GRANA PADANA

“Il Nord è la patria della Lega”

Non un nostalgico ritorno alle origini, ma il Carroccio deve riprendere il filo della sua storia. Per la capogruppo in Regione Gancia la questione settentrionale, il federalismo fiscale, le piccole e medie imprese devono tornare al centro dell'azione politica

La canottiera bianca e il sigaro toscano. I bermuda e i selfie con le squinze da spiaggia. In mezzo non ci sono solo vent’anni passati da quando il conte Giovanni Nuvoletti, riconosciuto arbitro di eleganza, richiesto di un giudizio che sarebbe stato impietoso oltre l’immaginabile se la cavò dicendo: “Dobbiamo fare i conti con aspetti e fatti talmente più seri nella cronaca quotidiana che la biancheria intima del leader della Lega passa decisamente in secondo piano”. In mezzo, tra Ponte di Legno e Milano Marittima, tra la secessiun ammorbidita in devoluscion e Bruxelles che ha preso il posto di Roma ladrona come le teste rasate di CasaPound e l’embrassade col Front National hanno spodestato gli elmi cornuti e una zoppicante mitologia celtica, c’è altro e di più.

C’è una Lega, di popolo direbbe Umberto Bossi, che quelle origini non le ha dimenticate, ma soprattutto non è disposta a cancellare quello che è venuto dopo – inciampi famigliari e ramazze seguenti a parte – fino a quando tutto non è più stato come prima. O quello che, perseguito fin dall’inizio, non è (ancora) venuto. Perché “la Lega è nata per fare il federalismo, non le rotonde” come ripete Gianna Gancia, divenuta lady Calderoli dopo essere cresciuta in quella rivoluzione del Senatur salita dal basso nelle terre di Luigi Einaudi. “Persone che usavano le ferie, i sabati e le domeniche per dedicarle alla Lega”.

Parla al passato la consigliera regionale, già presidente della Provincia di Cuneo, come chi rimpiange qualcosa che non c’è più. “No, no. Quella Lega, silenziosa, rispettosa delle regole, pronta a rimboccarsi le maniche per ottenere quello in cui crede c’è ancora, c’è sempre. E oggi quelle persone hanno voglia di impegnarsi, certo le piazze non sono più quelle di anni fa”. Piene, gremite, anche se a chi veniva da fuori magari toccava fare chilometri di salite e curve. Era, è stato il Piemonte dove il Carroccio conquistava città importanti e che Bossi scelse una sera d’inizio settembre del ’99 per lanciare, nella dieta padana di Acqui Terme, la devolution.

È il Piemonte dove guerre per bande hanno segnato la stagione tormentata del congresso per la successione a Roberto Cota. Ha vinto Riccardo Molinari, la Gancia ha perso. Le guerre non sono finite, dicono. Raccontano di militanti cacciati fuori per non aver ritirato la tessera in tempo, ripicche. Peggio se di mezzo, stavolta, c’è l’ennesima conferma di un Carroccio le cui ruote vanno in direzioni diverse. Col rischio di finire in un fosso. La certezza di un male oscuro che pervade la Lega in Piemonte è forse più evidente che altrove. Matteo Salvini sorride nei selfie al Papeete di Milano Marittima, meno guardando a cosa potrebbe accadergli nel confronto con Roberto Maroni e Luca Zaia. Il primo è poco propenso ad appoggiare incondizionatamente l’onda populista del segretario. Il secondo, uno degli uomini più carismatici, gradito a molti, buone esperienze di governo come ministro, ancor di più come presidente di una regione, il Veneto, dove la Lega è sempre stata “altro” rispetto alle questioni, spesso finite in beghe, di via Bellerio.

Un possibile traballamento potrebbe essere agevolato proprio da quell’abbandono da parte del giovane leader di quei valori fondativi e catalizzatori di voti negli anni passati. Il vecchio Capo partecipa con sempre maggiore assiduità alle feste e scalda, quasi come un tempo, la base, il popolo. Lo sa e non rinuncia alla sfida: un paio di settimane fa, proprio in Piemonte, mentre Salvini era a Giaveno con al suo fianco il proconsole (già suo vice in via Bellerio) Molinari, il Senatur raccoglieva applausi ad Almese. Battevano le mani i fedelissimi della Gancia.

Pochi chilometri, un fossato. Di qua l’Europa che la preso il posto di Roma, le frontiere, le case popolari, l’esempio francese di Marine Le Pen, di là la pressione fiscale, il Nord, le imprese, il federalismo. “I problemi del Nord ci sono tutti, sono pesanti, e la spinta del Nord non è affatto sopita” si dice sicura lady Calderoli.

Tra l’ex ministro e Salvini i rapporti sono tesi da tempo, a Roma aggravano il quadro: inesistenti.  Sono stati freddi fino all’altro giorno anche quelli del segretario del Carroccio con Silvio Berlusconi, poi si sono un po’ intiepiditi dopo l’incontro ad Arcore con la riconferma da parte dell’ex Cavaliere di andare avanti con l’alleanza politica ed elettorale con lui e con i Fratelli d’Italia di Gorgia Meloni. Ma solo dopo aver ricostruito solidamente l’area dei moderati. Un appoggio, quello di Berlusconi, che Salvini avrebbe cercato proprio per rafforzarsi un po’ dopo i risultati non edificanti alle amministrative e in vista del congresso di settembre.

Già, le elezioni. In Piemonte, la Gancia sembra averle guardate da lontano. Non si ricorda una sua uscita a sostegno né a Novara, né a Torino. “Non c’era bisogno del mio supporto” risponde alla domanda su quell’assenza. Una distanza netta, come quella sul voto contro Piero Fassino che Salvini annunciò avrebbe dato ai Cinque Stelle avesse votato a Torino. “Una cosa è chiara: non siamo e non saremo i grandi elettori dei grillini” scandisce la consigliera regionale che, al contempo, boccia quella sortita e avverte per il futuro. Quello delle prossime politiche, ma anche e soprattutto quello della Lega che non può scrollarsi radici, valori e temi, come fossero briciole sul bavero.

Dalla canottiera di Ponte di Legno ai selfie al Papeete sono trascorsi vent’anni. Il passato non ritorna, Bossi ovviamente non riprenderà mai più le redini del Carroccio, ma il calore e gli applausi che raccoglie ad ogni incontro sono un segnale per Salvini. Matteo l’estate  scorsa salì a Pian del Re, ma senza ampolla, come da un po’ di anni. Sulla scrivania lady Calderoli ne ha una con l’acqua del Po, presa insieme all’Umberto. “Io quest’anno ci andrò, comunque”. E magari a riempirla sarà proprio il Senatur.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    19:02 Domenica 14 Agosto 2016 Torfra Lega da nord a sud.

    Il nuovo corso della lega nord,voluto da Matteo Salvini e cioè una Lega da Bolzano a Caltanisetta è la politica più giusta per non dipendere come in passato da Berlusconi o chi per lui.Senza i voti del sud sarà un partito di secondo piano e non si andrà da nessuna parte se non fare da puntello a qualcun altro come fece Bossi nel ventennio precedente.

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