Le Olimpiadi? Un magna magna

Costate 2,8 miliardi, sette volte in più delle previsioni, hanno lasciato in eredità un cratere nei conti comunali, strutture già fatiscenti e inutilizzate, impianti insostenibili

Torino 2006, fu vera gloria? A sei anni da quel 26 febbraio, quando all’ex Comunale una coreografica carnevalata chiuse, in un tripudio di stillante retorica, la grande avventura olimpica di Torino, l’eredità dei Giochi invernali torna a dividere politici e opinione pubblica. Al netto della propaganda (e, va riconosciuto, della riuscita operazione di marketing urbano), il bilancio presenta più ombre che luci. A partire dall’effettivo costo sostenuto per l’organizzazione dell’evento. Nel 1998 la cifra stimata nel dossier di candidatura era di 616 milioni di dollari, oltre mille miliardi delle vecchie lire, pari a circa 500 milioni. Via via i costi sono lievitati, fino a quasi settuplicare le previsioni: 2,8 miliardi di euro a consuntivo. Di soldi pubblici. Ne è valsa la pena? Le ricadute hanno abbondantemente ricompensato lo sforzo economico? Sul dissesto delle casse comunali pesa forse l’eccessiva esposizione di Palazzo Civico per una manifestazione vissuta dagli amministratori dell’epoca in termini non solo enfatici, ma addirittura palingenetici per le sorti della città.

 

A gettare nuovamente il sasso nello stagno melmoso delle cricche subalpine è una bella inchiesta sui grandi eventi condotta da Davide Carlucci e Giuseppe Caruso, significativamente intitolata “Magna magna”. Il libro, edito da Ponte alle Grazie, dedica un corposo capitolo alle vicende torinesi. Gli autori non solo denunciano il fatto che «malgrado l’Olimpiade sia un evento privato organizzato con soldi pubblici, non esiste un bilancio ufficiale complessivo a cui potersi rifare», ma che il «vero problema dell’Olimpiade di Torino sembra essere il mancato scambio tra problemi e vantaggi». Lo si deduce passando in rassegna le opere più importanti realizzate per l’occasione. Dai cinque trampolini di Pragelato – un ecomostro da 34,3 milioni chiuso a causa degli insostenibili costi di gestione – alla pista da bob di Cesana – 105 milioni, il cui destino è segnato. Una situazione di disarmo confermata dall’ex sindaco Valentino Castellani, a quel tempo capo del Toroc. Quadro fosco ribadito in una recente intervista al Corriere della Sera in cui, per regolare vecchi conti con Mario Pescante e mettersi di traverso alla candidatura di Roma 2020, Castellani afferma che «l’eredità in città è stata positiva: invece sui monti c’è stato tanto spreco di denaro pubblico. È accaduto per responsabilità del Coni, che si è chiamato fuori, smentendo le promesse, dalla cogestione di strutture quali i trampolini e la pista di bob».

 

A dire il vero pure Torino, secondo Carlucci e Caruso, «ha un’eredità olimpica di cui non andare molto fieri». Certo, c’è l’annoso debito accumulato (3,1 miliardi: il 225% delle entrate), ma anche strutture inutilizzate, la più ingombrante delle quali è quella sorta per ospitare il media center e gli spazi ricreativi degli atleti agli ex mercati generali di via Giordano Bruno: cumulo di rifiuti. Stessa condizione in cui versa l’ex villaggio olimpico, «una sorta di ghetto, dove la gente preferisce non passare quando tramonta il sole». Chi gira per i vialetti «fa lo slalom tra spazzatura, bottiglie abbandonate e perfino qualche siringa».

 

Non godono di ottima salute neppure gli impianti sportivi. «Per esempio, l’Oval, nato per ospitare le gare di velocità sul ghiaccio – sempre “il migliore al mondo” secondo gli esperti e costato circa 70 milioni di euro – viene utilizzato per tutt’altro, come esposizioni e fiere. Lo stesso dicasi del Palaompico – circa 85 milioni sborsati – location per concerti. O il Palavela (50 milioni) in cui si prospetta nel libro un cambio di destinazione, forse confondendolo con Palazzo del Lavoro dove c'è in atto un'operazione per la trasformazione in un'area commerciale.

 

Morale della favola olimpica: troppi soldi, spesi male e strutture insostenibili. «Quella del denaro pubblico speso con troppa facilità – concludono i due autori – diventerà con il passare del tempo l’etichetta che rimarrà addosso alle Olimpiadi torinesi».

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