Chiara parli chiaro

La città metropolitana di Torino non ha la maggioranza. Dopo il travolgente successo che ha consacrato Chiara Appendino sindaca, pare appannarsi quell’onda lunga, che nelle democrazie mature caratterizza il rapporto di forza tra i partiti che si contendono il potere, tra momenti di espansione e momenti di contrazione. Di solito la “luna di miele” si protrae per un periodo ben più lungo, ma oggi pare che le stesse forze che l’avevano appoggiata mostrino segni di insofferenza. Dall’accettazione di fatto della Tav, allo sblocco di centri commerciali, pare che la Sindaca abbia piegato alla logica della realpolitik la grammatica politica pentastellata.

E ai tanti scivoloni amministrativi collezionati in poche settimane, si affianca l’ultimo vero smacco politico, il più grave degli ultimi giorni: quello del governo della Città Metropolitana dove “l’inarrestabile” avanzata grillina è naufragata sugli scogli della prima votazione. Risultato: Appendino è - ope legis - presidente di un ente, ma non ha la maggioranza per governare.

E, di fronte ai partiti che i grillini hanno sempre attaccato (disprezzato?), come si comporta l’Appendino? Come un normale leader della Prima Repubblica: chiede alle forze di opposizione di avere “senso di responsabilità” con un discorso degno della migliore retorica Dorotea.

Così la sindaca: “Tanto la nostra parte politica quanto la vostra non ha i numeri per decidere. Però non possiamo attendere una nuova riforma. Nelle prossime settimane inizieràun giro di consultazioni con i capigruppo, convinta che le cose che ci uniscono siano di più di quelle che ci dividono. Occorre lasciare da parte le divergenze se no il prezzo più alto lo pagheranno i cittadini. Sono certa che ciascuno di noi farà al suo meglio”.

Una richiesta che sicuramente non può né deve essere raccolta dalle forze in Consiglio metropolitano. Cosa chiedono i Cinquestelle? Una Grande Coalizione? Un appoggio esterno? Chiara parli chiaro!

Accettare una proposta del genere sarebbe esiziale per il Partito Democratico in quanto troppo diverse sono le prospettive  politiche.

Il M5s ha una visione di Torino antitetica a quella del Pd e, per certi aspetti premoderna: vuole una Torino isolazionista, priva di grandi infrastrutture e ridotta poco più che un Grande Paesone, mentre l'azione  amministrativa degli ultimi anni ha tentato - pur non riuscendoci completamente - di trasformare la Città in un player importante nel processi internazionali. In questo senso deve essere inquadrata la Torino-Lione: farla significa proiettare il Piemonte nei flussi europei, abolirla equivale a rassegnarsi ad un declino.

Per contro, sul piano squisitamente politico, un appoggio al Movimento verrebbe sicuramente bocciato dai rispettivi elettorati, troppo diversi, troppo distanti anche se a pagarne il prezzo sarebbero maggiormente gli elettori del Pd.

D'altra parte, in una democrazia, l'onore del governo, a differenza di quanto in modo abile e strumentale sostiene la sindaca, spetta alla maggioranza, mentre la minoranza ha il dovere di controllo e l'unica responsabilità ammessa é quella verso i propri elettori.

Alla luce di queste brevi considerazioni, il pd deve declinare l'invito (polpetta avvelenata?) di Appendino e iniziare una battaglia politica per affermare con orgoglio i valori e gli obiettivi che hanno contribuito a far crescere Torino in questi anni.

Accettare poltrone, per di più alla vigilia del Referendum, verrebbe letto come un'azione di mero potere e screditerebbe ulteriormente la classe politica. Se il presidente metropolitano non ha la maggioranza, ne tragga le conseguenze.

Ps. Un’ultima considerazione: lo scenario Torino, se vincesse il “No” al Referendum, si riproporrebbe anche a livello nazionale con tre forze equivalenti incapaci di esprimere una maggioranza certa...un’ipotesi non certo edificante

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