tra loro: solo Pannunzio faceva parte per sé stesso.

 

Nella vicina Valle d’Aosta c’erano Alessandro Passerin d’Entrèves, storico di grande rilevanza e maestro indimenticato all’Università di Torino dopo anni di insegnamento in Inghilterra. A volte ci raggiungeva Umberto Morra di Lauriano, figlio di un famoso generale umbertino, fedelissimo gobettiano che non riuscì a portare a compimento la biografia di Piero, come tanto avrebbe desiderato. A Pollone c’erano il marchese Carandini, la famiglia Frassati-Gawronski, le figlie di Benedetto Croce. Se ci fosse stato un fotografo come Antonicelli per Croce e i suoi amici negli Anni ’30, avremmo potuto creare un nuovo album del secondo Novecento, continuazione del primo “Ci fu un tempo”.

 

Si potrebbero citare ancora altri nomi, ma l’elemento rilevante è che tutti questi maestri-amici rivestirono per me un ruolo che posso paragonare solo a quello di mio padre, che bazzicava anche lui in quegli ambienti. Neppure i miei migliori docenti all’Ateneo torinese, Bobbio, Galante Garrone e Venturi, hanno lasciato su di me quella traccia che ritengo indelebile. Solo Aldo Garosci, il socialista che aveva combattuto in Spagna e nella Resistenza e che nel dopoguerra si rivelò doppiamente antitotalitario contro fascisti e comunisti, riuscì a lasciare un’impronta simile. Da giovane studente appena uscito dal liceo, dovetti subito fare i conti con la mia incultura e con i miei limiti vistosi. Fu una rivelazione la prima lezione di Garosci ascoltata in quasi religioso silenzio da non più di cinque o sei allievi. Ma quei “liberali/radicali del Canavese” mi hanno insegnato tutto senza volermi insegnare nulla, perché mi trattarono quasi subito in modo molto amichevole, malgrado fossi giovanissimo. Io avrei voluto tacere e limitarmi ad imparare da loro, ma spesso mi capitò di poter partecipare attivamente ai loro discorsi, per quanto la mia immaturità non lo avrebbe consentito: oltre che dei veri signori, erano dei veri liberali.

 

Gli incontri a “Villa Luisa”, il nome della straordinaria ed umilissima figlia di Arrigo Olivetti, ancora oggi rimpianta ad Ivrea per le sue opere caritative, costituivano un po’ quello che fu a Roma il salotto del Mondo di Mario Pannunzio. Si respirava quella che – come ricordava Mario Soldati Giacomo Debenedetti definiva “l’aria dei ventilati altipiani”, riferendosi ai suoi maestri torinesi dell’ateneo di via Po. Ricordo che una volta accompagnai il francesista Mario Bonfantini, che ci intrattenne tutta la sera sulla sua traduzione di Baudelaire a cui stava lavorando da trent’anni e che verrà pubblicata poi nel 1975. Quella sera scivolò da una sedia a dondolo e riuscì con baldanza giovanile, quella che aveva dimostrato nella Resistenza saltando giù da un vagone che lo stava deportando in Germania, a rialzarsi subito in piedi con un’agilità che sorprese tutti. Quando c’erano Carandini e Cattani si parlava di politica ad altissimo livello, talmente alto che il discorso finiva nell’utopia, dato il contesto politico di quegli anni che non consentivano di guardare lontano.

 

Ospite di Olivetti, a Roma ebbi il privilegio di passare alcune serate animate da Ugo La Malfa, Francesco Compagna e Giovanni Spadolini. Una sera venne Ennio Flaiano e per me fu una folgorazione. Le sue battute scintillanti e geniali erano davvero straordinarie. Un’altra volta Olivetti mi fece conoscere il pittore e vignettista Mino Maccari che improvvisò un ritratto a matita di Pannunzio, che mi volle dedicare e che conservo gelosamente tra i ricordi più cari. In quel clima nacque anche la mia amicizia con Mario Soldati che durerà costante per oltre trent’anni fino alla sua morte nel 1999.

 

Il loro e il mio era un liberalismo allora considerato eretico, ma esso era in effetti fermissimo su due punti: l’antifascismo e l’anticomunismo. Se consideriamo che eravamo negli anni successivi al ’68, l’aver avuto la fortuna di incontrare quei Maestri, che divennero anche amici, fu per me il fatto più importante della mia vita. L’amicizia che coltivo da anni con il figlio di Arrigo Olivetti, Camillo, rappresenta una linea di continuità con un mondo ormai definitivamente scomparso, di cui sento sempre di più la mancanza. Se la politica ha avuto una sua nobiltà, se la cultura ha saputo mantenere una sua dignitosa indipendenza, ciò è dovuto anche a quei “visi pallidi”, come li definivano sprezzantemente i comunisti, che seppero testimoniare, pagando con l’isolamento, il loro spirito liberale. Ma su tutti, ovviamente, emergeva Arrigo Olivetti, imprenditore, editore-mecenate del Mondo di Pannunzio.

