POTERE & POLTRONE

Crt non si sbanca per Unicredit

Diversamente da Cariverona, la fondazione torinese difficilmente sottoscriverà completamente l’aumento di capitale. Conterà sempre meno e i dividendi si assottiglieranno. Un problema per Torino, un brutto presagio per Palenzona

“Stiamo valutando. Lunedì abbiamo un consiglio, dopo ne parleremo”. Poche e lapidarie parole, quelle pronunciate dal segretario generale della Fondazione Crt, Massimo Lapucci, che non sciolgono i dubbi su quale strada imboccherà la cassaforte torinese di fronte all’aumento di capitale “monstre”, da 13 miliardi, deliberato dal cda di Unicredit e in attesa di approvazione , il prossimo 12 gennaio, da parte dell’assemblea. Attualmente la fondazione di via XX Settembre possiede il 2,3% del colosso bancario e il mantenere questa quota, con la ricapitalizzazione indicata, significherebbe allargare di molto i cordoni della borsa. In poche parole svenarsi. Un’eventualità che seppur suscita alcune perplessità in alcuni osservatori circa la sua concretizzazione, ad oggi – come si può intendere anche da quanto detto da Lapucci – non la si può certo escludere.

La permanenza nell’azionariato di Unicredit non è messa in discussione, gli interrogativi restano sul peso. Quanto vorrà e, soprattutto, potrà conservarne la fondazione presieduta ancora per poco dal notaio Antonio Maria Marocco? Un paio di settimane fa, venerdì 2 dicembre, l’amministratore delegato dell’istituto di credito Jean Pierre Mustier e il presidente Giuseppe Vita avevano incontrato le fondazioni azioniste: oltre a Marocco per Crt, c’erano per Cariverona Alessandro Mazzucco, Paolo Cavicchioli (Cassa di Risparmio di Modena), Gisella Finocchiaro (Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna)e Massimo Paniccia per CrTrieste. Una riunione in cui, secondo quando trapelato, ci si sarebbe limitati a uno scambio di vedute senza entrare nel merito di eventuali quantificazioni o disponibilità in merito alla ricapitalizzazione. Con il 2,3% Crt è la seconda dopo Cariverona (2,7%) e precede tutte le altre a partire da Carimonte che detiene poco meno del 2%. Tutte insieme, le fondazioni pesano in Unicredit circa il 9%.

Un incontro, quello di quindici giorni fa, preceduto da dichiarazioni piuttosto esplicite circa la presenza nel board dei rappresentanti delle fondazioni fatte dal numero uno di Cariverona: Mazzucco aveva espresso forti perplessità sulla composizione pletorica del cda (17 membri) e sul numero “eccessivo” di tre vicepresidenti. E molti avevano letto tra le righe di queste esternazioni una sorta di attacco all’attuale terzetto formato da Vincenzo Calandra Bonaura, Luca Cordero di Montezemolo e Fabrizio Palenzona.

A nessuno sfugge il fatto che le sorti del “camionista di Tortona”, dato più volte in bilico in questi mesi, dipenderebbero da quanto si deciderà (forse) dopodomani in via XX Settembre, giacché big Fabrizio è nel board Unicredit in quanto designato da Crt. La sua permanenza è, tuttavia, legata anche al futuro assetto della stessa fondazione: mentre il “kepi blanc” Mustier vara un piano che oltre all’aumento di capitale contempla pure qualcosa come 3mila e 900 esuberi solo in Italia con la chiusura di 883 sportelli, alla fondazione torinese ci si avvicina al più volte annunciato cambio al vertice, con il passaggio di testimone da parte di Marocco. Il quale pare, tuttavia, non aver mutato atteggiamento: se il mio successore deve essere Giovanni Quaglia, non mi dimetto: questo il senso di ragionamenti che il presidente avrebbe fatto con i suoi, lanciando nel contempo precisi segnali sia verso la provincia Granda, sia verso lo stesso Palenzona che da tempo ha individuato nel cuneese il suo uomo da piazzare.

Le dimissioni di Marocco sarebbero l’unica via per consentire che la nomina del successore spetti all’attuale consiglio non ancora modificato nei suoi equilibri dai componenti la cui individuazione e proposta spetterà tra gli altri pure al Comune, ovvero al sindaco grillino Chiara Appendino.

Una partita tra gli scacchi e il risiko, quella che si gioca da settimane e alla quale la decisione sul quanto (probabilmente) ridurre il peso azionario in Unicredit da parte della cassaforte di via XX Settembre aggiunge un’ulteriore variabile. Lunedì, forse, se ne saprà di più. E si scoprirà se hanno visto lungo coloro i quali indicano nel futuro azionariato pesante di Unicredit un ruolo sempre maggiore dei francesi, anche attraverso la ventilata ipotesi di integrazione con Société Générale (SocGen), presieduta dall’ex Bce Lorenzo Bini Smaghi e dalla quale proviene lo stesso Mustier, e quello meno rilevante di prima delle Fondazioni. Crt, ovviamente, compresa. Una prospettiva che non solo farebbe perdere di peso Torino nei futuri assetti dell’istituto, ma che potrebbe compromettere la realizzazione di alcuni interventi sul territorio, a iniziare dall’operazione Ogr. La città della Mole si ritroverebbe così uno dei suoi bancomat con meno capacità di spesa.

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