RETROSCENA

Politica, banche e fondazioni Ecco il Partito della Nazione

Torino "laboratorio" di una nuova maggioranza sociale e politica. Lo teorizza qualcuno, lo mettono in pratica Fassino, Ghigo, Vietti e Scarabosio. Con un Salza che torna a offrire la sponda della borghesia cittadina. Vocazione che è una condanna

Metti che una certa politica, un paio di banche e qualche fondazione facessero il Partito della Nazione. E metti che la città dove c’è il miglior brodo di coltura per farlo crescere e moltiplicarsi sia Torino. Frulla un po’ di personaggi, i soliti, distribuisci un po’ di poltrone che non mancano e anzi si stanno per liberare sia nei Palazzi della finanza sia in quelli della politica, aggiungi un po’ di endorsement e qualche ammuina e, voilà, tutto è pronto. Serve il piccolo chimico? Forse, meglio un grande vecchio che di queste cose ne sa più di ogni altro sotto la Mole. Per trovare conferma basterebbe quanto ha scritto, ieri, sul Foglio: “In questi anni la mia stima per il sindaco Fassino si è ulteriormente rafforzata perché penso che abbia governato la città con serietà e intelligenza in tempi molto difficili. (…) Oggi con il rinnovo dell’amministrazione, dei vertici di Intesa Sanpaolo e della Compagnia di San Paolo, Torino è nuovamente al centro di una trasformazione importante e di un rilancio necessario quanto stimolante”, firmato Enrico Salza.

 

L’ex banchiere, a lungo potente burattinaio cittadino, oggi influente padre nobile del sistema camerale, pare far di più che limitarsi alla benedizione di Piero Fassino e mettere l’accento sulla Questione, ovvero il sistema osmotico tra le fondazioni e la politica, in questo caso quella subalpina. Salza parla, incontra, intreccia, cuce e manovra, con abilità e garbo, ma con quell’autorevolezza che gli viene riconosciuta e che lo porta a tessere una tela del ragno in spregio a ogni corrente e tempesta. Attorno e, spesso, sotto di lui si muovono i personaggi che Torino potrebbe veder ben presto protagonisti di una nuova stagione. Chiamala, se vuoi, quella del Partito della Nazione. In fondo fu proprio lui, mezzo secolo fa, a dare i natali a quell’ordito di potere, fatto di interessi e ambizioni, di carriere personali e progetti politici, passato alle cronache come “Sistema Torino”.

 

A saperle leggere in filigrana – come vanno lette tutte le vicende torinesi - le dichiarazioni a favore del sindaco uscente e aspirante rientrante pronunciate da Enzo Ghigo, Michele Vietti e, in privato, da Aldo Scarabosio non sono la plastica rappresentazione di una sterzata a sinistra, peraltro non sorprendente, di politici che hanno sempre flirtato con l’opposizione e intrattenuto con il “nemico” (si fa per dire) rapporti tali da configurare la nascita di un’altra creatura in terra sabauda, ovvero la concordia istituzionale, tenuta a battesimo dall’allora governatore berlusconiano. Sono di più, e altro.

 

Uno del terzetto, l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti, sempre sul Foglio, accanto alle parole di Salza aggiunge le sue: “Forse Torino deve ancora una volta provare a essere città di avanguardia: avere un programma per lo sviluppo chiaro, netto, senza compromessi, sostenuto da una nuova maggioranza sociale e culturale in grado di interpretare i nostri tempi e le opportunità che nella storia non si ripresenteranno”. Una nuova maggioranza sociale e culturale, appunto. Ma anche opportunità che a essere malevoli vien da pensare siano riferite proprio a coloro che in virtù di questo nuovo sistema – non dissimile da una riedizione pur imbellettata e un po’ più arrembante del consolidato “Sistema Torino” – ne potranno godere gli effetti. Per dirla tutta, è difficile pensare che i tre, direttamente o per interposte persone a loro vicine, non abbiano a che vedere con quel valzer di poltrone importanti cui Salza fa cenno apertamente nel suo intervento. Non a caso l’ex banchiere ancora tessitore in servizio permanente effettivo, pone l’accento sulla concomitanza tra il rinnovo dell’amministrazione civica e quello negli altri centri del potere, le fondazioni.

