Digital day, tanto fumo

21 novembre. In una Reggia di Venaria super-blindata per la partecipazione del Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi e della ministra della Semplificazione e pubblica amministrazione Marianna Madia, si tiene l’Italian digital day. Fanno gli onori di casa il Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, il Sindaco della Città di Torino e della Città metropolitana di Torino Piero Fassino e il Sindaco della Città di Venaria Reale Roberto Falcone. Scopo dell’evento: fare il punto sul processo di digitalizzazione del Paese, definendo – come scritto dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi – “un percorso di digitalizzazione che non si limiti ad usare i nuovi strumenti informatici, ma a definire un nuovo modello sociale e produttivo”. Piuttosto piccata la Presidente dell’Unione Industriale Licia Mattioli per il fatto che agli industriali (in primo luogo, ai piemontesi) non sia stato dato alcun spazio nella manifestazione. Questo benché proprio Matteo Renzi, dopo aver affermato che “l’innovazione digitale è una priorità”, abbia sottolineato che l’Italia ha ormai superato, nel settore, le prime difficoltà. E che “Il passaggio successivo è quello di riuscire a definire, a declinare i nuovi paradigmi dell’investimento manifatturiero. E’ ciò che il governo sta facendo in sinergia con tutti i ministeri per tenere assieme assieme (n.d.r. svista o rafforzativo? Paperissima avrebbe detto vicini, vicini) non solo l’industria 4.0, ma anche tutte le partite collegate”.

 

Completezza di cronaca impone di annotare che i solenni impegni che si stanno proclamando alla Venaria Reale vengono – almeno parzialmente – smentiti dalle notizie che giungono dalla capitale. Il Senato approva la legge di stabilità 2016 con un taglio del 50% degli stanziamenti per il digitale. Sembra dunque di cogliere qualche contraddizione tra quanto affermato dal Presidente del Consiglio e le decisioni di Palazzo Madama. Però non tutto può dirsi perduto. Può darsi che, prima dell’approvazione finale della legge di stabilità, si trovi qualche risorsa aggiuntiva affinché gli impegni governativi non restino pure espressioni verbali di circostanza. Si vedrà. Tuttavia, prendendo lo spunto dall’Italian digital day, si possono fare alcune considerazioni sul tema della digitalizzazione nel nostro Paese.

 

Tralasciando discorsi più remoti, si può ricordare che, regnando il Governo (imposto) di Mario Monti (2011-2013), il suo Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti Corrado Passera si esibì, per lo sviluppo del digitale, con ben due decreti–legge (83/2012, L. 134/2012, e 179/2012, L. 221/2012, passati alla storia come “decreto sviluppo 1” e “decreto sviluppo 2”). Norme e norme illustravano l’“Agenda digitale” declinata in tutte le salse (dalla carta d’identità elettronica, alle applicazioni nella sanità, nella scuola, ecc.). per “favorire, tramite azioni concrete, l’alfabetizzazione e lo sviluppo delle competenze digitali con particolare riguardo alle categorie a rischio di esclusione” (art. 1, DL 179/2012, L. 221/2012). Il tutto coordinato dall’“Agenzia per l’Italia digitale” (art. 19, DL 83/2012, L. 134/2012). Erano anche stanziati a bilancio fondi per passare alle fasi operative. Sul digitale, c’è dunque nulla da inventare nel Paese. Basta partire dall’esistente, senza continuare a ripetere sull’argomento frasi trite e ritrite.

