URNE VIRTUALI

Pd-M5s: pari e patta

Simulazione del voto in Piemonte con il sistema elettorale uscito dalla Consulta. Dimezzata la pattuglia parlamentare democratica, nel centrodestra entrerebbero a Montecitorio solo i capilista. I calcoli di Fornaro

La metà degli attuali parlamentari del Pd eletti in Piemonte potranno mettere in soffitta il trolley, o al più, utilizzarlo in vacanza. E forse ci penseranno su due volte quelli che ne avevano adocchiato uno in vetrina, pregustando l’uso di quell’accessorio da pendolare di lusso con la Capitale. Gli attuali 23 piddini eletti alla Camera nei due collegi (Piemonte 1 e 2) in cui era suddiviso il territorio per le votazioni del 2013, se si andasse a votare nel quadro politico attuale e con l’Italicum uscito dalle correzioni della Corte Costituzionale che per la regione di collegi ne prevede 8, si ridurrebbero a 13 di cui – e qui si apre la questione delle questioni – appena cinque scelti dagli elettori con la preferenza. Gli altri otto, nel caso del Pd così come per il M5s (che li aggiungerebbe ai sei scelti con preferenza, tali da far assistere al sorpasso penta stallato, pur di misura, dei dem) e quelli che a scendere conquisteranno gli alti partiti saranno tutti “nominati” dai vertici e piazzati in posizione sicura.

È questo lo scenario in Piemonte, se si andasse a votare con il sistema uscito dalla sentenza della Consulta che ha sì lasciato il premio di maggioranza, pur avendo tolto il ballottaggio, ma vista la soglia del 40% viene di fatto relegato al libro dei sogni. I giudici hanno pure mantenuto i capilista bloccati, tema su cui è forse più evidente che altri la scollatura tra il vertice del Nazareno e ampie fette (anche parlamentari) del partito. E poi, è indubbio, come attorno a quelle posizioni blindate si stiano aprendo lotte e registrando prese di posizione volte a garantirsi la nomina o, quantomeno, sperare di ottenerla. Pallottoliere alla mano, i calcoli che Federico Fornaro, senatore bersaniano ma in questo caso, soprattutto, profondo conoscitore di flussi e sistemi elettorali, mette in fila su un foglio per molti è un cahier de doléances.

I numeri, dunque. Quelli che elenca il “Celso Ghini della Ditta”, erede del famoso uomo dei dati elettorali ai tempi del Bottegone, sono questi: 14 eletti per il M5s di cui 8 capilista che farebbero di fatto raddoppiare l’attuale compagine grillina piemontese alla Camera, 13 al Pd contro i 23 entrati a Montecitorio nel 2013, 5 in più alla Lega che passerebbe da 2 a 7, 6 a Forza Italia, 3 alla sinistra (SI e altri), uno ciascuno a Ncd e Fratelli d’Italia. Sempre secondo i calcoli di Fornaro il Pd vedrebbe uscire i deputati eletti con preferenze , appunto, solo in 5 collegi su 8. Il senatore dem ipotizza “in base al numero dei seggi da assegnare e conseguente abbassamento del quoziente” che ad essere favoriti per l’espressione del secondo eletto (oltre il capolista) siano i collegi di Alessandria-Asti (Piemonte 7) Cuneo (8) i tre di Torino (3,5 e 6) anche se non sono affatto da escludersi sorprese, magari proprio a scapito di una delle parti in cui è suddivisa la grane area attorno al capoluogo. “Ad oggi, tenderei ad escludere che vi possa essere un collegio dove il Pd porti a casa il terzo parlamentare”, aggiunge.

A questo punto, scorrendo la lista degli attuali deputati eletti dai piemontesi poco meno di quattro anni fa e limitandosi agli “indigeni”, togliendo quindi i paracadutati che furono parecchi anche soprattutto tra i dem (ma pure i berluscones non si fecero mancare nulla, per non dire di Ncd che elesse Angelino Alfano) e scremando pure chi (probabilmente, ma non è detto) sarebbe tagliato fuori avendo fatto oltre due legislature e anche più, l’elenco che ne esce supera già tutti i posti disponibili. Francesca Bonomo, Paola Bragantini, Umberto D’Ottavio, Silvia Fregolent, Andrea Giorgis e Davide Mattiello sono tutte matricole. Così come in Piemonte2. Se Luigi Bobba è ormai attualmente al terzo mandato, stanno invece al primo Cristina Bargero, Enrico Borghi, Chiara Gribaudo, Fabio Lavagno e Mino Taricco. Poi ci sono quelli con due mandati all’attivo, come Antonio Boccuzzi, Anna Rossomando e Franca Biondelli, per cui a rigor di regolamento occorrerebbe la richiesta (e la concessione) della deroga da parte del segretario nazionale.

Ma ci sono, soprattutto, coloro che si affacciano dagli scanni del consiglio regionale – da Mauro Laus a Davide Gariglio, da Nino Boeti a Gianna Pentenero all’astigiana Angela Motta – che potrebbero rimanere al palo se passerà la proposta di vietare ai piddini che sono consiglieri regionali di candidarsi. Norma che neppure vien presa in considerazione in altri lidi (eccetto, almeno per ora, nel M5s) tantomeno in Forza Italia aprendo la strada alla scalpitante Claudia Porchietto, la quale – stando sempre alla versione di Fornaro, peraltro coincidente seppur più prudente in fatto di peso del Pd con quella del politologo Roberto D’Alimonte) – dovrebbe comunque ottenere una capolistatura per essere certa di varcare il portone di Montecitorio.

Alla fine si ritorna alla casella che molti vorrebbero eliminare. “Partendo dal fatto che nessun partito può arrivare al 40% per ottenere il premio, il risultato sarà quello di avere una Camera dove 3 deputati su 4 saranno decisi dai vertici dei partiti” osserva Fornaro. Per l’autore del saggio Fuga dalle Urne (edizioni Epoké) c’è un altro aspetto non irrilevante: “in molti partiti, dove l’elezione tramite preferenza è oggettivamente preclusa, verrà meno l’impegno per ottenerle”. Un’eventualità. A partire ancora una volta dal Pd, si rifletterà non poco anche sulle decisioni di alcuni se ricandidarsi o meno. Non va meglio al Senato dove la lotta sarà durissima. La preferenza unica impone sforzi, anche economici per la campagna elettorale, su cui alcuni incominciano fin d’ora a riflettere. Per Palazzo Madama, Fornaro ipotizza un quadro in cui, in Piemonte, al Pd vanno 8 senatori, 7 al M5s, 4 alla Lega, 3 a Forza Italia e a questo punto i posti sono finiti. I giochi, invece, sono appena incominciati.

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