 

In una di queste, la Crt, andrebbe volentieri l’ex inquilino di Palazzo dei Marescialli, le cui ambizioni di una rentrée in ruoli istituzionali alti – compreso il Colle al momento delle dimissioni di Giorgio Napolitano – non sono ignote. Certo lo stesso suo sodale Ghigo un pensierino lo farebbe, anzi tornerebbe a farlo dopo averci provato qualche anno fa, ma il borsino in questo momento sembra propendere per Vietti che prenderebbe il posto tenuto finora in caldo dalla sua compagna Caterina Bima, passata d’emblée dalla vicepresidenza della Compagnia di San Paolo al consiglio di indirizzo della cugina Crt. E il povero Giovanni Quaglia, da tutti i bookmaker indicato come il prossimo successore di Antonio Maria Marocco? Rischia di restare sull’uscio di via XX Settembre, dopo che i suoi “amici” (uno in particolare) l’hanno fatto dimettere dal cda di Unicredit per evitargli grane sulla nomina. “In Crt la T sta per Torino, non c’è la c di Cuneo” è la frase che rimbalza laddove si decide. E dove arrivano spinte e suggerimenti che, a quanto pare, non giocherebbero a favore dell’uomo che godrebbe del viatico di Fabrizio Palenzona, non più così determinante rispetto a un recente passato. L’attenzione del Lungo per i suggerimenti di Furbizio si sarebbe affievolita, inoltre il camionista di Tortona non sarebbe così vicino all’area fassiniana, preferendo il dialogo con altre componenti dem, quella cattolica ovviamente, ma anche quella dei Giovani Turchi, benedetti dal vicepresidente di Unicredit con la sua partecipazione a un recente convegno nell’Alessandrino.

 

In corso Vittorio Emanuele planerà Francesco Profumo, così si dice. Probabile, ma è altrettanto vero che sul suo nome, pur prima scelta per Fassino, pesa non solo il rischio di incocciare una possibile incompatibilità con la presidenza di Iren (che ha già fatto sapere di non essere disponibile a lasciare), ma grava un ostacolo se possibile ancora più preoccupante: l’alleggerimento del portafoglio e del peso della Compagnia sulla banca, prescritto da Bankitalia, con la doppia presidenza dell’ex rettore del Politecnico vedrebbe preclusa la possibilità dell’acquisto anche di una sola azione di quella che è tra le più grandi multiutility e player del settore strategico dell’Energia, Iren appunto. Uno scenario rappresentato sempre più spesso a Fassino, il quale starebbe pensando a una soluzione alternativa, che possa avere i tratti della novità (si fa per dire) e della promozione di genere. E il nome che circola con insistenza in queste ore, in cui sono giunte le lettere di avvio della procedura di designazione, è quello della presidente in scadenza dell’Unione Industriale di Torino, Licia Mattioli. Sarà un caso, ma non ci giureremmo, che a “farsi carico” dell’attuale inquilina di via Fanti sia la Camera di Commercio, dai cui vertici verrebbe fatta prontamente dimettere, anche in questo caso per superare casi di inconferibilità. Stesso giro dal quale è arrivato un altro peana alla bravura di Fassino, uscito dalla bocca di Maria Luisa Coppa, leader dei commercianti, e pure lei ficcata in Crt.

 

E tra Crt e Compagnia si giocano i piazzamenti della piccola corte che ruota, storicamente, attorno a Ghigo e Vietti. A titolo diverso, fanno però parte dello stesso milieu le consigliere della Compagnia Franca Fagioli e Maria Caramelli e la recente new entry Roberto Testore, ex ad di Fiat Auto, al vertice di Trenitalia durante il secondo governo Berlusconi. Piazzato il suo ex staffiere, Luca Angelantoni (consiglio di indirizzo di Crt), l’ex governatore punta a tornare in partita e per questo ha scelto di giocare dietro il suo più recente pupillo, Silvio Magliano, dopo che il precedente, Michele Coppola (guarda un po’ ultimo sfidante, non propriamente aggressivo, di Fassino) ha abbandonato la politica. Il numero due della Sala Rossa è ormai quasi certo che sarà candidato nei Moderati di Portas, così come suggerito da un altro uomo a lui sempre vicino (e riconoscente per quanto fatto per la sua “creatura” la Piazza dei Mestieri,dall’allora giunta regionale azzurra), il ciellino Dario Odifreddi: pesi importanti da portare in dote e magari da portare nel futuro Partito della Nazione sotto la Mole. Formazione alla quale non fa mistero di lavorare pure l’ex senatore azzurro Scarabosio, in verità piuttosto interessato ad assicurare uno strapuntino per la moglie, Patrizia Polliotto, che lascerebbe (malvolentieri) la fondazione San Paolo per trasferirsi in via XX Settembre. Perché anche nel Partito della Nazione, tra politica e fondazione, c’è sempre chi tiene famiglia. E, come diceva Missiroli, in Italia non si può fare la rivoluzione: ci conosciamo tutti. Chiedere a Valentino Castellani.

print_icon