GRANA PADANA

Lega, nessuna deriva lepenista

La base in subbuglio costringe Salvini a correggere il tiro. La capogruppo in Regione Piemonte Gancia: "Finalmente si è compresa la necessità di una svolta. Avevamo ragione noi". Non ci sarà alcuna scissione ma ora i bossiani pesano di più

“È importante che sul piano federale si sia compresa la necessità di una svolta in senso differente da quello lepenista radicale” dice Gianna Gancia. Il non detto della consigliera regionale leghista, ala liberale del Carroccio, bossiana di stretta osservanza e maritata Calderoli, è un “finalmente” che se indossasse una felpa alla Salvini, lo stamperebbe sopra a caratteri cubitali. Perché la correzione di rotta del segretario – oggi repentinamente più lontano di ieri dall’immagine della madame de la droite e meno distante dagli afflati federalisti cui una parte, sempre più rumoreggiante, del Carroccio ha mostrato di non voler affatto rinunciare – è un altro non detto: avevamo ragione noi. Loro, quelli per i quali non c’è Lega senza il Senatur (con i suoi ideali europeisti, antifascisti, autonomisti e, appunto, federalisti) oggi, il giorno dopo che Salvini ha imboccato fors’anche di malavoglia quello che pare essere un sentiero verso Canossa, non possono ancora cantare vittoria, ma incassare un risultato sì.

Non è un mistero che l’Umberto abbia fatto sentire la sua voce, magari affidata a qualcuno dei suoi che in via Bellerio non può non essere ascoltato. Nessun ultimatum, ma suggerimenti che non possono essere liquidati con un’alzata di spalle o una battuta. E così quel lungo abbraccio con la leader del Front National, indigesto ai bossiani che non hanno fatto mai mistero di avversarlo per ragioni ideologiche ancor prima che per calcoli elettorali, pare almeno per il momento destinato a finire nell’album dei ricordi che non pochi vorrebbero scordare in fretta.

“Noi abbiamo sostenuto fin dall’inizio che quel modello di Lega lepenista condannerebbe il nostro partito e la coalizione di centrodestra nel proprio insieme all’opposizione a vita o a fare da sponda a un movimento grillino destinato a far vincere la sinistra”. Rivendica la lungimiranza sulla questione, lady Calderoli. E in quel “noi” comprende e rappresenta la parte del Carroccio che, in Piemonte, fa riferimento a lei e che con lei ha vissuto aspre stagioni congressuali, con relative sconfitte ad opera della maggioranza salviniana.

È un fatto che il vento del Nord abbia preso a soffiare, negli ultimi mesi, con rinnovato vigore spingendo un Bossi a vele spiegate in mille incontri, non pochi dei quali nella regione dove nasce l’indimenticato dio Po, e che lo stesso vento abbia fischiato nelle orecchie di Salvini con l’urlo della tempesta possibile e perfetta all’approssimarsi delle elezioni politiche con un proporzionale che scompagina e nulla può escludere. L’idea di un’altra Lega, ovvero il ritorno a quella delle origini e comunque prima di Salvini e anche prima delle scope di Roberto Maroni, resiste. Anzi si va rafforzando, come abbiamo scritto negli ultimi tempi raccontando dei fedelissimi del Senatur pronti a un suo cenno, del malcontento provocato da una leadership vista come interprete dell’ossimoro leghista: Il Carroccio una forza politica nazionalista e populista sull’onda delle destre europee che dell’Europa fanno il loro bersaglio.

