GRANA PADANA

Lega Nord, finisce l’era Cota

Alla presenza del leader Salvini e del vecchio leone Bossi il Carroccio piemontese a Congresso per scegliere la nuova guida del partito piemontese. L'ex governatore lascia dopo 15 anni: "Abbiamo un enorme spazio politico". Duello tra Gancia e Molinari

Quando entra Umberto Bossi al Palasport di Collegno gli oltre tremila militanti della Lega Nord (di cui 820 con diritto di voto, molti di più rispetto alle attese), riuniti a congresso, si alzano in piedi a rendere onore al fondatore. Lui saluta e prende posto in prima fila accanto a Gianna Gancia. Poco prima Matteo Salvini, dopo aver ribadito la sua neutralità nella contesa interna – “decideranno i militanti” - ha tenuto a sottolineare che se Riccardo Molinari è il suo vice in via Bellerio “non è perché non ce n’erano altri”. L’epilogo di una corsa a suon di minacce e calunnie, con voltagabbana di entrambi gli schieramenti pronti a decidere la conta finale, si svolge in un’atmosfera surreale, tra gli appelli all’unità (“le lotte fra bande non portano da nessuna parte” dice Roberto Cota, nel suo ultimo discorso da segretario, dopo 15 anni di gestione incontrastata) e le schermaglie scontate.

 

Si punzecchiano i due leader, quello di oggi e quello di ieri. “Mi chiedono dove stiamo andando, me lo chiedo anch’io a volte” dice il Senatur. “O si vince o si muore, altro che Lega mediterranea. Dobbiamo essere parte di un progetto rivoluzionario” replica Salvini, che dal palco arringa la folla con un discorso tutto law and order (non prima di uno schiaffo alla magistratura): “Ma vi pare che noi dobbiamo farci dettare il congresso dai giudici? Quella schifezza che si chiama magistratura italiana” dice, prima di definirla “un cancro da estirpare”, difendendo il “fratello” Edoardo Rixi, l’altro suo vice rinviato a giudizio nella Rimborsopoli della Regione Liguria. Attacca l’ex ministro Elsa Fornero, cui dedica proprio a Torino nella sua città una delle sue ormai celebri felpe, e che vorrebbe vedere niente meno che “in galera”.

 

“Sono contento che ci siano due candidati, perché vuol dire che la Lega resta democratica e aperta; si può parlare nella Lega - aveva detto prima di lui Bossi -. Qualcuno diceva meglio uno perché così non litighiamo, ma la Lega non può essere centralista, deve essere democratica e produttrice di idee”. Concetto sul quale si è detto d’accordo pure Salvini, con un’aggiunta però: “Che ci siano due candidati è un bene, ma da domani voglio una Lega unita, compatta, orgogliosa. In Piemonte voglio una Lega al 25 per cento”. Il vecchio Bossi ha poi lanciato un messaggio al suo successore alla guida del Carroccio: “La Lega doveva rappresentare il Nord. La questione settentrionale non finirà mai, perché sotto la cenere c'è la brace che ancora arde”. E rivolgendosi direttamente a Salvini: “Quando vai al Sud a chiedere i voti e loro ti dicono 'cosa mi dai in cambio?' cosa rispondi? Si chiama programma elettorale, la gente ti vota se il tuo programma è coerente con i loro interessi”. Oggi abbiamo due soluzioni: “O l’indipendenza o lo sviluppo industriale del Sud. E siete voi a doverlo decidere perché il partito non è del segretario. Tocca a voi dirci cosa dobbiamo fare”.

 

Tutti invocano una Lega compatta e unita, ma a Collegno c’è un partito spaccato: “Il Piemonte non ha più una linea politica. Non sappiamo chi sarà il candidato sindaco di Torino e non siamo stati in grado di fare un nome” aveva sparato pochi minuti prima dal palco un applauditissimo Gianluca Buonanno. Un lungo j'accuse quello dell’europarlamentare valsesiano, rivolto direttamente a Cota, a capo di un partito che “non è stato capace di essere sul territorio”. Cita Kennedy: “I vincenti trovano sempre una strada, i perdenti trovano sempre una scusa” e parla (a suo modo) di meritocrazia: “Chi ottiene risultati deve essere premiato, chi fa il leccaculo fuori dai coglioni”.

