Farmacie, vendita al ribasso

Un'interpellanza dei 5 Stelle chiede lumi su una operazione fin dall'inizio poco chiara. Pagamenti spalmati su 90 anni, valutazioni divergenti, una società affidata ai suoi competitor di mercato

Una dismissione poco chiara, almeno secondo i proponenti di un’interpellanza che verrà discussa nel Consiglio comunale di Torino, autori gli esponenti del Movimento 5 Stelle, Vittorio Bertola e Chiara Appendino (foto sotto). Si tratta dell’operazione attraverso la quale il Comune, nel 2008, ha ceduto il 49% delle proprie quote di Afc, la società che gestiva per conto del socio unico pubblico 34 farmacie. Secondo quanto previsto dal bando, la Città ha mantenuto il controllo della nuova società con il 51%, ma a chi è subentrato spetterà l’onere della gestione e la nomina dell’amministratore delegato e del vice presidente, entrambi con ampissimi poteri.  

 

Fin qui nulla da obiettare. Ma non mancano le anomalie. A partire dagli aggiudicatari della gara: è un’Ati detenuta per il 99% dalla società cooperativa Farmagestioni, creata appositamente per lo scopo da circa 200 titolari di farmacie private torinesi.  Era anche l’unica società che ha partecipato al bando. Come fanno giustamente notare gli interpellanti “con questa cessione” i privati da concorrenti sono diventati soci di minoranza con il potere di gestione dell’azienda, generando un’evidente posizione di monopolio sul mercato, nonché un conflitto d’interesse”. Insomma, come possono i gestori delle farmacie comunali tutelare gli interessi della città in quel settore se sono essi stessi i concorrenti del Comune? Il dibattito è acceso da anni in Sala Rossa, ma una risposta complessiva non è ancora stata fornita dal regista di quella operazione: il vice sindaco Tom Dealessandri (foto accanto). Lo stesso che oggi si sta occupando in prima persona della super-holding comunale delle partecipate, con modalità, che a quanto si apprende, potrebbero risultare le medesime.

 

Non è finita. Il 31 marzo 2009 il Consiglio comunale approva la revisione dei patti parasociali in seguito alla quale Palazzo di Città conserva nella nuova società solo la nomina del presidente con poteri limitati ad aspetti procedurali. Come dire: il socio privato in netto conflitto d’interesse ha praticamente carta bianca. Infine, i nuovi elementi che non fanno che alimentare i dubbi sull’intera operazione: in seguito a un accesso agli atti è emerso che la Afc, prima della dismissione di parte delle quote comunali, era stata valutata dall’istituto Intesa San Paolo secondo due metodi: il Dcf ne stimava il valore in 20 milioni di euro, secondo il metodo Multipli la forbice variava tra i 30 e i 40 milioni di euro. Il Comune ha scelto il primo. Perché? Nella relazione si legge: “… il metodo dei transaction multiples in queste circostanze non risulta essere del tutto coerente… anche con il contesto in cui si colloca l’operazione di scissione del Ramo Farmacie e la connessa concessione di una partecipazione di minoranza da parte del Socio Comune di Torino, in termini generali, infatti, la cessione di una quota di minoranza privilegia l’adozione dal punto di vista di un investitore neutrale ed indifferenziato, piuttosto che quello di un acquirente motivato da specifiche considerazioni industriali e strategiche…”. Insomma i gestori privati delle farmacie sono un socio disinteressato che acquisisce quote delle farmacie comunali, fino a quel momento concorrenti, senza specifiche considerazioni industriali e strategiche.

 

Ma chi ha firmato quella delibera? Perché il vice sindaco ha firmato una lettera di impegno a nome del Comune su questioni inerenti le prerogative della Sala Rossa? Perché tale lettera non è stata firmata dal dirigente di settore? Perché chi acquisisce versa a titolo di anticipo solo 2 milioni subito e gli altri spalmati fino al 2099 con le casse del Comune che piangono?

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