Nel Pd torinese è scontro sul “caso Lucà”

Direzione provinciale agitata. L’onorevole che chiese l’aiuto del boss per le primarie finisce sul banco degli imputati. Ma fa discutere anche la promozione del fondatore del Sida

L’operazione “Minotauro”, una delle operazioni antimafia più importanti degli ultimi anni  che ha messo in luce le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Torinese, torna a dividere il Pd. Dopo le carte bollate tra compagni di partito a seguito della puntata di “Presa Diretta”, in cui Davide Gariglio ha ravvisato elementi diffamatori nell’intervista di Mimmo Lucà, il “caso” delle frequentazioni pericolose dell’onorevole di Rivalta sono approdate alla direzione provinciale di ieri sera. Di Lucà, com’è noto, è stata intercettata una telefonata nella quale chiedeva al capo della locale di Rivoli, Salvatore Demasi, arrestato e ritenuto dai magistrati  “affiliato alla ‘ndrangheta quantomeno dall’anno 1994, una “mano” alle primarie di Torino, in favore di Piero Fassino. Il tono confidenziale della conversazione con un soggetto su cui aleggiavano da tempo sospetti (ne scrissero La Stampa e i giornali locali) ha destato un certo scalpore, più per l’imprudenza e la superficialità dei comportamenti che per i reali rilievi di carattere giudiziario (che, infatti, non vi sono).

 

A gettare il sasso nello stagno e a innescare la discussione, parecchio animata, è stato il giovane “impertinente” Marco Titli, già protagonista di un celebre battibecco sul ricambio generazionale con Piero Fassino. Gli argomenti usati da Titli e ripresi da Raffaele Barrina, sono i soliti, in questi casi: la necessità che i partiti si dotino di strumenti in grado di esercitare controlli preventivi, arrivando se necessario ad accantonare anche il “garantismo” pur di sgombrare ogni sospetto. Di fronte alla reazione indignata di Lucà che ritiene di essere stato condannato sommariamente senza neppure essere stato processato e alla sua richiesta al partito di organizzare un seminario “a porte chiuse” sulla vicenda, la segretaria provinciale Paola Bragantini ha proposto la convocazione di una seduta ad hoc della direzione (“Tanto anche a porte chiuse finiamo ugualmente sullo Spiffero”). A prendere le difese del parlamentare ha preso la parola Giancarlo Quagliotti, l’eminenza grigiastra di Fassino: insomma, uno informato dei fatti.

 

Chiuso, ma non archiviato, il capitolo Lucà, l’assemblea ha provveduto ad esaminare un altro “caso”, quello relativo alla nomina di Giuseppe Cavalitto, il fondatore del sindacato giallo Sida in Fiat, a responsabile dipartimento automotive del Pd. Alla federazione è giunta una email sottoscritta da numerosi iscritti e militanti in cui si chiede di rivedere la scelta. Richiesta alla quale si sono associati Roberto Placido e Giuseppe Sammartano, sostenendo che la designazione – frutto di una valutazione preventiva effettuata dalla coordinatrice della segreteria Rosanna Abbà con il responsabile regionale del settore lavoro Piero Pessa – pregiudica i rapporti con le confederazioni sindacali.

 

Temi caldi che hanno fatto passare in secondo piano l’analisi del voto alle primarie di Grugliasco, tema con il quale è iniziata la riunione. Un po’ di schermaglie e qualche sassolino levato da Sammartano nei confronti della Bragantini, piò o meno dello stesso tenore delle dichiarazioni di Marcello Mazzù sulla Stampa di stamane.

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