GRANA PADANA

Lega sovranista, alla base non va

Il nuovo corso "nazionalista" imposto da Salvini viene vissuto come un "tradimento" del Carroccio delle origini. Non solo bossiani e fuoriusciti, anche molti dirigenti locali bocciano la linea politica del leader. Rancori e "pulizia etnica" degli avversari

“Al Nord hanno dovuto chiudere centomila imprese”. Il ruggito del vecchio leone padano non resta chiuso nella sala gremita dell’Hotel Cavalieri di Milano: arriva dritta nelle periferie piene di capannoni vuoti, attraversa paesi con le serrande di botteghe e officine che non si alzano più da tempo, s’infila come vento del Nord nelle valli che quel vento lo hanno visto diventare con la Lega di Matteo Salvini un po’mistral e un po’ ponentino e non è stato, per molti, un cambiamento di clima atteso, né gradito.

Le parole pronunciate domenica da Umberto Bossi al convegno dell’associazione “Fare tornare grande il Nord” fondata dall’imprenditore ed ex parlamentare leghista Roberto Bernardelli, indipendentista convinto, arrivano dirette anche nelle sezioni del Carroccio, tra i militanti e tra questi non sono pochi coloro che le attendevano. Perché quei numeri della crisi, quei concetti già espressi a Pontida – “La Lega non potrà mai diventare un partito nazionale” – sono un urlo liberatorio ed esorcizzante, un grido di riscossa verso il sovranismo cavalcato da Salvini che da tempo agita una base leghista sempre meno convinta, sempre più fredda dinanzi alla svolta di “felpetta”.

Poche sere fa a Biella, durante una cena con i militanti, il deputato Roberto Simonetti lo ha detto chiaramente: “A me questo sovranismo non piace”. E come a lui a molti. Nelle valli del Canavese, feudo storico del Carroccio, così come in quelle del Cuneese l’immagine di una Lega “che sta coi fascisti”, per dirla cruda come capita di sentire tra chi anni fa avrebbe intonato il Va’ pensiero e indossato la camicia verde riempiendo le piazze, non è mai piaciuta. E allora anche le vecchie ruggini, le contrapposizioni tra dirigenti, gli scazzi di campanile assumo il tratto di contese ideali. Capita persino a Borgosesia, orfana di Gianluca Buonanno, dove all’ex pupillo del sindaco-europarlamentare recentemente scomparso, Paolo Tiramani, la “reggente” Alice Freschi ha ritirato le deleghe da assessore scatenando un mezzo putiferio nel Carroccio locale. Del resto lo stesso Tiramani, in veste di segretario provinciale, qualche ora prima aveva provveduto a infliggere una serie di provvedimenti disciplinari a vecchi militanti, proseguendo quella che i suoi avversari definiscono niente meno che “pulizia etnica”. Accuse a una segretaria di essersi appropriata dei soldi della sezione, sospensioni (“nel giorno della festa del mio paese”), appelli alla ribellione (“Adesso è ora di finirla! Un movimento non è solo un simbolo ma la validità della gente che vi sta dietro sacrificando un po’ della propria vita per quello in cui crede”), critiche di opportunismo (“Dopo Buonanno per continuare ha dovuto farsi un nuovo tatuaggio con scritto w il capitano”).

Tra cronaca e storia il Carroccio sovranista c’entra un fico secco con la Lega doc. Meglio Silvio Berlusconi che Giorgia Meloni, insomma. Che poi non è solo questione di alleanze, anche se non è questione da poco. Il malessere che serpeggia tra una parte non residuale di iscritti e militanti – peraltro sempre meno, a Torino se conta meno di un centinaio – è figlio di un paradosso: in un partito nato come identitario, si sentono di un’identità confusa. Non più movimento autonomista, non disposti a seguire pedissequamente il leader verso l’approdo nazionale e nazionalista, fotocopia confusa di un lepenismo da condividere, per giunta, con Fratelli d’Italia e CasaPound da cui spuntano, di quando in quando, braccia tese.

