ISTITUZIONI

“La Regione può fare molto di più”

Veneto e Lombardia si stanno attrezzando per ottenere maggiori competenze e autonomia. Il Piemonte va in direzione ostinata e contraria con Chiamparino pronto a cedere sovranità. Il ministro degli Affari regionali Costa: "Il nuovo Senato non toglierà poteri"

La “Region di Stato” alla quale Sergio Chiamparino non nasconde di essere pronto a piegarsi pur di uscire da quella sorta di “proiezione ministeriale” cui sono sempre più spesso ridotti gli enti come quello da lui presieduto pare qualcosa di più di una provocazione del presidente. Non è casuale che la sua “disponibilità a discutere una riduzione del potere legislativo delle Regioni” espressa lo scorso 17 giugno davanti alla platea confindustriale nell’hangar di Levaldigi, sia stata ribadita sia in Consiglio regionale, sia un paio di settimane fa nel corso della direzione regionale del Partito Democratico: “Io non sono per fare il sindacalista delle Regioni, anzi arrivo a dire che se vogliamo ridurre il loro potere sono pronto a discutere di togliere il potere legislativo ed assegnarlo al nuovo Senato” aveva detto, aggiungendo: “Se si vuole organizzare lo Stato bisogna però farlo in modo organico”.

Sgombra il campo dall’immagine di un Landini delle Regioni, lancia segnali precisi al Governo, ma ad oggi continua ad apparire assai lontano da quelle rivendicazioni di maggiore autonomia che il Veneto, ma anche la Lombardia, perseguono per limitare al massimo il centralismo che, nella versione di Chiamparino, assume l’immagine della proiezione ministeriale. Un percorso che il governatore Luca Zaia ha indicato negli invalicabili confini segnati da “un rigore legislativo e istituzionale”. Insomma niente a che vedere con proclami indipendentisti o con l’armamentario da assalto al campanile di San Marco. La negoziazione richiesta formalmente al Governo dal Veneto di un federalismo a geometria variabile poggia su un articolo della Costituzione, il 116. Nella sua proposta Zaia chiede nuove forme di autonomia nelle gestione di settori che vanno dalla sanità all’istruzione, dalla ricerca ai tributi.

A confermare che la strada veneta non solo verso una maggiore autonomia in alcune materie, ma anche per superare una confusione di competenze che ancora ingolfa spesso Governo e Corte Costituzionale per dirimere questioni sulla potestà legislativa sia “meritevole di molta attenzione” è lo stesso ministro degli Affari Regionali, Enrico Costa. “Credo molto nell’applicazione di quanto previsto al terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione , ovvero nella possibilità di concedere alle Regioni ulteriori forme di autonomia. Osservo , tuttavia – dice il ministro allo Spiffero – che questa opportunità che non esiste da oggi è stata, forse troppo, trascurata e inutilizzata dagli enti”.

Il futuro, quello indicato dalle riforme costituzionali che dovranno superare lo scoglio del referendum, “non vedrà le Regioni penalizzate: non verrà tolto loro del potere, ma si metterà finalmente ordine a una situazione che lo richiede”. Costa cita le “moltissime leggi regionali che porto in Consiglio dei Ministri su cui deve pronunciarsi la Corte Costituzionale”, immagine evidente di quella confusione e sovrapposizione di competenze tra Stato e Regioni “in cui spesso è oggettivamente difficile districarsi”.

Un impianto più definito, meno spazi di incertezza, attribuzioni più chiare: questo nel futuro, se passerà il testo Boschi. Il presente, tuttavia, non impedisce (così come sarebbe stato possibile anche nel recente passato) alle Regioni di fare quel che stanno facendo Veneto e Lombardia. “Questa non è un’iniziativa populistica e demagogica – aveva avvertito mesi fa Zaia – ma un processo legittimo e rispettoso nelle normative vigenti. E – aveva aggiunto – non ha colore politico. È un progetto che, come disse l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, parlando di federalismo, equivale a una vera assunzione di responsabilità”.

Il ministro per gli Affari Regionali non si addentra su questioni e scelte delle singole Regioni, tantomeno con il suo Piemonte. Alla richiesta di un giudizio sull’iniziativa di Zaia e Maroni (i quali hanno da tempo chiesto l’indizione del referendum consultivo) risponde con nettezza: “Credo molto in questi processi che, ribadisco, sono previsti dalla Costituzione. Certo poi occorrono valutazioni attente e sono quelle che stiamo facendo. Un punto dirimente per l’ottenimento di ulteriori autonomie in alcune materie è l’avere, da parte delle Regioni, i conti in ordine, essere insomma virtuose”.

Un abito che certo non s’attaglia perfettamente al Piemonte, anche se – alla luce delle parole di Chiamparino – non par essere il solo motivo per cui lungo il Po differenti sono le visioni del futuro delle Regioni. Non l’unico su cui Costa indica un percorso di innovazione e di più chiaro rapporto tra Governo e autonomie locali. Se la riforma (ri)assegnerà alcune materie allo Stato, per il ministro è altrettanto vero che “non diminuirà affatto il potere delle Regioni, cui già oggi e non da oggi la Costituzione attribuisce la possibilità di chiedere ulteriori autonomie, senza per questo dare vita a una terza tipologia oltre a quelle già esistenti di Regioni a statuto ordinario e speciale. Questo rischio non esiste”. Cambiamenti Costa li auspica nell’approccio di un tema sempre più attuale – anche per questioni di bilanci e riduzione della spesa – sul fronte degli enti locali. Sulle fusioni e unioni dei piccoli Comuni “ritengo siano processi, importanti ma che debbano tenere conto di specificità socio-economiche, di radici storiche e identitarie. Per questo nessuna imposizione o pressione dall’alto, bensì scelte e decisioni spontanee”.

print_icon