 

LItalian digital day avrebbe potuto essere l’occasione per fare e diffondere un quadro, non soltanto con slogan vuoti ma con dati certi e documentati, di quanto è stato attuato di tutta quella normativa. Ad esempio, quanti fondi sono stati spesi di quelli stanziati e quanti ne restano, con quali obiettivi e quali sono i risultati già raggiunti. Inoltre, si sarebbe potuto dire quale accelerazione s’intende dare ai processi di digitalizzazione del Paese, ma indicando tempi e investimenti. Si poteva altresì ricordare, ad esempio – magari vergognandosi anche un po’ –, che il Servizio studi della Camera dei Deputati, con un monitoraggio effettuato a marzo 2015, ha rilevato che dei 67 provvedimenti che avrebbero dovuto dare attuazione all’Agenda digitale, soltanto 37 hanno visto la luce. E che, inoltre, mancano numerosi regolamenti attuativi dei provvedimenti già adottati. E si sa che, senza regolamenti, le norme restano lettera morta. Non sembra che abbia tenuto banco tutto questo. L’assenza di discorsi con questi contenuti ha deluso fortemente tanto che è stato osservato che, nella manifestazione, non si è parlato di governo dell’innovazione ma si è visto un Governo che parla di innovazione.

 

Queste lacune non sono soltanto maligne considerazioni di gufi”. Le Organizzazioni internazionali giudicano i processi sviluppati anche dall’Italia in tema di applicazione del digitale. La Digital Agenda For Europe della Commissione europea ha presentato, all’inizio del 2015, lo studio DESI (Digital Economy and Society Index) col quale ha analizzato lo stato della digitalizzazione dei 28 Paesi dell’Unione basandosi su alcuni indicatori (connettività, uso di internet, digitalizzazione nei servizi pubblici, ecc.). Gli sviluppi sono abbastanza variegati. In ogni caso, l’Italia è tra i fanalini di coda. E’ classificata al 25° posto, seguita soltanto da Grecia, Bulgaria e Romania. In un range da 0 a 1, risulta prima la Danimarca, che realizza un punteggio di 0,67. L’Italia ha 0,36 punti. Ultima la Romania con 0,31 punti.

 

Un recente studio della Harvard Business Review ha classificato, a livello mondiale, 50 paesi tenendo conto del loro grado di digitalizzazione. Li ha distinti in 4 categorie a seconda che: abbiano avuto buone performances di innovazione digitale e continuino a mantenerle; abbiano avuto buone performances di innovazione digitale, ma stiano rallentando; non sono molto digital, ma hanno potenzialità per accrescere il loro livello di innovazione digitale; ad oggi non sono molto digital e potrebbero arrancare anche in futuro nel loro processo di innovazione digitale. Svettano i 10 paesi più digitalizzati del mondo: Singapore, Svezia, Hong Kong, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti, Finlandia, Canada, Corea del Sud, Olanda. LItalia figura nell’ultima categoria, in compagnia di Kenya, Egitto, Nigeria, ecc.

 

Queste classifiche fanno (purtroppo)toccare con mano il divario tuttora esistente tra il nostro Paese e il resto dell’Europa e del mondo. Le conseguenze sono facilmente immaginabili: esigenze di forti investimenti (e non di tagli nei già scarsi stanziamenti di finanza pubblica); modestissima competitività e ingenti perdite economiche per imprese private e pubbliche senza applicazione di metodi e sistemi digitali. Per non dire di altre questioni quali la lotta alla criminalità, nazionale e internazionale, il controllo dei fenomeni migratori di popolazioni, ecc. All’Italian digital day si poteva anche parlare di tutto questo.

 

Grande assente alla kermesse di Venaria il Consorzio per il sistema informativo – Csi Piemonte. E dire che a fare gli onori di casa nella manifestazione c’erano i due massimi rappresentanti degli enti fondatori e sostenitori del Csi, Regione Piemonte e Comune di Torino. Non gli si poteva riservare almeno una testimonianza per “diritto di territorio”? O il Csi non è più quel centro pubblico di eccellenza per l’Ict? Oppure, come già osservato dalle colonne di questo Giornale, il Csi non ha più padri?

 

A conti fatti, dirà il futuro se a Venaria Reale si sono fatte soltanto chiacchiere o gettate le basi per azioni che faranno migliorare le posizioni del Paese nelle classifiche sulla digitalizzazione. 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    09:17 Mercoledì 02 Dicembre 2015 Rotolandoversonord Progetto Socrate

    Qualcuno ha per caso citato il Progetto Socrate di SIP (1995-97) per la banda larga, oppure era una cosa troppo imbarazzante?

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