I segnali da Bossi sono arrivati, non quelli attesi da chi era ed è pronto a un nuovo partito del Nord che semmai nascesse con a capo il vecchio leone padano (o comunque la sua benedizione) si mangerebbe più consensi alla Lega che polenta una comitiva di lumbard a Pian del Re. Perché se è vero come va ripetendo da tempo che “io la Lega l’ho creata e non voglio romperla” è altrettanto vero che su un tema caldo per Salvini come quello dell’Europa, Bossi è stato chiaro: “Ora va di moda parlarne male, ma io sono europeista e la verità è che quelle imprese al Nord hanno chiuso per colpa dello Stato italiano che le ha massacrate”. L’aver “messo da parte la questione settentrionale” è un altro passo falso imputato a Salvini. Al quale, alla fine, il segnale di avvolgere e nascondere nella nebbia padana l’immagine dura e indigesta del lepenismo e, al contempo, tornare a parlare con toni meno aspri, sia pure a distanza, con Silvio Berlusconi è arrivato forte e chiaro.

Un altro passo, quello verso l’ipotesi di evitare il listone, ma aprire a una federazione delle forze del centrodestra, che piace alla Gancia: “Trovo la federazione un modo per valorizzare le differenze tra i soggetti che la comporranno, in modo da presidiare con successo e radicamento le diverse realtà geografiche, sociali e settoriali sempre più distanti e disilluse dall’asse Pd-grillino che di fatto, in un gioco delle parti, regge le sorti della Regione Piemonte e del Paese”.

L’aspetto che riguarda il possibile scenario elettorale della correzione di rotta di Salvini è anche l’occasione per un ulteriore sguardo al passato per la capogruppo a Palazzo Lascaris, già presidente della Provincia di Cuneo. “Serve una federazione sullo spirito civico e federalista del 2001, che non ponga in competizione interna due partiti a vocazione nazionale ma sia fondata sulla presenza qualificante di un soggetto politico identitario, territoriale e autonomista oggi più che mai vitale – osserva Gancia, tracciando il profilo della Lega certo più bossiana che salviniana – in un contesto settentrionale e piemontese dove i governi municipali e regionali a guida Pd o Cinque Stelle hanno gettato tristemente la maschera che copriva, nelle campagne elettorali, il loro sempre vivo pregiudizio classista contro la proprietà e contro le categorie economico reddituali medie e medio piccole”.

Già, perché se svolta sarà – quella ispirata dall’ala bossiana con vecchi saggi in via Bellerio (e nelle alte cariche parlamentari) a tradurla in amichevoli suggerimenti rivolti al segretario – non potrà che riguardare, per completarsi, anche quei temi del lavoro, dell’impresa e del fisco che hanno sostenuto sul fronte economico la struttura autonomista e federalista della Lega. “I casi di Roma, di Torino e del Piemonte, con il malgoverno amministrativo e fiscale sotto gli occhi increduli dello stesso elettorato di sia del Pd sia del M5s, è l’anticipo di ciò che rischia di attendere il Paese fra pochi mesi se non si ritornerà allo spirito civico, autonomistico e identitario dell’alleanza storica di centrodestra, non competizione fra partiti nazionali o nazionalisti radicali ma reale integrazione fra spiriti nazionale e aspirazioni regionalistiche queste ultime destinate a essere il vero ago della bilancia elettorale”. E se la Lega non vedrà nascere una costola ortodossa rispetto agli ideali originari, sarà anche per quella correzione di rotta salutata dai bossiani come una piccola vittoria. Di fronte alla quale, sia pure con guardinga cautela possono dire: “Avevamo ragione noi”.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    09:10 Martedì 21 Marzo 2017 Veritas2015 Non mischiamo la lana con la seta

    Le dichiarazioni di una persona che rinega e abbandona i suoi sostenitori lascianfoli tra le fauci della cricca Molinari ecc... non sono molto attendibili, e facile che la Gancia si sia dimenticata dei suoi compagni di viaggio cosi sedendosi al tavolo dei vincitori.

  2. avatar-4
    08:35 Martedì 21 Marzo 2017 Tiocfaidh ár lá Mi sono perso qualcosa?

    Perchè la Gancia esulta? è accaduto qualcosa? dall'articolo non pare che sia cambiato nulla..... oppure parla solo perchè era da tanto che non si esprimeva sul partito?

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