OXI O NAI?

Grecia, siamo tutti figli di Troia

La comunità ellenica piemontese attende con apprensione e un pizzico di fatalismo l'esito del referendum di oggi. "Ma se dovessimo votare sceglieremmo il no". Accompagnato dalle polemiche approda ad Atene anche il filosofo marxista Fusaro

Chi non è partito per Atene resta in costante collegamento telefonico con amici e familiari. La piccola comunità greca piemontese, circa trecento persone in tutto, attende con apprensione l’esito del referendum indetto da Alexis Tsipras per permettere al suo popolo di pronunciarsi sul piano di rientro previsto dalla troika (seggi aperti fino alle 19 ora locale, le 18 in Italia, primi risultati tra le 21 e le 21,30). Sono quelli più coinvolti e probabilmente i più informati ma non c’è voglia di unirsi al cicaleccio di quelli che non sanno di non sapere e strepitano. E, soprattutto, a dispetto di certa politica nostrana, nessun pianto greco: c'è preoccupazione, ovviamente, ma esternata con riserbo e pudore.

 

La sinistra (e non solo) italiana si è imbarcata per Atene sostenendo le ragioni del no. Sono la Brigata Kalimera di cui fanno parte, tra gli altri, Nichi Vendola e Stefano Fassina. Comitiva che segue quella che, anche da Torino, si recò lo scorso gennaio ad Atene per seguire le ultime battute della campagna elettorale e festeggiare la vittoria di Syriza: rifondaroli e tutte le variopinte anime della sinistra capitanati da Ezio Locatelli. Doveva esserel'alba di una nuova era e ora rischia di essere il tramonto dell'Europa. Tra quanti si sono imbarcati alla volta del Pireo c’è anche il giovane filosofo neo-marxista Diego Fusaro, torinese, che da mesi inonda i social pontificando contro «burocrati e tecnocrati della finanza capitalistica eurocratica, che hanno utilizzato la Grecia come tragico teatro di una sperimentazione sociale per veder fino a che punto può essere portato l’odierno crimine dell'Europa unita solo dalla moneta unica e dall’euro». Cita Tucidide e si fa immortalare a bordo della imbarcazione che presumibilmente lo sta conducendo in Grecia. Mentre esplodeva la polemica su Lacoste e orologio Omega, non proprio simboli del proletariato, tanto da far scattare l’indignazione di “amici” e “follower”. In fondo, greci o italiani, siamo tutti "figli di Troia", figli di un inganno: che si chiami Europa (questa Europa) o che vesta i panni di un internazionalismo anticapitalista fuori dal tempo e dalla storia (da questo tempo e da questa storia).

 

La sensazione generale è che, al netto dei toni da tregenda di certuni, non si tratti di un passaggio epocale, di una cesura nei confronti di una storia che invece proseguirà successivamente sui tavoli europei e del mondo. «La popolazione si sta rendendo conto che i propri sacrifici servono per salvare un sistema finanziario globale più che i greci» dice Alexis Tsoukiàs, direttore del Centro nazionale della ricerca scientifica presso l’Università di Parigi e presidente dell’associazione Piemonte-Grecia. «La verità è che sia col “sì” che col “no” la situazione resterà drammatica, non ci sarà una soluzione» ammette Afrodite Oikonomidou, nome da Olimpo, con radici a Salonicco e una vita a Torino dove si occupa di arte e cultura. Raccontano di una popolazione che sta prendendo «con filosofia» una situazione drammatica, «perché forse comprendono che è solo una grande partita di poker in cui loro giocheranno una mano» dice il professor Tsoukiàs. «A Torino come ad Atene cerchiamo di capire, ci passiamo articoli di giornali, scambiamo impressioni, ma la verità è che c’è ancora qualcosa che ci sfugge. Una falla» dice Oikonomidou. Perché in questi dieci anni «di sacrifici ne sono stati fatti tanti, ma senza che i greci ne beneficiassero» spiega Tsoukiàs.

 

Nel mirino c’è naturalmente la troika - formata da Fondo monetario internazionale, Bce e Unione europea - «vissuta da tutti i greci come un’imposizione esterna» e soprattutto come tutrice di un ordine mondiale fondato sul denaro che non ha tempo per aspettare la rinascita greca: presta i soldi e li rivuole indietro nei tempi pattuiti. Alla fatidica domanda su quale sarebbe stata la loro scelta qualora avessero potuto esprimersi nella consultazione di oggi, la risposta di Tsoukiàs come quella di Oikonomidou è sofferta: qualche sospiro, un paio di precisazione e poi un “no” unanime. Irricevibili per entrambi le condizioni imposte a chi ha già sofferto per colpe non sue, piuttosto responsabilità di una classe politica "del tutto inadeguata" che per decenni ha accumulato debiti in cambio di consenso elettorale, per sostenere un welfare insostenibile.

 

«Oggi nessun fornitore accetta di esser pagato con bonifici, vogliono i contanti – racconta Tsoukiàs – il turismo è fermo e con lui tutti gli altri servizi e le attività produttive». Le banche sono a secco e il paese è immobile. E questo il contesto nel quale i greci oggi si troveranno a esprimersi sul proprio futuro: dentro o fuori? Tsipras continua a sottolineare che il No (Oxi) porterebbe a un negoziato più vantaggioso, senza mettere in risalto i rischi di una simile scelta, anche se per alcuni analisti, l’uscita dalla zona euro resta l’eventualità altamente probabile. E mentre fanno il giro del mondo le immagini di Giorgios, pensionato in lacrime di fronte allo sportello della propria banca chiuso, ci si interroga su quali saranno le prossime mosse della finanza internazionale.