 

L’attrice Anna Proclemer, moglie di Vitaliano Brancati, scrisse degli amici del marito, quelli che sì “la sera andavano in via Veneto”, per dirla con Scalfari: ”Erano tutto fuorché intellettuali le conversazioni di questi intellettuali che si riunivano due volte al giorno in via Veneto… Io con loro mi annoiavo: non capivo la loro frivolezza”. In parte la Proclemer dice il vero perché in effetti il loro impegno poteva trasformarsi all’improvviso in discorsi  piacevolmente frivoli. La Proclemer dà per sottinteso un fatto indiscutibile: salvo Giulia Massari, mancata poco tempo fa, le donne nel gruppo erano assenti. Non erano certo misogini perché le storie erotico-sentimentali di quel gruppo erano frequenti e a volte il discorso finiva per deviare e portava a parlare di donne. I piaceri della vita non erano estranei a nessuno di loro. Nicola Adelfi, che partecipò a quel gruppo, rammenta però che “in tutti gli scontri di idee i partiti,  anche i più grossi, si sentivano in obbligo di fare i conti con noi”, dopo aver ricordato l’allegria delle cene all’uscita dalla redazione del Mondo, spesso da Cesaretto in via della Croce.

 

In quel gruppo c’era sovente Arrigo Olivetti che portava alla moglie di Pannunzio Mary gli amatissimi tartufi di Alba. Fra tanti letterati poteva sembrare strana la presenza di un industriale che aveva scelto di essere radicale. La sua era una presenza più discreta che rivelava un riserbo piemontese, ma la tagliente ironia delle sue battute era nota a tutti. Arrigo morì ad Ivrea nel 1977 all’età di 87 anni, ottimamente portati. Alcuni dicevano che andasse periodicamente a fare  la cura  del Gerovital in Romania. Della sua figura di imprenditore, di uomo politico impegnato attivamente fin dall’antifascismo e dalla Resistenza si è scritto troppo  poco, anche se a Torino c’è quasi un paradosso: Camillo e Adriano Olivetti non hanno una via a loro dedicata, mentre, fin dal 1988, Arrigo ce l’ha. In un libro dedicato al cognato Adriano Valerio Ochetto si limita a citare Arrigo qua e là, definendolo “ballerino e donnaiolo”. Durante la Grande Guerra egli fu nello Stato Maggiore del Duca d’Aosta, il comandante della III Armata.

 

Fu un Olivetti di un ramo collaterale che sposò la cugina Elena, figlia di Camillo fondatore dell’azienda di Ivrea. Nel 1944 venne preso a Roma dai fascisti e torturato nella famigerata caserma di via Tasso a Roma come partecipe dei gruppi clandestini liberali vicini al col. Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, vittima delle Fosse Ardeatine. Ebbe negli Anni 50 un ruolo certo non marginale e in parte anche conflittuale con Adriano nella gestione della Olivetti di cui divenne presidente alla morte del cognato. Mentre in Adriano Olivetti c’era una visione cristiano-socialista che si espresse nel movimento di “Comunità”, in Arrigo era presente in modo molto netto una visione laico-liberale-radicale. Se Arrigo sostenne per dieci anni Il Mondo, Adriano fu tra i fondatori del settimanale concorrente L’Espresso anche se nato con Arrigo  Benedetti direttore, uno che veniva dal Mondo e da un’amicizia fraterna con Pannunzio durata tutta la vita. I due settimanali gemelli, dopo non molti anni, divennero rivali specie quando all’Espresso si fece evidente la presenza di Eugenio Scalfari.

 

Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in un suo messaggio per il centenario della nascita di Arrigo, ha riassunto bene il senso di quella battaglia che caratterizzò “una stagione irripetibile per impegno civile, ricerca imprenditoriale, disinteressato amore per la cultura”. Se noi pensiamo al deserto in cui  sono stati trasformati Ivrea e il Canavese, abbiamo chiaro cosa abbia significato  la presenza di uomini come Adriano e Arrigo Olivetti e di un’azienda  all’avanguardia come la Olivetti. Oggi il Canavese può solo limitarsi a rimpiangere quel mondo che è stato distrutto in maniera irreparabile.

 

quaglieni@gmail.com

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