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Il disco rotto di Mino Giachino, sottosegretario alle ciarle. Carneade dal potente “fattore C”

Interviene ovunque, inonda le redazioni di articoli e dichiarazioni sempre uguali: la medesima manfrina ricicciata enne volte. È al governo con l’unica delega alla Motorizzazione e al trasporto stradale ma si occupa di Tav, economia e industria

 

giachino_g Sembra uno di quei vecchi 45 giri rigati che ripetono all’infinito il ritornello. O, molto più modernamente, un cd masterizzato a ufo che s’incanta su quel loop martellante. Bello fin che si vuole, ma così palloso che dopo un po’ manderebbe in paranoia finanche Giobbe, che pure di pazienza ne aveva da vendere.

Parliamo di Bartolomeo Giachino, sottosegretario di Stato senza deleghe se non quella di rilasciare dichiarazioni. E lui, forte di questo ruolo, non si sottrae all’incombenza e riversa nelle caselle elettroniche dei giornalisti un profluvio di comunicati, interventi, precisazioni, commenti. Deve averci presi per duri di comprendonio se ogni due per tre si sente in obbligo di ribadire, per l’ennesima volta, il medesimo concetto: il Cav. è bravo e bello, il governo Berlusconi è il migliore dei governi possibili e infine il pezzo forte della prosa e dell’oratoria giachinesca: «Il Piemonte da anni cresce meno della media nazionale di un paese che cresce meno della media europea». Per poi assestare il colpo finale, l’argomentazione destinata a mettere in ambasce ogni dubbio, tale da zittire anche il più scettico: la logistica è «il motore di spinta» (proprio così) dell’imminente ripresa. Bon, e via pedalare.

Non ci credete? Abbiamo la collezione completa di tutte le uscite pubbliche del prode sottosegretario, una raccolta che nel nostro piccolo mondo di feticisti è già un must.

Questo carneade della politica subalpina – al momento della sua nomina più d’uno si chiese “Giachino chi?” – è in realtà una vecchia lenza del sottogoverno democristiano. Al governo per grazia ricevuta (il santo protettore, si vocifera, pare sia niente meno che il braccio destro del principale, Gianni Letta) la sua carriera, pur tra luci e ombre, si è dipanata sotto le insegne dello scudo crociato.

 

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Un conoscente di vecchia data usa una perfida metafora per tratteggiare l’antico sodale di corrente:  «Avete presente le fotografie che ci hanno immortalato negli anni felici del Liceo? Vi ricorderete di quel compagno di classe che non ci ha lasciato un gran ricordo di lui se non per la sua capacità di mettersi sempre in mostra, in prima fila a dimostrazione di un’innata passione per il farsi notare in qualsiasi circostanza e  senza motivazioni. È sempre stato questo il motivo del successo di Giachino». Cattiveria scaccina, retaggio di mai sopite beghe della sacrestia diccì, invidia nei confronti dell’amico baciato dalla buona sorte? Può darsi. Ma è proprio sul “fattore C” che le ricostruzioni benevole e maldicenti convergono.

 

Bartolomeo Giachino, 64 anni, per gli amici Mino, alias Jack, ha sempre avuto dalla sua parte tanta fortuna e una altrettanto grande capacità di gettarla alle ortiche. È stato così quando il potente ministro democristiano Carlo Donat Cattin scelse proprio lui, dipendente dell’Enel con in tasca il diploma di ragioniere conquistato alle serali, per ampliare la sua segreteria particolare. Lo stesso Donat Cattin però dovette metterlo alla porta ed esiliarlo a Courmayeur per scongiurare la rivolta dei suoi proconsoli, guidati dall’ex presidente della Regione Gian Paolo Brizio, che di quel segretario troppo loquace e troppo disinvolto nelle amicizie  non ne volevano proprio sapere. Tutti immaginarono, a quel punto, che la carriera politica di Giachino fosse giunta al capolinea quando improvvisamente con un altro colpo di straordinaria fortuna il nostro riuscì ad infilarsi nella segreteria del boss dc di Verona Gianni Fontana, proprio nel momento in cui Ciriaco De Mita l’aveva convinto ad abbandonare Donat Cattin in cambio della segreteria organizzativa di piazza del Gesù. Poi Fontana e insieme a lui tutta la Prima Repubblica scomparvero e Jack si trovò di nuovo a spasso. Fu proprio allora che il sottosegretario cominciò a farsi largo nel mondo dei corrieri e tra le aziende intenzionate ad abbattere il monopolio delle Poste. Imprese storiche e blasonate come Defendini e Tnt, di cui Giachino diventa consulente.

 

Da allora è stato un crescendo, si è buttato a capofitto nel lobbismo del settore, fino ad accreditarsi grazie all’amicizia con l’ex ad di Tnt Giuseppe Smeriglio, entrato dopo una breve esperienza nelle Ferrovie nel giro degli amici di Letta, come il garante degli interessi dei corrieri privati e delle compagnie di spedizionieri.

Quale contributo abbia dato in questi anni alla complessa problematica dei trasporti non è dato conoscere. Invece è nota la sua capacità manovriera, fino al punto di riuscire a presentarsi agli occhi di Letta come un affidabile interlocutore in grado di tenere a bada il turbolento mondo dell’autotrasporto. Un mondo rappresentato nei governi berlusconiani prima dal sottosegretario Paolo Mammola ed oggi dall’ex sindacalista del più potente sindacato dei camionisti (Fai Conftrasporto) Paolo Uggè. Per questa ragione, si dice, sia alla ricerca di una ragione per giustificare la propria presenza al Ministero di cui è titolare Altero Matteoli che, com’è noto, non stravede per lui. E in questa ricerca, sono proprio i piemontesi a dover sopportare le sue asfissianti esternazioni. Una loquacità che peraltro ha iniziato a indispettire il gruppo dirigente del Pdl.

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