Tutti a casa

17 giorni per farlo dimettere. E’ questo lo spirito che dovrebbe guidare il centro-sinistra alla discussione del piano sanitario, da oggi in aula in Consiglio Regionale. Il Presidente Cota l’ha detto in tutte le salse: se entro il 31 marzo non passa la “rivoluzione in sanità (la modestia è il suo forte, ndr), che il Piemonte aspetta da 20-30 anni (l’ultimo piano è stato approvato nel 2007, ndr), andiamo tutti a casa”. Il segretario regionale leghista ci ha messo la faccia sui manifesti “Sanità: più servizi e meno sprechi” e sull’atto forse più importante della legislatura non vuole scherzi o franchi tiratori. Ma mentre Cota alza il tiro per ricompattare la claudicante maggioranza, l’opposizione ondeggia e talvolta occhieggia.

 

Come sempre il Pd è “responsabile”, presenta solo “emendamenti migliorativi di merito”; e senza il partito più grande gli altri vanno alla rinfusa: l’Udc è sostanziamente d’accordo, l’Idv ha già cambiato idea un paio di volte, i grillini sulla sanità (l’unica vera delega della Regione) sono “non pervenuti” nonostante il capogruppo medico, la sinistra fa quello che può.

 

Solo cinque anni fa tra Commissione e Consiglio, l’opposizione guidata da Burzi e Vignale fece passare i mesi e le notti agli assessori Valpreda e Artesio. Ma ora, “il mondo è cambiato”, come chiosano Monferino e Cota e il centro-sinistra sarà attento a non tirare troppo la corda.

 

Che cosa prevede il piano sanitario? Monferino pare aver sposato la teoria del “grande, economico ed efficiente”, ovvero delle piramidi gerarchiche concepite con vertici ristretti e deputati alle funzioni logistiche, amministrative e commerciali e quelle della centralizzazione su area vasta. Il piano aumenta le figure apicali (cadreghe) con l’istituzione delle federazioni sanitarie e taglia ovunque sia possibile, a cominciare da servizi e prestazioni.

 

Forse però più che il contenuto conta la forma. A prova di muscoli, bisognerebbe rispondere con prova di muscoli. “Allora, (consiglieri, ndr) che cosa volete fare?”, come chiedeva Al Pacino al termine del memorabile discorso alla squadra in “Ogni maledetta domenica”.

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