POLTRONE & SOFA'

Fassino lascia, Anci chissà

Si complica, più del previsto, il rinnovo dei vertici della potente associazione dei Comuni. E qualcuno propone una proroga dell'ex sindaco di Torino, a corto di incarichi. Appendino studia, in silenzio, le mosse potendo contare sui consigli di Chiamparino

C’è la pistola messa sul tavolo dai grillini, caricata con la minaccia di alzare i tacchi, per impedire la rielezione di Federico Pizzarotti e poi c’è la preoccupazione di Matteo Renzi e del Pd di evitare che (anche) il rinnovo dei vertici della potente associazione dei Comuni d’Italia diventi in qualche modo un ulteriore problema per la non facile auspicata vittoria referendaria.  Due questioni cruciali e, per ora, irrisolte che accompagneranno il percorso da qui al 12 ottobre quando a Bari si aprirà l’assemblea dell’Anci, presieduta dal luglio 2013 da Piero Fassino. L’ex sindaco di Torino, nella situazione complicata con tre successori dem in pectore – il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, quello di Bari Antonio De Caro e il catanese Enzo Bianco – ma variabili a rischio non ancora superate, viene addirittura indicato da qualche collega come una possibile via d’uscita in caso di un improbabile, ma non escludibile impasse.

Fassino ha sempre prefigurato chiaramente, ancora prima delle elezioni che lo avrebbero visto sconfitto, un suo abbandono della presidenza dell’Anci nel caso non fosse stato riconfermato primo cittadino del capoluogo piemontese. Non ha cambiato idea e appare assai improbabile un suo ripensamento, sia pure per spirito di servizio se le condizioni lo richiedessero. Anche perché grandi prospettive di incarichi per Fassino non ve ne sono all’orizzonte. Qualcuno nei giorni passati aveva prospettato per l’ex primo cittadino la nomina da parte del governo a commissario per i migranti, figura che però a detta di un autorevole ministro Palazzo Chigi non ha alcuna intenzione di istituire: “Una bufala. Sarebbe la certificazione dell’esistenza di un’emergenza – racconta – ed è quanto di più lontano dalle nostre intenzioni”. In questo quadro, con un Renzi parco di proposte, a Fassino non resta che lo scranno in Sala Rossa, cosa che, almeno formalmente, gli consentirebbe di restare ancora un po’ a via dei Prefetti, magari fino a fine anno, a referendum celebrato e “digerito” il suo esito. Su questo ripongono l’extrema ratio coloro che, di fronte a un’assemblea dall’esito incerto e dal percorso di avvicinamento tormentato, sono pronti a chiedere una proroga del vertice.

Le premesse, insomma, non escludono affatto questa prospettiva. È vero che il Pd ha i numeri per eleggere il presidente e che i papabili già sono in campo, e da tempo. Altrettanto vero che un consenso allargato il più possibile gioverebbe, innanzitutto alla tenuta della potente associazione, ma non di meno allo stesso Partito democratico e al premier-segretario che aveva lanciato la sua rincorsa verso il Nazareno prima e Palazzo Chigi poi proprio sulla sua esperienza a Palazzo Vecchio e indicato nei sindaci uno dei punti di forza del Paese e della sua architettura costituzionale. La stessa che ora gli avversari esterni e interni lo accusano di voler stravolgere con le riforme.

Trasformare l’elezione del successore di Fassino in qualcosa che rischi di apparire l’ennesima prova di forza per il sì all’imminente referendum è un pericolo da evitare. Anche per questo una delle ultime incombenze cui è chiamato Fassino è proprio quella di ricercare nel lavoro di una commissione di saggi, uno per partito, la candidatura più unitaria possibile. Tra gli ottocento delegati che si ritroveranno a Bari è proprio il renzianissimo sindaco del capoluogo pugliese a registrare le maggiori espressioni di consenso potendo contare, tra l’altro, su uno zoccolo duro del Sud. L’altro in lizza, Ricci, più vicino allo stesso Fassino e a quelli che venivano definiti renziani della seconda ora ha dalla sua una forte visibilità televisiva, ma rischia di pagare lo scotto della doppia carica (tripla considerata quella di primo cittadino) sommando la presidenza dell’Anci con la vice al Nazareno e, quindi, un ruolo fortemente politico e di partito che potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Un po’ defilato, ma pronto a incarnare la possibile soluzione del problema, c’è il sindaco di Catania, già ministro degli interni. Al timone dell’Anci, Bianco lo è già stato e oltre all’esperienza potrebbe apportare anche quei sindaci di una parte del centrodestra che , dovendo scegliere fra i tre, sembrano più ben disposti nei suo confronti.

