Terremoto sul “Sistema Torino”

Un terremoto. A Torino si è verificato un terremoto che ha scosso i pilastri politici della città, sino a farli cadere rovinosamente a terra. L’accaduto ha caratteristiche strabilianti quanto inattese: dopo oltre 20 anni di incontrastato potere Pd sulla metropoli subalpina, il ballottaggio ha consegnato la Sala Rossa, di palazzo civico, ad un monocolore 5 Stelle guidato da Chiara Appendino.

Evento storico per Torino, paragonabile alla stagione delle giunte Rosse (di cui ho già fatto cenno la settimana scorsa) iniziata nel 1975, quando inaspettatamente una nuova classe politica dirigente, tutta proveniente dal Pci, scalzò la Democrazia Cristiana dal governo delle grandi metropoli italiane.

Dai tempi della contesa Castellani-Novelli, anno 1993, il capoluogo piemontese ha visto germogliare un sistema di amministrazione (definito “Sistema Torino”) che ha messo profonde radici sino ad ancorarsi al terreno in modo apparentemente irreversibile. Il medesimo professor Castellani  venne incoronato primo cittadino, all’epoca, grazie al contributo di un Centro destra terrorizzato per un possibile ritorno del rosso Novelli alla guida della città: fatto prodromo di una inedita e fruttuosa collaborazione tra ambiti trasversali della politica. Patto di cooperazione in cui rientreranno in seguito le nomine di incarichi pubblici e, addirittura, le candidature di campo avverso alla presidenza della Regione. 

Per oltre 20 anni piazza Palazzo di Città si è retta su un progetto politico che sembra non essere mai andato oltre al “Vivi e lascia vivere”, cosicché ogni giorno è divenuto sempre più difficile cogliere le differenze programmatiche tra i due schieramenti di Centro (Destra e Sinistra). Riuscire ad individuare una sorta di “politica di Sinistra”, nelle scelte delle giunte di questo ultimo ventennio, è cosa complessa nel caso si escludano le attività a difesa delle periferie dovute alla solerte opera di Artesio, nella veste di assessore della seconda amministrazione Castellani. Un degrado di ideali forse conseguente ad un sempre maggior personalismo delle candidature (nel nome del prendere preferenze a qualsiasi costo) ed ad uno schierarsi di parte dell’intellighenzia torinese su posizioni di “comodo” (contributi, progetti da sostenere ed incarichi), hanno creato una pericolosa miscela deflagrata, infine, il 19 giugno.

La decadenza politica cittadina ha toccato probabilmente l’apice quando il Centro sinistra ha iniziato a porre una sola discriminante alla base di alleanze elettorali con la sua Sinistra: essere a favore del Tav. L’unica condizione necessaria per entrare in coalizione ha dimorato da sempre nell’adesione dogmatica ad una linea ferroviaria, la Torino-Lione: opera così inspiegabilmente importante da negare ogni considerazione programmatica su welfare e condiziono di vita dei torinesi.

La ricetta leggermente arrogante del “Io so tutto, poiché amministro, e voi siete solo barbottoni rompiscatole”, tipica di molti recenti sindaci, ha contribuito ulteriormente ad erodere un elettorato fedele, il quale inizialmente ha deciso di non votare (stanco e deluso) per poi scegliere di dare infine una spallata terribile al sistema sino ad annientarlo.

Una Torino impassibile ha assistito, in questi anni, ad una sequela di nomine improbabili (quasi tutte a favore di ex dirigenti Fiat), spesso anticipate da siluramenti eclatanti, ed all’apertura di cantieri destinati alla costruzione di altrettanto improbabili parcheggi pertinenziali (inutili alla viabilità ma in compenso deturpanti piazze storiche ed aree verdi). La periferia invece ha lamentato un abbandono inedito, inesorabile, che ha avuto quale protagonista il bene comune e quindi la qualità della vita individuale e comunitaria: alberi abbattuti mai sostituiti, marciapiedi colabrodo, servizi decentrati chiusi. Città apparentemente di pietra che si è fatta scivolare addosso tutto, almeno sino a quando la corda all’improvviso si è spezzata grazie al non ascolto praticato, sistematicamente, dalla giunta Fassino.

Ad ogni tornata elettorale una pletora di candidati vaga sulle vie della metropoli bussando porta a porta, lasciando santini e promettendo massima attenzione alle tematiche esposte dagli elettori. Un rito collaudato da tempo, che si consuma con la pratica, altrettanto collaudata, del “Passata la festa, gabbato lo santo”. All’indomani dello spoglio, e conseguenti percentuali di voto, ecco il miracolo: un sorriso che cerca disperatamente consenso diventa, in un istante, uno sguardo che riduce ogni istanza ad una cavolata di cui non tenere minimamente conto.

Nel buio delle sale attigue al bar della buvette comunale, oppure in un caffè di piazza IV Marzo, la Torino del futuro si consuma in una manciata di progetti sovente inutili e privi di una qualsiasi visione d’insieme mentre, intanto, il malcontento tra i torinesi cresce osservando come tutto cambi ma in peggio. Le fontane di piazza Castello, dopo anni di degrado totale, sono state restaurate in tempo record dotandole anche di lampi di luci colorate. Nelle ultime settimane sono state inaugurate strade, opere viarie, iniziative popolari, ma a quanto pare il solito gioco non ha più retto di fronte all’opinione pubblica.

Da poche ore Torino ha, con sorpresa generale, un Sindaco donna mentre 23 anni di potere sono stati archiviati per sempre. Alcuni sussurrano come un bagno di umiltà non possa che fare bene alla classe politica sconfitta dalle ultime elezioni, mente altri ribattono: “Per fare un bagno di umiltà occorre almeno sapere della sua esistenza”.

print_icon

1 Commenti

  1. avatar-4
    09:03 Mercoledì 22 Giugno 2016 Guido21 Concordo...

    ...in pieno, soprattutto quando si ricorda la "simpatica" prassi di cercare in ogni modo di trovare un lavoro ai manager Fiat trombati. Gli unici posti di lavoro che questa "sinistra" è stata in grado di garantire.

Inserisci un commento