Tribù padane nel Mc Mondo

Un antropologo si addentra nei meandri della Lega e ne spiega il successo in quel mix di nuovo e arcaico, base della cultura politica. Dal demos all'ethnos, dal popolo all'etnia

«La destra crede che l’antropologia serva solo a capire l’Africa nera e i cacciatori della savana; la sinistra è inibita dal timore che i simboli e i miti siano “cose di destra” . La storiografia liberale, invece, ha la tendenza a sopravvalutare le grandi istituzioni e a ignorale i microcosmi». È forse per questo, scrive Paolo Rumiz, che c’è stata un’inspiegabile lentezza nel comprendere la nascita e l’ascesa della Lega. Però quella del Carroccio, con il suo carico di idee, gesti e atteggiamenti vecchi e nuovi, è stata una ventata che ha scosso le aule parlamentari del nostro paese, ma anche il territorio tutto e non solo quello dove la Lega riscuote consensi. Che ha portato a una trasformazione radicale dei rapporti tra cittadini e Stato. Si tratta di un fenomeno tanto politico quanto culturale, che forse non ha dato vita alla svolta postmoderna, ma sicuramente ha saputo coglierla e interpretarla prima e diversamente dagli altri soggetti politici. Un cambiamento in cui risuonano echi pasoliniani (e ci vorrebbe un Pasolini a raccontarceli), una mutazione antropologica che ha coinvolto gente costretta a fare i conti con modernità e globalizzazione, temendole e rifiutandole con una mano, per accettarle e sfruttarle con l’altra.

 

Un linguaggio nuovo, che ha spezzato schemi consolidati da decenni e per questo dati per scontati. Nuovo e allo stesso tempo antico, come tutto ciò che viene dalla Lega che, muovendosi liberamente e senza disagio alcuno nell’ambiguità, presenta come novità idee vecchie, e finge di legarsi al passato, per introdurre proposte nuove. In un’Italia che ancora stentava a pensarsi davvero come nazione, il partito di Umberto Bossi ha introdotto una nuova dimensione politica, che non solo si distingue dalle precedenti, ma gioca le sue carte su un piano diverso: quello etnico. Seppellita l’utopia socialista sotto le macerie del Muro, indebolito il capitalismo tradizionale e territoriale, reso vecchio dalla globalizzazione, che mette in crisi lo Stato-nazione, Bossi e i suoi lanciano l’opzione etnica, come elemento di novità e di resistenza. È la prima volta che accade in una forma così ampia ed efficace nella seppur breve storia dell’Italia democratica.

 

Una delle cifre caratteristiche della Lega è quella di aver puntato sul populismo, portando avanti le tipiche istanze dei partiti populisti: delegittimazione della classe politica tradizionale, vista come corrotta e dissipatrice; ridefinizione del disagio della gente, indirizzando le colpe su fattori esterni, come, per esempio, gli immigrati; fare appello a un leader forte; protesta contro l’eccessiva pressione fiscale. Con abilità e spregiudicatezza la lega ha saputo proporsi come paladina dell’antipolitica, proprio facendo politica. Indifferente alle pur evidenti contraddizioni, il Carroccio si muove tra Roma e la Padania, usando le istituzioni nazionali soprattutto per minarle. Puntando su valori come identità, radici, autoctonia, proponendo l’immagine di un popolo nuovo e fasullo per gli storici, ma antico e reale nelle retoriche adottate, la Lega ha arricchito il panorama politico italiano con categorie nuove, che spesso sfuggono all’analisi tradizionale.

 

La Lega in questi anni ha costruito una nuova narrazione, producendo un immaginario apparentemente innovativo, ma in realtà piuttosto vecchio, grazie al quale ha però sferrato duri colpi alle istituzioni tradizionali. Alla base di tutta la retorica leghista, c’è una forma di etno-nazionalismo che sfocia sempre di più in tendenze di stampo tribalista. Insomma, avanti verso il passato.

 

Marco Aime

Verdi tribù del Nord

La Lega vista da un antropologo

Editori Laterza, Bari 2012, pp. 168, € 12,00

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