CAMPANILE SERA

“Il vero dissesto è la Rossa”

In vista delle elezioni aumentano i detrattori della sindaca di Alessandria. Barosini (Udc): "Il default poteva essere evitato, scelta pagata cara dai cittadini". E a bordo campo si scaldano i possibili avversari, anche nel Pd

Passaggio obbligato, secondo il sindaco dem Rita Rossa, decisione sbagliata per le opposizioni di centrodestra: il dissesto del Comune di Alessandria sarà uno dei punti su cui i due schieramenti (oltre al M5s da cui ancora non arriva nessun segnale evidente circa mosse e, soprattutto candidato a Palazzo Rosso) si scontreranno nei prossimi mesi in vista delle elezioni. I segnali non mancano. L’ultimo in ordine di tempo arriva dall’Udc Gianni Barosini che, rinunciando ai preamboli e circonlocuzioni dell’armamentario originario democristiano, indica quale “errore più grande della giunta Rossa” proprio “l’aver dichiarato il dissesto, senza opporsi alle indicazioni della Corte dei Conti, se non altro per prendere tempo”.

Parole a supporto della tesi del centrodestra, già pronunciate pochi giorni fa da Cesare Miraglia, consigliere comunale dei Moderati, passato recentemente al gruppo misto con l’abbandono della maggioranza di centrosinistra di cui ha fatto parte dall’inizio della consiliatura. Una presa di posizione quella di Miraglia che fornisce l’assist al coordinatore regionale dell’Udc per dire che “finalmente viene alla luce una parte di verità sulla triste storia della nostra Città: anche chi votò il dissesto (Miraglia, ndr) in quel nefasto luglio 2012, oggi fa una sostanziale marcia indietro”.

Gli effetti della decisione assunta dalla Rossa - e da lei sempre rivendicata come “inevitabile”, in seguito alla disastrosa situazione dei conti ereditata dalla precedente amministrazione di centrodestra con sindaco Piercarlo Fabbio - a detta di Barosini sono stati pesantissimi. “Personalmente non ho votato il dissesto e ho da sempre duramente contestato tale decisione – aggiunge – . In tutte le sedi, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo addirittura chiesto, sin dal 2012, le dimissioni del sindaco, considerandole il male minore per le sorti di Alessandria. I rappresentanti della Lega hanno giustamente chiesto, un anno fa, le sue pubbliche scuse ai cittadini e io condivido pienamente, facendo notare ancora come quell’errore venga oggi ritenuto tale anche da parte di chi all’epoca aveva appoggiato e sostenuto la decisione”.

L’apertura della campagna d’autunno, puntando sulla questione del dissesto, non nasconde le manovre che sono in atto nella minoranza per definire la strategia elettorale e, soprattutto, decidere il candidato su cui puntare. Che ci sia un’accelerazione in questo senso, dopo la naturale pausa estiva, lo testimonia anche una riunione dei vertici locali di Forza Italia, Udc, Lega e Fratelli d’Italia fissata proprio per il tardo pomeriggio di oggi. Il nome che circola ormai da mesi e che pare quello destinato ad avere maggiori possibilità di risultare unificante per il centrodestra è quello del dirigente dell’Aso, nonché vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Antonio Maconi. Qualche resistenza nei suoi confronti sembra ancora arrivare dal cardinale azzurro Ugo Cavallera e dallo stesso ex primo cittadino Fabbio, entrambi dati come non del tutto disinteressati a un impegno in prima persona per contendere la poltrona alla Rosa.

Poltrona assai traballante, ma sulla quale la piddina ha comunque dato ampia disponibilità a rimanere, pur dovendo fare i conti con un consenso che la ha portata all’ultimo posto tra i sindaci delle principali città italiane e pure tensioni interne allo stesso Pd: dopo la “sfida” affidata a un sondaggio ed eventuali primarie da parte dell’ex segretario cittadino del partito Massimo Brina (sfiduciato nei mesi scorsi), segnali che qualcuno interpreta come un possibile interesse a Palazzo Rosso arrivano – sia pure in codice, ma intellegibili – dal consigliere regionale Domenico Ravetti.

A fronte di un Pd che attende l’esito del referendum per muoversi, il centrodestra alza il tiro contro la maggioranza dovendo, tuttavia, risolvere la questione Maconi. Questi chiederebbe innanzitutto garanzie di unità e compattezza del centrodestra (possibilmente allargato a formazioni civiche di area) e una sorta di investitura che spazzi via ogni rischio di fuoco amico. C’è poi chi suggerisce un’altra condizione necessaria a convincere il medico a scendere in campo: un paracadute in caso di sconfitta. La vicepresidenza della Fondazione non è una poltrona da lasciare a cuor leggero. Soprattutto se l’altra, pur non improbabile, resta comunque tutt’altro che certa.

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