“Avanti popolo alla ridotta”
Rizzo, l’ultimo comunista
Stefano Rizzi 07:55 Martedì 10 Maggio 2016
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Con l'esclusione del Pcdl, l'unico simbolo con falce e martello a comparire sulla scheda elettorale è quello del compagno Kojak. Rimasto solo a combattere l'imperialismo, Fassino & Fassina, il capitalismo, gli Usa, il deviazionismo di Airaudo
“Un errore può capitare. Se sono due, qualche sospetto viene. Chissà a chi andranno i voti di Fassina a Roma…”. L’ultimo dei comunisti evita solo per pudore di citare il famoso assunto dell’archetipo democristiano. Nel commentare il pasticciaccio brutto che, ad oggi, taglia fuori Stefano Fassina dalla competizione per il Campidoglio, l’andreottiano “a pensare male si fa peccato, ma spesso s’indovina”, c’è da giurare che si accenda come un’insegna luminosa, rossa, davanti agli occhi di Marco Rizzo. Il comunista. Orgoglioso di esserlo e di rivendicarlo. Mica come quelli “che hanno giocato a fare gli aspiranti stregoni, distruggendo il Pci e poi, adesso che è arrivato lo stregone vero, Matteo Renzi, guardano indietro, cercano il partito e non lo trovano. Per forza lo hanno ucciso loro, il partito. Roba da far rivoltare Antonio Gramsci nella tomba”.
Altre immagini dall’album di famiglia: il baffino di Massimo D’Alema, la sciarpa-coperta-di-Linus di Achille Occhetto e, massì, pure il sigaro spento di Fausto Bertinotti. Il sospetto che l’ex parlamentare torinese - custode dell’ortodossia filosovietica nel Pci fino alla sua fine, poi fondatore proprio con Armando Cossutta del Partito dei comunisti italiani dopo la spaccatura con Bertinotti in seno a Rifondazione - non riesce a scacciare è quello di una manovra, di giochi il cui risultato sarebbe evidente: “chi si avvantaggerà dell’assenza delle liste di Sinistra Italiana a Roma, se non Roberto Giachetti?”.
L’ennesimo tradimento della e nella sinistra. Chiamalo, se vuoi, inciucio. Perché l’ex parlamentare, a Montecitorio e pure a Bruxelles, quel figlio di un operaio di Mirafiori che lavora e intanto studia e poi, negli anni Ottanta, si laurea con una tesi sull’innovazione tecnologica alla Fiat dei padroni, sì, perché lui, Rizzo, di quelli alla sinistra del Pd, ma non certo alla sua, mica si fida troppo. Prendiamo Giorgio Airaudo, per esempio. “Eh, Airaudo… vedremo cosa farà al ballottaggio. Se Piero Fassino non passa al primo turno, lui che fa?”. Senza essere da Marzullo, Rizzo si fa la domanda e si dà la risposta, pur con un altro interrogativo: “Se Sinistra Italiana è davvero così contro il Pd, perché non ha fatto una cosa molto semplice e chiara, ovvero dire no ad ogni alleanza con il Pd, con il quale invece amministra in parecchie città del Paese? La verità è che, restando su Torino, Airaudo non rompe definitivamente con Fassino”.
E allora ecco che il comunista gioca la carta della coerenza, lo fa nella partita con quell’ala della sinistra a sinistra del Pd, nel cui elettorato pensa di poter fare breccia “non per governare, ma per fare un’opposizione vera e di sistema”. L’ex sindacalista oggi deputato di Sel, annuncia addirittura più di un sindaco, compreso quello notturno. Rinuncia, insomma, a fare quel che invece Rizzo connota come la sua proposta elettorale: un contrasto duro e puro non solo ovviamente alle destre, ma soprattutto a quel Pd con il quale, invece, vede proprio Airaudo pronto a flirtare di nuovo se la partita non si chiuderà il 5 giugno, rinviando tutto di due settimane durante le quali può capitare di tutto. A partire dalla “non improbabile confluenza dei voti presi dalle liste di Airaudo al primo turno, verso Fassino. A questo punto per votare una brutta copia, tanto vale uno vota l’originale dall’inizio, insomma il Pd. Perché non basta, per cavarsela, dire come dice Sel che è contro il Pd di Renzi. Noi siamo contro il Pd, senza se e senza ma. E non abbiamo amministrato insieme”.
Dopo l’esclusione della lista del Partito comunista dei lavoratori di Alessio Ariotto, il brand (non usate questa parole con Rizzo, per carità) comunista sotto la Mole resta un’esclusiva dell’ex deputato la cui distanza in anni luce dal resto del mondo politico la segna anche in euro: “Siamo gli unici rimasti ad applicare la regola che qualsiasi incarico si rivesta, lo stipendio deve essere quello di un operaio”, come ai tempi del funzionari del Pci. Lontanissimi pure dai grillini delle indennità rinunciate (e dei rimborsi chiesti, come rimarcano gli avversari), per i quali l’unico rimasto ad avere sulla lista per le amministrative il simbolo con falce e martello “hanno un elettorato che rispetto e in qualche modo ammiro per la posizione contro il sistema. Il guaio è che la classe dirigente del movimento è ormai anch’essa di sistema”.
Niente, nessun credito neppure alla pentastellata Chiara Appendino e a chi nel mondo pentastellato si limita a “dire no a questa Europa, no a questo euro”, mentre loro, i comunisti vanno mica per il sottile: “Noi diciamo no all’Europa, no alla Nato (un must, da far impallidire i rimbrotti grillini e di Sel sugli F35), ancora una volta senza se e senza ma”. E poi c’è Disneyland. Che, c’entrano con Rizzo
Minnie e Topolino, oltre al fatto di essere americani e per giunta con uno zio miliardario? Ecco: “Non possiamo continuare con questa storia di trasformare le città in tante Disneyland con l’idea che il Paese possa crescere con il turismo. A Torino si vede la punta dell’iceberg della deindustrializzazione dell’Italia. Serve tornare alla centralità del lavoro e serve un sindacato di classe, perché Cgil - e lo dico con la morte nel cuore – Cisl e Uil ormai sono consociativi”. Strizza l’occhio alla Fiom in rotta con Maurizio Landini e si rivolge alle sigle di base, Rizzo, per quel “ritorno ai fondamentali”, quel conflitto tra poveri e ricchi, capitale e lavoro. “Queste amministrative ci serviranno per far conoscere i nostri valori, le nostre idee, per parlare ancora di più con i lavoratori, i disoccupati, i giovani. Non voglio discutere con i politici, voglio parlare con il tassista che vota Lega”. Se a fine corsa si saluteranno con il pugno chiuso, Bandiera rossa trionferà.