 

La pancia dei militanti viene sollecitata da Mario Borghezio, contro un “Consiglio di Stato di merda che si esprime con una sentenza che neanche nel Reame di Napoli”. Applauditissimi gli interventi di entrambi i candidati, con Gancia, espressione della Lega delle origini, che si richiama a vecchi ideali come autonomia e federalismo, e Molinari che ricorda la sua iscrizione al Carroccio “grazie a Bossi” (e a Tino Rossi di cui fu per anni delfino, trasformandosi in squaletto quando consumò il suo parricidio) ma il suo messaggio “non può essere lo stesso del 1990”. A parole si tendono a vicenda la mano e ribadiscono l'intenzione di un partito unito dal giorno dopo il voto. Sarà vero?

 

Chi vincerà sarà il quinto segretario “nazionale” della Lega Nord piemontese, dopo lo chansonnier Gipo Farassino (in carica dal 1987 al 1996), colui che insieme a Borghezio provocò lo scisma nell’Union Piemontéisa di Roberto Gremmo, per fondare il Moviment Autonomista Piemontéis, e poi il Piemonte Autonomista destinato a diventare '91 la Lega Nord Piemont. Motivo del dissidio fu la volontà di allearsi con la Lega Lombarda e con gli altri movimenti autonomisti padani che si stavano aggregando attorno a Bossi. Gremmo non era d’accordo. Il dominio incontrastato di Farassino durò quasi dieci anni, fino all’ascesa di Domenico Comino, una forza della natura, candidato a sindaco di Torino nel 1993 contro Valentino Castellani, mancando per poche centinaia di voti il ballottaggio, ma portando il Carroccio subalpino a un risultato storico: il 23,35%, il più alto mai raggiunto nel capoluogo piemontese. La sua forza elettorale e il suo carisma (Bossi lo definì lo Schwarzenegger della Lega) lo portano presto in rotta di collisione con Farassino, che intanto aveva perso il feeling iniziale con il Senatùr, cui imputava l’intenzione di “lombardizzare” la Lega. Comino si trovò a sfidare Farassino nel congresso del 1996, dopo essere stato anche ministro nel primo governo Berlusconi, e lo sconfisse.

 

Durante l’esecutivo di Centrosinistra guidato da Romano Prodi, Comino diventa capogruppo del Carroccio alla Camera, incarico che manterrà fino al 1999: ma anche per lui si stava avvicinando la “fine” politica. Convinto della necessità di allearsi di nuovo con il Cav. iniziò trattative “private” con Forza Italia e gettò il guanto di sfida a Bossi al congresso federale di Varese. Finì con insulti e botte. E con la sua espulsione. Bossi tre mesi dopo firmerà un patto di ferro con l’amico Silvio. Comino fonderà un suo movimento (l’Ape) con altri leghisti fuoriusciti (l’allora sindaco di Alessandria Francesca Calvo, quello di Mondovì, Riccardo Vaschetti). Un progetto che si rivelerà velleitario e così dopo poco è tornato tra i banchi di scuola, a insegnare a Morozzo. Lo sostituì come segretario l’acquese Bernardino Bosio, che però durò solo due anni, dal 1999 al 2001, quando ebbe inizio la satrapia di Cota.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    19:02 Domenica 14 Febbraio 2016 Bandito Libero La vera mente dello scisma dell'Union Piemontesisa fu Rabellino.

    Il quale fu anche la mente di Piemont Liber e di decine di altre cose più o meno brillanti, ancora quando era un leghista d.o.c.g. (e per certi versi lo è sempre stato). Quella decisione, finalizzata ad allearsi con Bossi, fu condivisa con Giorgio Molino (consigliere comunale di Torino) e Mauro Bonino (fondatore storico, di Moncalieri), oltre che con Gipo Farassino che, ricordiamolo, entrò nell'Union DOPO Molino, Bonino e Rabellino. Venne scelto come segretario regionale-nazionale perché serviva un segretario di immagine, ma l'uomo macchina di tutto fu, fino alla sua espulsione, Renzo Rabellino. Domenico Comino vinse il congresso perchè era il candidato di Bossi, non perché "era una forza della natura". Bossi decise che la Lega era cresciuta ed aveva bisogno di altri front-men, il chansonnier Farassino era superato per i nuovi orizzonti del movimento. La 'piemontesità' in contrasto al lombardo-centrismo non c'entrano un fico secco. Bossi fece, 4 anni dopo, quello che Rabellino voleva fare 4 anni prima sostituendo Farassino con l'on. Claudio Pioli segretario, e per il cui semplice motivo venne espulso, insieme al segretario di Torino Alfonso Cassin (Watt Radio), il segretario di Biella, il segretario di Vercelli ed il segretario di Asti (Angelo Benotto). Questo per amore di verità storica e basta.

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