SISTEMA TORINO

“Vent’anni di inciuci sotto la Mole”

Rosso, per lungo tempo numero uno di Forza Italia in Piemonte, racconta la fine dell’epopea berlusconiana e attacca l’arcinemico Ghigo: “Altro che concordia istituzionale, fu consociativismo puro”. Appello al Cavaliere “per combattere l’ultima battaglia”

È un animale (politico) in gabbia Roberto Rosso. Risponde al telefono e in trenta secondi s’infervora, ruggisce, attacca i suoi amici odiatissimi in Forza Italia: ce l’ha con la destra e vorrebbe giocarsi l’ultima possibilità di sfidare la sinistra. Se la prende con chi lo ha relegato ai margini, senza possibilità di buttarsi di nuovo nella mischia. È alla disperata ricerca di uno spazio (politico), ma sente che si è fatto ristretto. Guarda fuori e vede Palazzo Civico, quel sogno sfumato per un pelo nel 2001, contro Sergio Chiamparino. Da quando è iniziato il dibattito sul candidato sindaco nel centrodestra gli si è seccata la bocca a furia di appelli: voleva le primarie, un’assemblea pubblica, “un modo qualunque per far pronunciare i nostri elettori”. Ed è quello che ancora chiede. Tira in ballo Silvio Berlusconi: “siamo due combattenti, perché non mi dà questa occasione, perché dobbiamo arrenderci prima di combattere?”. Intanto, nello schieramento che non lo incorona regna una surreale impasse, un limbo che disorienta amministratori ed elettori.

E sì che Rosso di battaglie ne ha combattute a bizzeffe: un tumore scoperto e, per fortuna, debellato in piena campagna elettorale, esattamente 15 anni fa, e nonostante tutto un’elezione che “avrei vinto al primo turno non fosse stato per una lista civetta col mio nome e le telefonate di Enzo Ghigo che diceva ai suoi di votare per Chiamparino”. Mezz’ora a ruota libera in cui l’ex ragazzo di Trino che sogna Torino, dismette i panni del democristiano, vestiti quando aveva 19 anni (“e i contadini comunisti mi prendevano a pugni”), e spara su chi lo ha azzoppato, tramortito sul piano politico ma mai domato completamente. E i ricordi sono un misto di miele e fiele, con la nostalgia di essere stato tra i protagonisti di una esaltante epopea e i rancori verso chi quella storia ha contribuito a distruggere.In questo amaro amarcord le occasioni mancate se ne vanno come le avemaria di un rosario sgranato alla vigilia di una competizione elettorale che vede il centrodestra in un angolo, del tutto irrilevante per le sorti della città.

Per la prima volta non sarà la destra, molto probabilmente, il primo pensiero del candidato sindaco del centrosinistra, ma la bocconiana col pancione del Movimento 5 stelle, Chiara Appendino. Dell’impero di Arcore restano i cocci e un’area da ricostruire, ma quando c’era la possibilità di contendere la leadership c’è chi ha preferito spartirsi potere e poltrone.

Pronunci il nome di Ghigo ed ecco il sangue negli occhi di Rosso: “Quando ho saputo che avrebbe sostenuto Piero Fassino sono rimasto impietrito”. Ma d’altronde, racconta “in Forza Italia c’era chi li affrontava i comunisti e chi ci camminava a braccetto. Altro che concordia istituzionale, quello era consociativismo di potere, un compromesso di bassissima tacca”. Rosso fu l’unico capace di costringere il centrosinistra Chiamparino al ballottaggio nel ventennio che in tutto il resto d’Italia è stato “berlusconiano”. Sotto la Mole gli uomini del Cavaliere non hanno mai attecchito nel tessuto della borghesia né tantomeno sono riusciti a scalfire quel Sistema Torino nel quale alcuni, anzi, si sono acconciati alla meno peggio. Vorrebbe riprovarci Rosso anche se sa che, questa volta, il vento tira contro e il barometro segna tempesta. Pezzi di centrodestra abbandonano la nave berlusconiana per salire su quella del nemico; Rosso, invece, ha ancora una partita da giocare, dice, “e io so qual è il mio campo”. D’altronde lui è un politico, uno di quelli di professione, che tra mille contraddizioni hanno un codice, dall’altra parte c’è un ex manager di Publitalia, che segue il mercato elettorale.

E dire che in questi anni il Sistema Torino talvolta ha barcollato, come nel caso dello scandalo cimiteri: “Quando scoppiò, volevo chiamare Mediaset e Rai, far scoppiare il bubbone che avrebbe potuto far implodere tutto e invece fu proprio la destra a garantire il silenzio e il ritorno alla normalità”. Questa era la concordia istituzionale? “Ghigo e Chiamparino si sentirono e noi garantimmo che non avremmo calcato la mano, i giornali si chetarono e le inchieste non portarono a nulla”. Colpa dei magistrati? “Ma perché, lo scopro io che a Torino vengono condannati solo quelli di destra? Basta guardare Rimborsopoli”. Un’inchiesta che Rosso conosce bene poiché nacque, presumibilmente, proprio da un suo aneddoto raccontato in una tv privata, in cui il protagonista era un consigliere regionale che si faceva rimborsare la settimana bianca. Così, sommersa sotto un mare di scontrini e di firme false la giunta di cui fu anche vicepresidente crollò definitivamente.

Un vizietto diffuso a destra quello del collateralismo con i rossi. Persino i figli del Movimento sociale di Almirante “hanno fatto affari con la sinistra” dice Rosso. Il riferimento è all’ex parlamentare Agostino Ghiglia, che “otteneva gli appalti da Gtt per Neos Park, una società di cui era socio”. Arriva a parlare di “mafie rosse”, prosperate se non con la complicità di vasti settori della destra di certo (anche) grazie alla sua ignavia. E a qualche interesse indicibile.

Classe 1960, dopo i primi passi nella Balena Bianca salì subito sullo zatterone azzurro di Berlusconi, “il più grande leader che abbia avuto l’Italia. Per me è stato tutto e gli devo tutto, però…”. Si volta indietro Rosso e ricorda quando fu proprio Silvio a tradirlo: “Mi fece fuori quando ero coordinatore di Forza Italia e scelse Ghigo, garante dello status quo, del grande inciucione con la sinistra”. Lui si vendicò al crepuscolo dell’ultima legislatura berlusconiana, quando voltò le spalle al Sultano di Arcore per Gianfranco Fini: una fuitina seguita dal pentimento e dal ritorno a Canossa, ripagato con un posto da sottosegretario. Acqua passata. L’ultima volta che ha ottenuto udienza ad Arcore è stato un anno e mezzo fa, “per questioni personali”. Berlusconi, come al solito fu amabile: “Abbiamo ricordato i tempi andati come in un dejà vu”. Poi il silenzio. E ora cosa chiede a Silvio? “Di non abbandonare tutto e tutti, di ricompattare l’area dei liberali e dei democratici cristiani in una logica di alternativa al centrosinistra. Di far esprimere il nostro popolo sul prossimo candidato sindaco e di dare ai nostri elettori un’alternativa chiara a Fassino. Non importa che sia io o un altro”.

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