Stringe i pugni l’Umberto quando accusa Salvini di aver “messo da parte la questione settentrionale” e segna uno spartiacque netto sulla questione Europa: “Ora va di moda parlarne male, ma io sono europeista e la verità è che quelle imprese al Nord hanno chiuso per colpa dello Stato italiano che le ha massacrate”. Altre parole dure verso Salvini, musica per le orecchie di chi quella svolta a destra con direzione Sud non l’ha mai digerita. E tra questi non ci sono soltanto quelli che i salviniani liquidano come combattenti e reduci della Lega delle origini. Certo loro sono i più caldi sostenitori del Senatur e di un suo ritorno alla guida del movimento. Ormai fuori dal Carroccio, ma pronti a tornarvi sopra cambiassero le cose (e soprattutto il vertice), i Matteo Brigandì, i Tino Rossi che su facebook trionfante dal convegno di Milano annuncia: “evento riuscito , sala piena e gente fuori, Maroni non c’è ma il nostro Umberto sì”, i Dino Bosio che posta foto con il Senatur nella sua Acqui vent’anni fa per la devolution e tutti quelli da un po’ riuniti nel gruppo “Amici di Umberto Bossi” sono lì alla finestra, con il drappo verde pronto nell’armadio. Invitano l’Umberto, lui arriva, come giorni addietro a Castagneto Po. Ma non sono solo loro a bersi quelle parole sulla crisi dell’economia al Nord come fosse un grappino prima di incominciare una lunga camminata, in salita e al freddo, ma alla fine della quale c’è la polenta col camoscio.

Il sovranismo è un’ortica nel pratone di Pontida. Prudono i polpacci di vari amministratori locali che la crisi la vivono ogni giorno e la risposta “tutta colpa dell’euro e dell’Europa” ormai basta sempre meno. Anche i temi caldi dell’immigrazione, sia pure condivisi, non possono essere esaustivi dell’azione leghista modello Salvini. Riportare temi come l’economia, il lavoro, l’impresa al centro dell’agenda è la strada imboccata con una certa lungimiranza e altrettanto calcolo, aldilà della genuina convinzione, dal segretario piemontese Riccardo Molinari che, pur dovendo rinunciare a battere Matteo Renzi sul tempo, conferma per fine marzo o i primi di aprile il convegno al Lingotto con studiosi ed esperti di area. Senza Salvini. Ma solo (o soprattutto) perché è un evento che si vuole connotare marcatamente piemontese. Molinari sa bene, perché ne è componente, come anche all’ultima riunione del federale il Senatur sia tornato a picchiare duro sul segretario. E a nessuno sfugge come non sia solo uno stanco ruggito di un vecchio leone padano.

Se Berlusconi dovesse rompere definitivamente con Salvini, nessuno è in grado di escludere che Bossi, a quel punto, potrebbe restare con l’amico leale di sempre, dando vita a una forza politica capace di incidere in maniera decisa sul Nord. “Io la Lega l’ho creata, non voglio romperla” ripete e rassicura. Ma la rassicurazione maggiore, per le varie anime che si agitano sul Carroccio, arriverà dal redivivo proporzionale: alle prossime elezioni politiche, stando ai sondaggi, la Lega per bilanciare le varie spinte interne avrà molti posti da distribuire. Terapia di provata efficacia anche contro il peggiore dei mal di pancia.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    13:39 Mercoledì 08 Marzo 2017 Wlalega2015 Comunicazione di servizio

    Avvisate Allasia Maccanti cavalotto Benvenuto...ecc....conviene ridiventare bossiani non si sa mai .... P.S si meglio una lega con percentuali irrisorie che il troiame (politico) che c'è adesso all'interno della lega

  2. avatar-4
    10:49 Mercoledì 08 Marzo 2017 enzar Bossi vuole di nuovo la Lega al 4percent. ?

    Fino a prima della circolazione dell’Euro l’Italia settentrionale era una potenza economica mondiale e la tassazione a carico delle aziende era di molto superiore all’attuale come anche quella contributiva e il carico burocratico in generale. Non vedo proprio il minimo senso logico affermare che il tracollo economico del nord sia da addebitarsi al sud Italia che invece era a suo tempo il suo mercato praticamente monopolistico. Forse a Bossi servirebbe una istruzione economica di base, magari sarebbe utile un diploma di Laurea lampo da conseguire in Albania come già fatto dal suo figliolo Trota.

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