Chi, invece, deve ancora decidere non quale candidato votare, ma se partecipare all’elezione oppure attuare quello strappo più volte annunciato uscendo dall’associazione sono i Cinque Stelle. Attualmente nella pletora di vicepresidenti ne contano uno solo ed è proprio il sospeso Pizzarotti. Fumo negli occhi per Luigi Di Maio e per quei parlamentari pentastellati che da tempo vanno sostenendo l’ipotesi di abbandonare l’Anci sostenuta dallo stesso Beppe Grillo il quale, insieme allo scomparso Gianroberto Casaleggio all’epoca  (era la fine del 2014) non aveva certo gradito la scelta del sindaco di Parma di entrare nel vertice dell’Anci. Più che una decisione di uscire dall’associazione, sulla quale si nutrono molti dubbi, quella dei grillini pare una lettera di avvertimento in primis al Pd: non provate a far rieleggere Pizzarotti, né in quota M5s tantomeno per vie traverse.

A non essere convinto di un eventuale abbandono della lobby dei Comuni – pur potendo in seguito accusare il Pd, con ancora maggior forza, di averne fatto un suo strumento di potere – è il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, uno dei papabili vicepresidenti nel caso prevalga la linea dell’hic manebimus (anche se non proprio) optime. Via che potrebbe essere imboccata anche tenendo conto delle conseguenze di un’eventuale uscita, non solo e non tanto politiche, quanto pesanti sul fronte dei servizi forniti dall’Anci ai Comuni nella loro macchina amministrativa. E l’alternativa difficilmente potrebbe essere, almeno in tempi brevi, un’Anci a Cinque Stelle come prospettato da Di Maio. Il quale, e con lui il direttorio, Grillo e la Casaleggio Associati, nel caso riescano a mettere da parte Pizzarotti e con lui il minacciato abbandono dovranno decidere su chi puntare.

Oggettivamente difficile immaginare che nessuna delle due sindache, simbolo della vittoria grillina sul Pd, entri nel board. Se per Virginia Raggi potrebbe essere ripresa la prassi (interrotta solo con Ignazio Marino sostituito da Enzo Bianco) che vuole il sindaco della Capitale presidente del Consiglio nazionale dell’Anci, per Chiara Appendino un suo restare fuori suonerebbe a dir poco strano. Perché rinunciare da parte del M5s a due rivincite in un sol colpo: sostituire il ribelle Pizzarotti con la fedele Chiara negli uffici da cui, grazie a lei, Fassino sta facendo su gli scatoloni? Non pare, quindi, un caso che (anche) sulla questione dell’Anci la sindaca di Torino tergiversi.  Meglio – è l’impressione che si ricava – aspettare gli eventi e, a seconda di quale piega prenderanno seguire l’improbabile onda dell’abbandono o – pur con i soliti preamboli e distinguo di maniera – entrare nella lobby di Comuni. Senza l’apriscatole, ma con quello spirito istituzionale che ha presto sostituito i proclami barricadieri. E per il quale la Appendino potrebbe avere preziosi consigli da chi l’Anci l’ha guidata. No, non Fassino. Qualche anno prima di lui c’era stato Sergio Chiamparino.  

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1 Commenti

  1. avatar-4
    09:02 Giovedì 15 Settembre 2016 tandem Vada pure senza rimpianti

    Vada pure a casa e sì goda tranquillamente la sua lautissima pensione, dopo aver fatto tutta la vita il funzionario di partito e poi il politico a tempo pieno. Se la goda, gli altri prendono molto meno soldi e hanno pure lavorato......

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