POLITICA & GIUSTIZIA

Firme false, Regione in bilico

Al Consiglio di Stato battaglia in punta di diritto. Gli avvocati della Lega hanno sostenuto le ragioni per estendere le indagini sulle irregolarità. Per la difesa del centrosinistra va confermata la decisione del Tar. La sentenza entro una decina di giorni

Un’ora di battaglia in punta di diritto di fronte alla V Sezione del Consiglio di Stato (presidente Claudio Contessa, relatore Nicola Gaviano) chiamata a esprimersi sul ricorso dell’esponente della Lega Nord, Patrizia Borgarello, contro l’elezione, nel giugno 2014, di Sergio Chiamparino alla presidenza della Regione Piemonte. Elezione che, secondo la riccorente, ex consigliera provinciale del Carroccio, sarebbe stata viziata da numerose irregolarità nella raccolta firme della lista a sostegno del futuro governatore. I giudici si esprimeranno dopo che, lo scorso 9 luglio, il Tar del Piemonte ha dichiarato inammissibile il ricorso sul listino maggioritario e sulla lista provinciale del Partito democratico di Cuneo, ammettendo invece, con riserva, il ricorso riguardante la lista provinciale del Pd di Torino. I giudici amministrativi hanno, di fatto, evitato il ritorno alle urne, sostenendo che, anche al netto delle firme irregolari, quelle autentiche sarebbero state comunque sufficienti a garantire il numero necessario per la validità delle elezioni. Le tesi sostenute dalle parti in causa, da Francesco Saverio Marini e Ulisse Correa (con Giorgio Strambi che patrocina l'appello dei Pensionati di Michele Giovine) e da Vittorio Barosio e Mario Contaldi (con Giovanna Scollo e Giuseppe Piccarreta dell'avvocatura regionale) rispettivamente per i ricorrenti e per i consiglieri di centrosinistra, verranno ora valutate dai giudici di Palazzo Spada che emetteranno direttamente la sentenza, presumibilmente entro una decina di giorni. Intanto il 26 gennaio, al palazzo di giustizia di Torino, è stata fissata l’udienza preliminare nei confronti di dieci esponenti del Pd, dirigenti e funzionari del partito, tutti indagati dalla procura per le presunte irregolarità.

 

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Secondo Marini e Strambi le contraffazioni sarebbero decisive non solo per quanto riguarda la lista Pd di Torino, ma soprattutto anche per il Listino del presidente, il cui destino è legato indissolubilmente alla sopravvivenza della giunta. Si tratta, hanno spiegato, di prove emerse sul fronte penale (con le ammissioni dell’autenticatore del Pd Pasquale Valente che non ha riconosciuto come sue le firme apposte su numerosi fogli di sottoscrittori) e che non potevano essere fornite dai ricorrenti al momento della presentazione del loro esposto al Tar. Secondo invece i legali dei democratici e della Regione, che hanno citato la precedente sentenza del Consiglio di Stato sul caso Cota, “le conoscenze successive alla proposizione del ricorso riferite ad indagini penali non possono sostituirsi al principio di prova che deve essere fornito nel termine di decadenza di 30 giorni dalla proclamazione degli eletti”, avvenuta nel giugno 2014. Siparietto curioso quando Barosio nel suo argomentare ha proclamato: “Questa è la vostra sentenza sul caso Giovine, sicuramente la conoscete a memoria, ma io per comodità ve l’ho stampata e ve la darei”. Il presidente ha replicato: “Vabbè, grazie, siamo in tempi di crisi, così risparmiano la carta e pure il toner!”. In sintesi si tratta comunque di elementi messi in campo tardivamente e quindi inefficaci. Non solo: secondo i legali della difesa, anche considerando invalide tutte le firme autenticate da Valente, sommate al centinaio di firme già dichiarate dal Tar invalide, non verrebbe comunque superata la prova di resistenza , in quanto non si scenderebbe sotto il numero minimo di firme previsto dalla legge per la presentazione della lista.

 

 

Il Consiglio di Stato a questo punto può respingere il ricorso e confermare la sentenza del Tar, che diventa così definitiva. Oppure i giudici di Palazzo Spada possono riformare la sentenza e sospendere il processo concedendo il termine ai ricorrenti per la querela di falso anche per il listino maggioritario. Eventualità che porterebbe comunque, come annunciato dallo stesso Chiamparino, alle dimissioni del presidente della Regione Piemonte e al ritorno alle urne.